PRIMOGENITO

Intervista a Primogenito, che racconta il live al Monk, la sua musica, gli oggetti nelle canzoni, l’idea di libertà e il rifiuto delle etichette: “Sono condannato a essere me stesso”.

C’è qualcosa di profondamente concreto nel modo in cui Primogenito guarda la musica. Nelle sue canzoni compaiono case, macchine, cofanetti, trenini, palloni, oggetti apparentemente ordinari che diventano porte d’accesso a mondi molto più complessi. Gabriele Tosti, classe 2004, non sembra però interessato a trasformare questi elementi in semplici simboli: ciò che lo affascina è la loro passività, il modo in cui attraversano il tempo e l’usura senza poter scegliere il proprio destino. È una prospettiva che dice molto anche del suo modo di intendere il cantautorato.

Dopo un 2026 vissuto tra il Concertone del Primo Maggio, il MI AMI, il Rino Gaetano Day e diversi appuntamenti dal vivo, Primogenito si prepara a quello che definisce il suo “primo vero concerto”: l’8 ottobre al Monk di Roma. Sul palco porterà le canzoni di “Affogare in acque amiche”, il suo primo EP, un progetto costruito intorno alla crescita, alle relazioni, alla casa, alla famiglia e alla difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo. Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

Ma soprattutto porterà un’idea precisa di musica: libera dalle etichette, dai messaggi precostituiti e dalla necessità di spiegare a chi ascolta cosa dovrebbe provare. “Io scrivo perché ho una sensazione io”, racconta. E lascia che sia poi la canzone, attraverso la propria concretezza, a trovare una strada diversa per ogni ascoltatore.

In questa intervista Primogenito parla della pressione prima di un concerto, del rapporto tra musica e calcio, della sua natura di “ibrido”, della necessità di essere originale e del perché le parole debbano essere “limitate ma non limitanti”. Un dialogo in cui emerge ancora una volta una delle caratteristiche più interessanti del suo percorso: la capacità di costruire un universo musicale personale senza avere paura delle contraddizioni.

Intervista a Primogenito

Primogenito, innanzitutto benvenuto su iMusicFun. Come stai vivendo l’avvicinamento a quello che sarà un live estremamente importante per te, quello dell’8 ottobre al Monk di Roma?

In questo momento mi sto preparando pensando ad altro. Sono molto annoiato dalla vita in questo periodo, quindi cerco semplicemente di riempire le mie giornate. Sto cercando anche di non pensare troppo al concerto, perché so che altrimenti mi genera ansia. Lo show che porteremo sarà sostanzialmente quello che abbiamo portato durante l’estate, quindi le canzoni sono già state provate e sappiamo cosa fare. I giorni di allestimento e di preparazione vera e propria arriveranno la prossima settimana e lì definiremo tutto. Per adesso preferisco procedere una cosa alla volta e non anticipare troppo con la testa quello che succederà.

Il 2026 ti ha portato su palchi molto importanti e ti ha trasformato, anche agli occhi del pubblico, in uno degli artisti più osservati della nuova scena cantautorale. Quanto senti questa pressione?

In realtà la pressione la sento pochissimo. Mi viene quasi automatico chiudere gli occhi e stare nella mia stanza, nel mio mondo. Anche perché avendo giocato a calcio ho imparato a distinguere due tipi di prestazione. Nel calcio il pubblico può influenzarti: ci sono tanti fattori, la preparazione della squadra, il caso, quello che succede durante la partita. Un live, invece, è una cosa diversa. Sul palco devo fare quello. Devo chiudere gli occhi e stare lì.

L’unico momento in cui ho sentito qualcosa di simile all’ansia è stato al Primo Maggio. Il palco si era girato, ma nessuno ci aveva detto che sarebbe partita la pubblicità. Siamo rimasti davanti alle persone per un paio di minuti, aspettando un segnale. Lì ho pensato: “Dobbiamo aspettare”. È una situazione normale, ma allo stesso tempo hai migliaia di persone davanti. Anche in quel caso, però, la soluzione è stata la stessa: chiudere gli occhi, entrare nel proprio mondo e fare quello che devi fare.

Nelle tue canzoni gli oggetti hanno un ruolo molto importante: una casa, una macchina, un cofanetto, un trenino, un pallone. Perché senti il bisogno di raccontare le emozioni attraverso qualcosa di concreto, che si può vedere e quasi toccare?

In realtà utilizzo gli oggetti perché sono affascinato dalla loro passività. Prima di scrivere tutti questi pezzi avevo scritto una canzone che probabilmente non uscirà mai e che si chiamava “Il sassone”. Mi affascinava l’idea di qualcosa che subisce il tempo, l’usura, tutte le cose che gli accadono senza avere la possibilità di ribellarsi.

Non puoi dire a un sasso di far spuntare le gambe e andare dall’altra parte del mondo. Un uomo, invece, può desiderarlo. Ed è proprio questo che mi affascina: gli oggetti hanno un’esistenza già scritta. Una matita sai che deve essere utilizzata per scrivere, una gomma per cancellare, un oggetto ha già dentro di sé la propria vocazione.

Noi esseri umani, soprattutto in questo periodo, abbiamo invece crisi vocazionali continuamente. Abbiamo tantissimi stimoli, tantissime possibilità e quindi è molto più difficile capire quale sia la nostra strada. Gli oggetti, da questo punto di vista, li ammiro proprio perché sembrano avere già dentro di sé una direzione.

Ogni tuo brano sembra essere un vero microcosmo, una piccola storia autonoma con personaggi, oggetti e luoghi che continuano a vivere anche al di fuori della canzone. Quanto è importante per te costruire una storia compiuta?

Secondo me l’importanza della storia sta nella storia stessa. Cerco di non utilizzare determinati elementi soltanto perché potrebbero creare più pathos o rendere il pezzo apparentemente più importante. Penso che ogni storia abbia un proprio valore e, soprattutto, che ogni storia sia bella se chi la racconta sa raccontarla.

Io non faccio grandi commenti sui miei pezzi. Se pubblico una canzone significa che mi piace, chiaramente, ma non riesco ad attribuirmi chissà quali meriti. Sono però consapevole del fatto che, quando una storia riesce ad andare avanti e a stare in piedi, significa che chi la ascolta ha accolto qualcosa in più.

In questo periodo, per esempio, in cui sono sommerso dalle domande, preferisco leggere delle storie piuttosto che dei libri di filosofia che mi spingono a pensare. Le storie partono dalla concretezza e hanno un rapporto diretto con la realtà. Per questo penso che, se racconti una storia, difficilmente sbagli.

Hai detto in passato che cerchi “sensazioni oltre la parola”. Ma quali sensazioni vuoi lasciare a chi ascolta la tua musica?

La verità è che io non scrivo perché voglio lasciare una determinata sensazione. Scrivo perché quella sensazione ce l’ho io. Poi, chiaramente, arriva l’interpretazione di chi ascolta. Quello che non sopporto è quando un artista dice: “Nella mia musica voglio mandare un messaggio”. Ma quale messaggio? Un messaggio non lo mandi tu. Se vuoi comunicare qualcosa, il filtro della mente umana non permetterà mai che venga ricevuto esattamente nel modo in cui lo hai pensato. Vedo tanti artisti sui social che dicono di voler “mandare un messaggio”. Ma cosa significa? Alla fine una canzone deve essere una canzone. Può parlare di politica, di amore, di qualsiasi cosa, ma non deve necessariamente trasformarsi in un comizio.

Penso a Battisti, quando veniva criticato in televisione e gli veniva chiesto cosa volesse dire con le sue canzoni: il punto era proprio che non necessariamente doveva voler dire qualcosa di preciso. Oppure Rino Gaetano, quando gli dicevano che i suoi brani erano troppo politici e lui spiegava che non li proponeva come comizi politici. Io immagino una persona che ascolta una canzone mentre fa le pulizie in casa: magari quella canzone parla anche di politica, ma quella persona la canta e la balla. Non è detto che in quel momento pensi a Berlinguer. Per questo non voglio lasciare una sensazione precisa. Io le sensazioni le provo e basta.

Hai pronunciato una frase molto significativa: “Le parole devono essere limitate, ma non limitanti”. Che cosa significa per te?

Significa che le parole, per loro natura, sono limitate. In Italia abbiamo un vocabolario molto ricco e forbito, ma le possibilità di costruzione che hai con quelle parole sono praticamente infinite. Per questo, quando sento il quarto artista che utilizza le stesse parole che ho già sentito quindici anni fa, mi viene da pensare: “Vabbè, un po’ di fantasia”. Alla fine una canzone non è necessariamente bella o brutta: può anche essere semplicemente ripetitiva. E quello che mi dà fastidio in questo periodo è proprio la ripetitività.

Sono un grande fan di G Mineiro, per esempio, perché mi piace il suo modo di approcciare la canzone. Non sono invece fan di tantissimi cantautori, nonostante il cantautorato sia una parte importante del mio mondo, perché per me tutto deve essere condito dall’originalità. E l’originalità non la cerco necessariamente nella canzone. La cerco nella persona. È questo che per me fa la differenza.

Ti sei definito un “ibrido”: non abbastanza calciatore, non abbastanza coatto, non abbastanza alternativo. Pensi che questo tuo non appartenere completamente a nessun mondo possa diventare un punto di forza?

Sì. Se devo dire la verità, penso proprio di sì. Anche perché io non è che sia me stesso: sono quasi condannato a essere me stesso. Mi sono reso conto che quando giocavo a pallone ero quello strano. Quando sto con persone più alternative, invece, sono comunque quello che viene dalla borgata e che magari vede ancora alcune cose in bianco e nero. C’è sempre questa sensazione di non appartenere completamente a una categoria.

Penso però che possa essere un punto di forza perché oggi fanno scalpore proprio i paradossi. Il fatto di non essere facilmente collocabile genera curiosità e la curiosità è un punto di forza. Mi viene in mente quella frase della canzone tradizionale spagnola “No soy de aquí ni soy de allá”: non sono di qua e non sono di là. È una sensazione che mi appartiene molto. E oggi, probabilmente, questa posizione ibrida può diventare qualcosa che incuriosisce.

All’inizio pensavi di essere un rapper, poi hai scoperto il cantautorato. Quanto è stato difficile accettare di essere qualcosa di diverso rispetto a quello che immaginavi?

In realtà non è stata tanto una questione di accettazione quanto di evoluzione. All’inizio avevo una certa narrazione in testa, quasi quella che potremmo definire “da cinquantenne”: pensavo al rapper come a qualcosa di distante da me e avevo una visione molto rigida delle categorie. Poi ho capito che non aveva senso ragionare in questo modo. Un rapper, un cantante, un cantautore, un interprete: oggi li guardo tutti allo stesso modo.

All’inizio magari pensavo: “Se non sono rapper, allora sono qualcosa di più”. Ma non è assolutamente così. Il cantautore non è niente di più di un rapper. Sono semplicemente forme diverse. Oggi potrei essere definito rapper, cantante, interprete, cantautore. Non mi interessa particolarmente l’etichetta. Deve parlare la musica, non quello che sei sulla carta.

Oggi, invece, qual è l’aspetto della tua musica che ti rende maggiormente orgoglioso?

Sicuramente la spontaneità. Non sono in grado di cantare una canzone che non sento mia. Tutto è nato in maniera molto naturale: io che cantavo alle autogestioni con la chitarra, le mie amiche che mi facevano dei video, quei video che poi sono stati pubblicati su TikTok e che, alla fine, hanno contribuito a costruire quello che sarebbe diventato il mio profilo.

Non c’è mai stato un momento in cui ho deciso a tavolino di costruire un personaggio. Ho avuto soltanto una fase, durata per fortuna pochissimo, in cui pensavo: “Adesso devo fare il cantautore, quindi devo scrivere di questo o di quello”. Dopo due mesi ho detto basta. Ho capito che dovevo semplicemente fare musica bella. Non mi interessava più di cosa dovessi parlare, di come dovessi farlo o di quale argomento fosse considerato più adatto a un cantautore. Deve esserci la bellezza. Tutto deve essere condito dalla bellezza. È questo che oggi mi interessa davvero.

Quindi anche il tuo percorso, in fondo, sembra andare nella stessa direzione delle tue canzoni: liberarti progressivamente delle etichette e trovare una forma che ti appartenga.

Sì, probabilmente è proprio così. Anche perché non penso di avere mai avuto un’identità completamente definita. Sono sempre stato abbastanza frammentato e mi sono sempre circondato di persone molto lontane da quello che facevo io. In un certo senso mi piace anche non essere capito completamente. Perché non essere capito ti responsabilizza. Ti obbliga a spiegarti attraverso quello che fai, non attraverso un’etichetta. Alla fine, se la musica funziona, non importa molto se sei un rapper, un cantautore o qualsiasi altra cosa. La canzone deve stare in piedi da sola.

E allora cosa vorresti che accadesse quando una tua canzone arriva a qualcuno che non ti conosce?

Vorrei semplicemente che quella persona prendesse qualcosa dalla canzone, ma senza che io le dica cosa deve prendere. Non voglio guidare l’ascolto. Mi interessa molto di più che una canzone possa diventare qualcosa di diverso per ogni persona. Io metto dentro una storia, degli oggetti, delle persone, delle immagini e delle sensazioni che appartengono a me. Poi, quando la canzone esce, non è più soltanto mia. È questo il bello della musica: non puoi controllare completamente quello che succede dall’altra parte. E secondo me è giusto così.

Dopo il Concertone del Primo Maggio, il MI AMI, il Rino Gaetano Day e l’estate dal vivo, il Monk rappresenta un passaggio ulteriore. Che cosa significa per te tornare a suonare nella tua città?

È importante perché Roma è il luogo da cui è partito tutto. Ma allo stesso tempo cerco di non caricare troppo il concerto di aspettative. Anche in questo caso voglio arrivare sul palco e fare quello che devo fare. Per me il live è il luogo in cui posso essere più libero. Quando sono sul palco per quei quaranta minuti non mi sento schiavo di niente. Non devo dimostrare di essere un cantautore, un rapper, un ragazzo di periferia o un artista alternativo. Sono semplicemente lì, con le canzoni. E alla fine è proprio questo che voglio fare: musica bella, senza preoccuparmi troppo di dover spiegare chi sono.

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