Intervista a Lamante che ci racconta “Non dico addio“, il suo secondo album di inediti, pubblicato da Artist First.
Un lavoro che arriva a due anni da “In memoria di” e, se il primo progetto era nato come tentativo di dare una forma alla perdita, questo nuovo capitolo ne rappresenta l’attraversamento più radicale in dieci canzoni che sono flussi incontrollati, istintivi e spesso incomprensibili anche per chi li ha scritti. In questa intervista l’artista ci racconta la genesi del progetto, svariati dettagli sulle canzoni e la preparazione ai live estivi.
Intervista a Lamante, il nuovo album “Non dico addio”
Cosa rappresenta “Non dico addio” nel tuo percorso?
Questo è il mio secondo album e tanti dicono che sia il momento più difficile per un cantautore. Effettivamente è stato un processo abbastanza intenso scriverlo ed è sicuramente un album liberatorio. È il primo dove introduco verbi al futuro perché il precedente era tutto rivolto verso il passato, e quindi, nel mio percorso, immagino equivalga a un’evoluzione di qualcosa anche dentro di me nella scrittura e nei suoni.
È un album molto sofferto e doloroso, oserei dire anche lacerante. Cosa passa tra l’attraversamento del dolore e la trasformazione in suono?
Passano giornate chiuse in casa a provare a tradurre cos’è il dolore che tante volte non ha parole e non ha suoni. È un processo di ricerca che passa attraverso quello che si vive, quello che esce fuori e anche il risolvimento di questo dolore perché è difficile scriverne quando si è dentro.
I suoni del disco sono molto ricercati, sperimentali e spesso anche inusuali. Che ruolo ha la sperimentazione nel tuo progetto artistico?
Io non li ritengo sperimentali perché sono molto in linea con quello che è il concetto di questo album, i testi e il significato. Sperimentale è sicuramente l’approccio perché un altro cantautore forse si sarebbe fatto due domande prima di andare dentro una chiesa a registrare un organo e io non me le sono fatte perché sentivo proprio la necessità che doveva esserci questo suono. Lo sperimentare sta nella libertà di non farsi aspettative e costrutti, ma di lasciarsi solo guidare da quello che le canzoni richiedono e hanno bisogno.
L’ultimo singolo che ha anticipato l’uscita dell’album è “Governatevi” e suona come un manifesto. A chi vorresti dire “governatevi“?
A tutti noi. Un po’ di anni fa il mio mentore, Andrea Rodini, mi aveva detto: “Come pretendiamo di far finire le guerre se dentro le nostre case continuiamo a farcela tra di noi?“. Questa cosa mi ha colpito molto e, quindi, quel “governatevi” è rivolto a tutti noi in un modo molto più ampio, che guarda sia al periodo storico orribile e bruttissimo che stiamo vivendo, infatti nel testo dico anche “Un esercito di giovani soldati, disarmatevi“, ma anche a noi che siamo qui e che non stiamo vivendo queste guerre in prima persona. Impariamo a governarci anche noi.
Una delle frasi che mi ha colpito di più dell’intero progetto è: “Vorrei essere un giorno madre, ma non c’è cosa più crudele“. Immagino sia anche questa una sensazione legata a un’attualità difficile.
Assolutamente, e anche dal modo in cui siamo cresciuti. Facciamo sempre più fatica ad immaginarci madri e padri di qualcosa, perché è molto più difficile trasmettere un’eredità che rimanga, che vada oltre al fare un figlio. Parlo proprio a livello di cose che restano, perché tutto muore così velocemente. Allora in quel senso lì diventa crudele diventare madre di qualcosa.
Chiudere il disco dicendo che “ritorneremo a guardare il cielo” è, invece, un modo per aprirsi a una ritrovata speranza?
Sì, assolutamente. Anche nel pezzo prima dico che “il mondo è quello che deve ancora venire“, quindi sì, c’è speranza.
Hai raccontato che dopo la pubblicazione del tuo primo album qualcosa si era interrotto. Da cosa derivava questo blocco e come hai trovato la forza per ripartire?
Il blocco è nato da tantissimi fattori. Il primo è che aver pubblicato un album che racchiudeva 25 anni della mia vita è stato un momento di svuoto estremamente forte, molto radicale. E poi anche tutto il tour che ne è seguito con molte date, il fatto di mettersi a nudo per tanti giorni su un palco e darsi alle persone è stato un momento di svuoto molto forte che mi ha lasciato senza parole. C’è stato anche un lutto di mezzo e ciò che mi ha fatto superare tutto è stata questa voglia di vivere e di sopravvivere che non smette di esserci mai e la musica che non mi ha mai tradito, che non mi ha mai lasciato da sola e che, in un modo o nell’altro, mi ha poi sempre fatto ritrovare le parole.
C’è un luogo molto importante legato a questo disco, la Chiesa di San Francesco di Schio. Perché è stato così fondamentale?
Noi all’inizio avevamo registrato in uno studio a Milano, ma ci eravamo accorti che c’era qualcosa che non funzionava. Per me lo spazio che abitano le canzoni è qualcosa di fondamentale, cioè che influisce sul suono ma anche sull’interpretazione di una registrazione. Taketo Gohara, il mio produttore, ascoltando i pezzi, mi ha detto che, secondo lui, dovevano essere fatti in un luogo dove si celebra la vita, l’amore e la morte e quel luogo è la chiesa. Allora siamo andati proprio nella chiesa di Schio, che è una chiesa consacrata e ci fanno ancora le messe, dove, dai miei antenati più lontani fino a me, è stata usata dalla mia famiglia per celebrare tutte queste cose. E quando poi siamo andati lì a registrare questa energia si sentiva, c’era, era presente.
Questa estate sarai impegnata dal vivo in diversi Festival come il Mi Ami a Milano e lo Spring Attitude a Roma. Come ti prepari al live e all’incontro con il pubblico?
Facendo un sacco di prove prima di tutto, ricordandomi come è stato il tour scorso, in cui è stato veramente molto bello l’incontro con il pubblico. Il live per me è il momento in cui fai la resa dei conti, se un album sta in piedi o no lo capisci solo dal vivo. Ci prepariamo, appunto, facendo tante prove, ragionando sui pezzi, su quello che vogliono dire, su come vogliamo trasportarli al pubblico. Sarà un live diverso dal primo album che è stato registrato tutto in presa diretta con le chitarre elettriche, questo ha bisogno di un arrangiamento completamente diverso. Al Mi Ami ci sarà un quartetto d’archi ad accompagnarci insieme alla band. Stiamo sperimentando cose nuove e vedremo come andrà.
A proposito di live, nel tuo curriculum ci sono le aperture dei concerti dei Negramaro all’Arena di Verona, di tutto il tour nei palazzetti di Coez e recentemente anche degli Zen Circus. Come hai vissuto queste esperienze?
È sempre bello essere spalla di gruppi che hai stimato, che ti hanno cresciuto. Con gli Zen Circus, ad esempio, è stata un’esperienza molto bella perché abbiamo fatto delle date all’estero e c’era un pubblico quasi tutto di italiani immigrati che avevano voglia di cantare nella loro lingua madre, e quindi c’era una forza che lega il pubblico col palco completamente diversa da quella che si può vivere qua. Anche con i Negramaro è stato bellissimo perché sono un gruppo storico italiano, quando hanno cantato loro io sapevo tutti i pezzi. E poi è stato molto bello perché sono tutte persone che mi hanno veramente portato sul palmo della mano.

Classe ’92, ho iniziato a scrivere di musica nel 2020 aprendo un mio blog con cui ho catturato le primissime attenzioni di artisti e addetti ai lavori, in particolare di Kekko Silvestre dei Modà, la persona che, più di tutti, mi ha spinto a credere in questa strada. Dal 2022 ho, quindi, iniziato a collaborare con due siti di informazione musicale focalizzandomi su recensioni, approfondimenti e analisi del settore
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