Intervista a Lil Jolie che racconta “Luoghi Comuni”, il nuovo album tra maturità, introspezione, rock ed elettronica.
A 26 anni, quasi 27, l’artista sente di essere arrivata a un punto di maggiore consapevolezza. Un percorso costruito attraverso introspezione, autoanalisi e il desiderio di liberarsi da etichette e aspettative.
Il titolo stesso racchiude questa doppia anima: il luogo comune come giudizio superficiale, ma anche il luogo condiviso che avvicina le persone.
Musicalmente, Lil Jolie sceglie un disco suonato, organico, nato soprattutto dalle chitarre e costruito insieme a Dario Mangiaracina.
Rock, pop, grunge e sensibilità indie convivono in un progetto che cerca continuamente un equilibrio senza perdere autenticità.
Ogni brano racconta una parte diversa di questo viaggio: le radici di Passaporti e Caramelle, la fine dell’innocenza di Destini Infelici, le relazioni di Promettimi, la ricerca di sé di Sophie.
Fino a Voglio I Money, dove il desiderio di libertà artistica diventa anche una dichiarazione di intenti.
Non c’è la ricerca ossessiva di un risultato, ma quella di uno sguardo più sincero.
Perché, come racconta Lil Jolie in questa intervista, il suo obiettivo oggi è uno soltanto: essere vista per quella che è davvero.
Intervista a Lil Jolie, il nuovo album “Luoghi Comuni”
Lil Jolie, Luoghi Comuni arriva in un momento preciso del tuo percorso. Che cosa rappresenta questo album per te?
Sicuramente è un disco della maturità. È un lavoro molto introspettivo, nel quale ho fatto anche parecchia autoanalisi. Quindi non è stato importante soltanto dal punto di vista artistico, ma anche umano. Mi è servito per guardarmi dentro, per capire alcune cose di me e per affrontare anche dei temi che magari prima non avevo il coraggio o gli strumenti per affrontare. Credo che questo disco rappresenti proprio una crescita. Ho 26 anni, quasi 27, e sentivo che era arrivato il momento di fare i conti con alcune cose. Non necessariamente per avere tutte le risposte, ma almeno per iniziare a farmi le domande giuste.
Il titolo Luoghi Comuni contiene due significati apparentemente opposti: da una parte il giudizio superficiale, dall’altra un luogo condiviso. Da dove è nata questa idea?
Il titolo nasce proprio da questo contrasto. Da una parte c’è il “luogo comune” come qualcosa che semplifica, che giudica, che mette un’etichetta e che spesso impedisce di andare davvero a fondo nelle cose. Dall’altra c’è il luogo comune come spazio condiviso, come punto d’incontro tra persone diverse. E questa seconda parte è molto importante per me, perché nel disco non ci sono soltanto le mie storie. Ci sono anche quelle delle persone che mi sono state vicine, dei miei amici, di persone con cui ho condiviso esperienze e sentimenti. In qualche modo ho fatto mie anche alcune delle loro storie. Le ho vissute attraverso l’empatia. E quindi mi piaceva l’idea che ogni brano potesse avere una storia singola, ma anche un elemento capace di far riconoscere qualcun altro.
A un certo punto del percorso entra Dario Mangiaracina. Quanto è stato importante il suo arrivo per definire l’identità del disco?
È stato fondamentale. Incontrare Dario è stato quasi una catarsi, è stato bellissimo. Credo che proprio lì abbia iniziato a diventare più chiara anche la direzione sonora del disco. Io volevo fare un disco suonato, volevo fare un disco vero, organico. Volevo che si sentissero gli strumenti, che ci fosse una componente fisica nella musica. E con Dario ci siamo incontrati benissimo perché abbiamo gusti musicali molto simili. Ci piacciono moltissime delle stesse cose e, cosa altrettanto importante, spesso non ci piacciono le stesse cose. Questo può sembrare strano, ma secondo me è molto utile quando si lavora insieme, perché significa che puoi confrontarti senza avere necessariamente la stessa opinione su tutto. In studio non abbiamo mai litigato. C’è sempre stata una visione collettiva. Artisticamente è stato molto facile trovarci.
Rock, pop, grunge e indie convivono nel disco. Come avete trovato un equilibrio senza rischiare di rendere tutto troppo frammentario?
È venuto tutto abbastanza naturalmente. Dario ha fatto un lavoro enorme sul suono, ma la maggior parte dei brani è nata dalla chitarra. Quasi tutto è partito da lì e poi abbiamo costruito il suono successivamente. Abbiamo lavorato tanto in studio e soprattutto abbiamo cercato di mantenere una dimensione organica. Quando fai musica vera, quando lavori in maniera analogica, non puoi comportarti come quando sei completamente dentro un processo digitale. Non puoi semplicemente premere “Ctrl+C”, “Ctrl+Z” e cancellare tutto. Devi essere molto più convinto delle cose che fai. Abbiamo registrato le batterie, abbiamo registrato parecchio materiale suonato e quindi c’era una responsabilità diversa. Nei primi mesi è stato anche difficile, perché siamo abituati a poter eliminare, tagliare, correggere tutto. Qui invece dovevamo avere una visione molto più precisa. Ma questa è stata anche la parte più bella, perché oggi ricordo ogni momento. Ricordo perché quella chitarra è stata suonata in un certo modo, ricordo perché abbiamo trattato la batteria in un certo modo. È come se ogni sessione fosse finita dentro un cassetto della memoria. E questo, per me, è il bello della musica quando è realmente suonata.
Hai costruito anche una tracklist molto precisa. Perché era importante che Luoghi Comuni fosse ascoltato come un disco e non soltanto come una somma di singoli?
Per me era importante perché volevo dare un senso al viaggio. Oggi siamo abituati a prendere una canzone, ascoltarla, andare avanti, cambiare playlist. Ma io sentivo la necessità che questo album avesse un percorso. Non necessariamente un racconto lineare, ma sicuramente una progressione emotiva. E proprio per questo ho pensato molto anche a quale canzone dovesse aprire e quale dovesse chiudere il disco.
“Senza Pace” apre l’album. Perché hai scelto proprio quel brano?
Perché secondo me è un racconto quasi onirico. C’è molto spazio per la voce e questa è una cosa che nei lavori precedenti magari facevo più fatica a concedermi. Avevo quasi interiorizzato un luogo comune: pensavo che una buona cantante non potesse essere contemporaneamente una buona autrice. Come se dovessi scegliere. E invece in questo disco ho deciso di tagliare proprio quel luogo comune.
Mi sono detta: posso raccontare questa storia anche usando delle top line diverse da quelle a cui ero abituata. Posso permettermi di usare la voce in un modo diverso. E poi Senza Pace parla anche della ricerca di un luogo nel quale riuscire finalmente a stare bene, a sentirsi in pace. Quindi mi sembrava perfetto come punto di partenza.
Destini Infelici sembra quasi il manifesto dell’intero album. È anche la canzone nella quale il passaggio dall’adolescenza all’età adulta è più evidente?
Assolutamente. Quando ho scritto quella canzone ci abbiamo messo un po’ a capire quale dovesse essere la veste musicale. All’inizio l’avevamo sporcata molto, avevamo anche provato una batteria, ma non mi convinceva. A un certo punto ho pensato che fosse tutto troppo perfetto. La voce funzionava, le parole funzionavano, ma avevano bisogno di spazio. E allora abbiamo tolto la batteria e lasciato camminare le parole. Per me era importante che in quel brano si sentisse soprattutto quello che sto dicendo. Ed è anche per questo che lo considero un manifesto del disco. Dentro c’è il tema della fine dell’innocenza, della crescita, delle ferite che diventano parte della nostra identità.
In Passaporti e Caramelle torna il tema delle tue radici e del Sud. Quanto è importante, ancora oggi, il concetto di appartenenza?
È importantissimo. Io faccio molta fatica a distaccarmi dalle mie radici. Vivo fuori da quando avevo 18 o 19 anni, ma non riesco a sentirmi a casa come mi sento a casa mia, giù. Per me casa è quella. Sempre. E in questo disco ci sono moltissimo anche i miei amici del Sud, le persone che fanno parte della mia storia. È come se ci fosse un filo conduttore che continua a legarci anche quando siamo lontani. È una cosa che vivo quasi in maniera filosofica e quindi non è neanche semplicissimo spiegarla. Ci sono luoghi dai quali puoi andare via fisicamente, ma che continuano a vivere dentro di te.
Promettimi è invece una canzone molto delicata, perché racconta una relazione nella quale amore, dipendenza e controllo si confondono. Quanto è stato difficile scriverla senza cadere nei cliché?
Credo che la risposta sia nella verità. Anche Promettimi è nata di getto. Parla di me e parla di una relazione finita. A volte lasciare andare fa male. E forse una delle cose più difficili che possiamo capire è che, in certi casi, lasciare andare è l’atto d’amore più grande che possiamo fare. Quando lo capisci, però, arrivano anche i sensi di colpa, le sovrastrutture, tutte quelle cose brutte che ti fai venire in mente. Io avevo bisogno di esorcizzarle in qualche modo. E fortunatamente scrivo. Quindi posso trasformare certe cose in qualcosa che almeno riesco a guardare da fuori.
In Sophie emerge invece la ricerca di un luogo in cui smettere di dimostrare continuamente il proprio valore. È qualcosa che senti particolarmente vicino?
Sì, molto. Negli ultimi tempi ho lavorato anche sullo smettere di aspettarmi continuamente qualcosa. Mi sono posta una domanda che ancora oggi non riesco a risolvere: che cos’è il fallimento? Cosa significa davvero fallire? Non ho ancora una risposta. E quindi ho scritto. Credo che questo sia anche uno dei temi principali di Luoghi Comuni: mettere continuamente in discussione i giudizi, le etichette, le semplificazioni. Tutti quei luoghi comuni reali dai quali, in qualche modo, dobbiamo cercare di liberarci.
Quindi oggi senti meno il bisogno di dimostrare qualcosa agli altri?
Sicuramente sento il bisogno di essere vista per quello che sono. Questo è l’unico vero obiettivo che avevo facendo questo disco. Volevo dire: questa sono io. Vi piace? Bene. Non vi piace? Va bene comunque. Ma vorrei che tutti mi vedessero per quella che sono veramente, senza cercare di incasellarmi o di farmi diventare qualcosa che non sono. Per me questo disco è proprio una dichiarazione di identità.
In questo senso, Luoghi Comuni è anche un disco di libertà.
Sì. E la cosa bella è che questa libertà è arrivata in maniera molto spontanea. Guardandomi dentro, facendo autoanalisi, sono arrivata semplicemente a dire: voglio essere questa. Voglio essere libera di essere chi sono, di scrivere quello che voglio, di usare i suoni che voglio. Non è stata una dichiarazione studiata a tavolino. È successo. E forse proprio per questo sento che il disco mi rappresenta davvero.
Quando hai iniziato a sentire il bisogno di rivendicare questa libertà artistica?
Credo che sia maturato gradualmente. A un certo punto ho capito che non volevo più pensare troppo a quello che gli altri si aspettavano. Volevo fare musica perché ne avevo bisogno, non perché dovevo dimostrare qualcosa. E questo vale anche per il modo di scrivere, per la voce, per i suoni. Voglio poter dire: questa cosa mi piace, quindi la faccio. Questo disco nasce da lì.
Sei arrivata a un punto in cui senti di aver finalmente trovato una direzione?
Lo considero sicuramente un punto di arrivo, ma non un punto di arrivo definitivo. È un disco consapevole. E vorrei che questa consapevolezza arrivasse. Ho 26 anni, quasi 27. Era arrivato il momento di crescere. Non significa avere tutte le risposte, ma essere più consapevole delle domande che ci si fanno e delle proprie scelte. Per me Luoghi Comuni rappresenta proprio questo.
Quindi non lo vivi come un punto di arrivo definitivo, ma come un punto fermo dal quale ripartire?
Esatto. È un punto di arrivo nel senso che fotografa perfettamente dove sono oggi. Ma non è assolutamente la fine del percorso. Anzi. Vorrei che fosse il punto da cui continuare a crescere, sperimentare e provare cose nuove.
Se ci incontrassimo fra un anno, quale sarebbe il traguardo personale più importante che vorresti aver raggiunto?
Vorrei essere riconosciuta. Non necessariamente in termini di numeri, ma essere riconosciuta per quello che sono. Vorrei che questo disco avesse fatto capire alle persone chi è Lil Jolie davvero. Questo sarebbe il risultato più importante. Perché il resto può cambiare. I numeri possono salire o scendere. Ma se riesco a lasciare una percezione sincera di me, allora sento di avere fatto il mio lavoro.
Quindi, alla fine, Luoghi Comuni vuole semplicemente togliere di mezzo i luoghi comuni su Lil Jolie?
Sì, credo proprio di sì. È un disco nel quale ho cercato di togliere tutte quelle sovrastrutture, tutti quei giudizi e quelle aspettative che spesso finiscono per definire una persona prima ancora di conoscerla. E ho cercato di dire una cosa molto semplice: sono questa. Questa è la mia musica, queste sono le mie storie, questi sono i miei suoni e questo è il modo in cui oggi guardo il mondo. E adesso voglio solo essere libera di continuare a scoprirlo.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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