Intervista a Nico Arezzo, che torna con Non c’è fretta, un disco che segna un passaggio decisivo nel suo percorso artistico e umano.
Dopo un periodo intenso di live e trasformazioni personali, il cantautore siciliano sceglie di rallentare per osservare il tempo, abitarlo e ascoltarlo. Il nuovo progetto nasce da una ricerca sonora profonda, in cui tradizione e sperimentazione convivono senza gerarchie.
Tra ricordi, distanza e ritorni interiori, le canzoni costruiscono un dialogo continuo tra passato e presente. La Sicilia resta una presenza viva e silenziosa, trasportata più che rimpianta. Non c’è fretta è un invito alla presenza, alla fragilità e alla libertà di lasciarsi andare senza perdere sé stessi.
Qui la tracklist completa di “Non c’è fretta”
- Corpo legno – Live nella Baita di Moccone
- Intro
- Non c’è fretta feat. Lauryyn
- Sempri ‘a stissa feat. Anna Castiglia
- Da Dio
- Sancu
- Vorrei mi offrissi la colazione feat. Laurino
- Terapia d’urlo feat. BBB
- Manifestami feat. Ugo Crepa
- Senza paura feat. Ainé
- Anche Eugenio piange
- Come sai fare tu
- ‘U pisci spada
Intervista a Nico Arezzo
Nico, bentornato. Arriva un nuovo progetto, un nuovo disco dal titolo Non c’è fretta. Cosa rappresenta questo lavoro nel tuo percorso artistico?
Rappresenta sicuramente un’evoluzione. Non saprei definirla in modo preciso, ma sento che sto crescendo. Negli ultimi tempi mi sono reso conto che mi affascina molto di più la ricerca del suono rispetto al passato. Se il primo disco era più una raccolta di brani, questo nuovo progetto nasce con un’idea più compatta e consapevole. È frutto di un periodo intenso, di scrittura concentrata in poco tempo, e raccoglie tutto quello che è successo nell’ultimo anno e mezzo, tra concerti e viaggi. È un disco molto più live, molto più vissuto, e questa crescita mi rende davvero felice, sia musicalmente che a livello testuale.
Rispetto al disco precedente, su cosa senti di esserti concentrato maggiormente nella scrittura e nella composizione?
Ho lavorato su due binari distinti: musica e testo. Musicalmente ho attinto molto dalla tradizione siciliana, soprattutto per quanto riguarda strumenti percussivi e armonici che ho scoperto e utilizzato in tutto il disco, a volte come sottofondo, altre come veri protagonisti. Dal punto di vista testuale, invece, avevo pochissimo tempo a disposizione, e questo ha influenzato molto il risultato finale. Proprio l’assenza di tempo, osservando anche la società in cui viviamo, è diventata uno dei temi centrali dell’album
Il tempo è chiaramente un elemento ricorrente nel disco. Che ruolo ha e come lo hai raccontato?
Il tempo non viene raccontato come nostalgia, ma come un dialogo continuo tra passato e presente. È qualcosa che attraversa i brani in modi diversi: a volte come tema esplicito, altre volte attraverso soluzioni musicali che rallentano o accelerano la percezione. Viviamo in una società che ha un rapporto complicato con il tempo, e questo si riflette naturalmente nelle canzoni. È un filo invisibile che tiene insieme tutto il progetto.
Che rapporto hai oggi con i ricordi e con ciò che ritorna quando pensavi di averlo lasciato andare?
I ricordi per me sono fondamentali. Se guardo al mio progetto artistico, mi rendo conto che è fatto da tantissime persone che nel tempo hanno creduto in me e hanno deciso di farne parte. Guardandomi indietro, vedo un percorso bellissimo, fatto di crescita lenta ma costante. Anche la distanza dalla Sicilia ha un peso importante: lasciare la propria terra significa anche portarsela dentro. Tutte queste esperienze, le persone, i luoghi, le emozioni, sono finite inevitabilmente dentro il disco.
Molti brani sembrano sospesi tra controllo e abbandono. Come convivono queste due dimensioni nella tua vita e nella tua scrittura?
È una tensione che vivo anche sul palco. Durante alcuni momenti del live, lo sforzo vocale è talmente intenso da portarmi quasi a una sorta di “vuoto” fisico, un microsecondo in cui perdo completamente il controllo. Ed è una sensazione che trovo meravigliosa, perché mi obbliga a lasciarmi andare. Credo che il controllo sia fondamentale, ma lo è altrettanto sapersi abbandonare nei momenti giusti. È lì che succede qualcosa di autentico, sia nella musica che nella vita.
La Sicilia è una presenza silenziosa ma costante nel disco. Che forma ha oggi il tuo legame con la tua terra?
È un amore complesso e bellissimo. La Sicilia per me è famiglia, mare, amici, casa. In passato il rapporto era più legato alla nostalgia, al bisogno di tornare. Oggi è diventato qualcosa di diverso: quando torno, cerco di viverla al massimo, senza rimpianti. Anche il siciliano è molto più presente nei testi rispetto al disco precedente, perché sento che fa parte di me, anche se sono fuori casa da nove anni. Non riesco a considerare davvero “casa” nessun altro posto.
Dialetto, immagini quotidiane e riferimenti culturali convivono con elettronica e sperimentazione. Come lavori sull’equilibrio tra tradizione e contemporaneità?
È stata una grande curiosità. Da una parte ho una lingua antichissima come il siciliano, strumenti come la chitarra classica, sonorità pulite e ancestrali. Dall’altra parte ho synth, 808, distorsioni, elettronica. Mettere insieme elementi così lontani era una sfida, ma anche uno stimolo fortissimo. Non è tanto il risultato finale ad avermi colpito, quanto il processo: questo dialogo continuo tra mondi apparentemente opposti è qualcosa che sento davvero mio.
Nel disco emerge anche uno sguardo critico sul sistema musicale. Cosa pensi stia andando perso oggi nella musica?
Secondo me manca attenzione verso l’essere umano. Spesso non interessa più davvero cosa l’artista vuole dire o come vuole dirlo. Si tende a “ripulire” troppo, a modellare i progetti per farli funzionare, ma così si perde l’essenza. Lo “sporco” è spesso la parte più vera di un artista. Nei piccoli locali si trovano cose incredibili che non arrivano sulle piattaforme, proprio perché non sono addomesticate. E questo è un grande peccato.
In Non c’è fretta l’ironia ha un ruolo importante. Perché per te è così centrale?
L’ironia fa parte della mia vita. Ha due funzioni principali: da una parte alleggerisce, aiuta a gestire il peso del tempo e delle riflessioni profonde. Dall’altra è una sorta di rifugio. Nei momenti più intensi mi serve per dire: “Ok, ti ho detto cose importanti, ma va tutto bene”. È un modo per proteggermi e per creare un equilibrio emotivo all’interno del disco.
Molti brani parlano di fragilità, paura e libertà. Quando hai smesso di temere il silenzio e hai iniziato a trasformarlo in forza?
Credo di aver capito che suonare, scrivere e cantare sono cose che faccio prima di tutto per stare bene io. Non ho bisogno di conferme esterne. Se un giorno il mio nome venisse dimenticato, non cambierebbe quello che sono, perché questa necessità è più forte di me. Anche quando cerco di allontanarmene, torno sempre alla chitarra. Questa è la mia libertà: sapere che posso cambiare strada, se lo vorrò, senza tradire me stesso. Finché sono sincero, mi sento a posto.
Da marzo 2026, Nico Arezzo attraverserà l’Italia con il “MINCHIA CHE TOUR 2026”, organizzato da OTR Live. Qui il calendario e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

Speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali. In vent’anni ha realizzato oltre 8.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia” e nel 2205 “Ride bene chi ride ultimo”
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