Intervista ai Duo Bucolico, che saranno ospiti del MEI 2026 dove riceveranno insieme agli España Circo Este il Premio “Migliore Canzone Indipendente dell’anno”.
“Champagne!” è il decimo album del Duo Bucolico, un traguardo che suggella vent’anni di musica e brindisi. Non si tratta di un semplice disco, ma di una vera e propria esplosione: un lavoro effervescente, prezioso e, a modo suo, “istituzionale”. L’album si presenta come un invito alla festa pura, nato con l’obiettivo di inebriare l’ascoltatore di parole e trasportarlo altrove: come ad abbandonarsi al sole, seduti su una vecchia panca di legno davanti a un casale sperduto nelle campagne della Romagna.
Intervista ai Duo Bucolico
1. Partiamo dal Premio MEI “Migliore Canzone Indipendente dell’Anno” per “Boicotta il palazzetto”. Che effetto vi fa ricevere un riconoscimento per una canzone che, per sua stessa natura, nasce per mettere in discussione il sistema dei grandi eventi?
La nostra é sempre stata uba attività trasversale, ci piace fare il zig-zag sotto i cavalcavia delle autostrade piuttosto che viaggiarci sopra. Adoriamo le statali piene di vita vera e di trattorie fantastiche. Credo che la metafora sia azzeccata, il riconoscimento viene infatti da chi di statali si intende non certo da chi governa le autostrade.
2. “Boicotta il palazzetto” è un titolo volutamente provocatorio. Quando avete capito che quella provocazione poteva trasformarsi in una vera e propria canzone-manifesto?
Va sottolineato che l’idea parte dai formidabili colleghi Espana Circo Est e noi ne abbiamo condiviso a pieno sintesi e significato. Quando scrivi in maniera sincera, senza filtri e senza obiettivi preconfezionati poi succede che le canzoni prendono la loro onesta via e vengono riconosciute da chi ha orecchie giuste per capire.
3. Il brano nasce dalla collaborazione con gli España Circo Este. Come è nato l’incontro artistico e cosa ha portato ciascuno dei due mondi musicali all’interno della canzone?
Come dicevo l’idea é loro noi abbiamo aggiunto un pó di pepe bucolico, la nostra estrazione é stracantautorale e nella nostra strofa si sente questo sapore di versi italici un pó vintage e un pó avanguardisti.
4. Giordano Sangiorgi, motivando il Premio, parla del rischio che il gigantismo degli eventi finisca per drenare risorse dai piccoli club, dai festival indipendenti e dagli artisti emergenti. È un’analisi che condividete completamente? E quanto è difficile oggi, per un artista indipendente, trovare spazio fuori dai grandi circuiti?
Analisi giustissima, pensiamo spesso ai giovani artisti, autori, alla fatica sempre piú pesante nel trovare luoghi di esibizione per far sentire le proprie cose. Il palco si impara facendolo e non si smette mai di imparare, ma se il palco non c’é te lo hanno sequestrato tu dove e cosa impari? Ho l’impasto pronto, dove stendo la piada se non ho il tagliere e il mattarello?
5. Voi avete suonato in oltre 1.500 concerti, passando dai circoli alle piazze, dai festival alle feste private. Che cosa avete imparato sulla musica dal vivo osservando questa realtà dal basso, palco dopo palco?
Abbiamo imparato che al centro di ogni attività umana ci sono le persone. Noi ci nutriamo di loro e loro di noi, lo scambio é continuo e da origine al gioco. Solo se ritroviamo lo stupore e sganciamo il dirigibile dell’immaginazione possiamo godere della musica dei concerti dello stare insieme in un luogo e renderlo magico.
6. C’è una contraddizione nel sistema attuale: da una parte aumentano i mega-eventi e i grandi numeri, dall’altra diminuiscono i piccoli spazi. Secondo voi cosa rischia di perdere la musica italiana se questa tendenza continuerà?
Come ho detto, la musica si perderà i giovani talenti che tanto hanno da dire e da esprimere. Senza il barettino sotto casa che ospita il tuo primo live perdiamo in partenza. Se la politica fosse rivolta ai giovani e alle loro esigenze si sarebbe accorta da tempo di questo disastro artistico e sociale. Invece si strozza il baretto, si mette il limitatore dei decibel, si riempie di tasse, multe e permessi infiniti e si chiudono i poli vitali della socialità, in parole povere si assassina l’arte.
7. Avete costruito un rapporto molto particolare con il vostro pubblico, fatto di improvvisazione, ironia e libertà. Quanto è importante oggi mantenere uno spazio di imprevedibilità in un mondo musicale sempre più programmato e costruito anche attraverso i social?
Noi per natura siamo a-programmatici, docili cuccioloni ma anche animali selvatici. La formalità ci uccide, il salottino ci va indigesto siamo fatti così, questo a lungo andare ha giocato anche a nostro favore rendendoci in qualche modo strani, diversi in maniera assolutamente inconsapevole. Il nostro pubblico improvvisa con noi, il gioco é di tutti, quando la magia interviene allora si, si puó parlare anche di libertà.
8. Arriviamo a “Champagne!”, il vostro decimo album. Dopo vent’anni di attività, che cosa significa per voi arrivare a un traguardo così importante senza aver perso quella vena anarchica e surreale che vi contraddistingue?
Ogni album é sempre un nastro di partenza mai un arrivo, che sia il primo o il decimo conta poco. La vena che tu citi é semplicemente la nostra natura, la cosa piú facile e naturale che abbiamo. L’atto di giocosa follia di scrivere un album non puó che essere l’epressione dei notri travagliatissimi animi cantautorali e vinosi.
9. “Champagne!” è un disco “effervescente, prezioso e, a modo suo, istituzionale”. Cosa significa per voi rendere “istituzionale” un disco del Duo Bucolico? È una provocazione anche questa?
È un’esclamazione vintage, un esortar cavalleresco al libar gudurioso, per questo ha un ché di corte decadente in cui i due baronetti tentano un ultimo miracoloso brindisi.
10. Il disco sembra essere un brindisi ai vostri primi vent’anni. Oggi, guardandovi indietro, che cosa è rimasto uguale nel Duo Bucolico e che cosa invece è cambiato profondamente?
Le nostra fondamenta sono le stesse, nulla é cambiato, alla base abbiamo divertimento e qualcosa da dire, punto. Nei live invece é cambiato l’ambientazione, tempo fa dovevi convincere un ristorante intero ad ascoltarti, ora hai una platea di ragazze e ragazzi che cantano le tue canzoni. L’esperienza e i tanti concerti ci ha resi piú consapevoli e ogni tanto una bottarella di “mestiere” ce la mettiamo anche noi. Poi adesso ci sono i camerini pieni di roba da bere e mangiare al posto delle cambuse dove cambiarsi in mezzo ai fusti della birra…
11. Nei vostri testi convivono nonsense, filosofia, satira e osservazione della quotidianità. Da dove arrivano le idee per personaggi e situazioni apparentemente assurde come quelle raccontate nelle tracce di “Champagne!”?
Arrivano dalla curiosità, dall’ascolto, dall’osservazione, dalla maniacale ricerca di un punto di vista sghembo, sbilenco, trasversale che a volte illumina la realtà che la formalità e la uniformalità aveva sfocato. Ogni esistenza e ogni persona puó divenire personaggio da Champagne! un disco scritto in campagna che ha sapor di vino schietto e formaggio stagionato.
12. Il vostro viene definito “cantautorato illogico d’avanguardia”. Vi riconoscete ancora in questa definizione oppure, dopo vent’anni, sentite il bisogno di trovare una nuova etichetta per descrivere quello che fate?
Ce lo sentiamo ancora ben cucito addosso e cerchiamo di onorare il suo non significato in ogni nostra espressione.
13. Musicalmente avete scelto di mantenere un suono essenziale, classico e quasi “inattuale”, pur registrando un disco con grande attenzione alla contemporaneità. È una scelta estetica consapevole anche contro le mode del momento?
È il frutto di un percorso di sperimentazione e di maturazione credo… Non é contro nulla é il modo che noi conosciamo e riconosciamo di esprimerci. È partito dalla semplicità, ha sperimentato anche vestiti piú complessi e vagamente pop per poi ritornare alla semplicità consapevole e organizzata che ci contraddistingue.
14. Il vostro pubblico è molto trasversale. Secondo voi cosa permette a una proposta così libera, ironica e apparentemente fuori dagli schemi di riuscire a parlare a generazioni e persone così diverse?
Avere qualcosa da dire e dirlo in maniera autentica, uniscici anche il coraggio di essere ironico-comici, una caratteristica che sembra smarrita nell’Italia che é stata di Jannacci, di Conte di Freak Antony
15. In un’epoca in cui molti artisti inseguono numeri, algoritmi, playlist e grandi palchi, voi continuate a rivendicare una dimensione più artigianale e umana della musica. Quanto costa oggi essere fedeli alla propria identità?
Non costa ci si guadagna, se insegui un numero diventi quel numero, noi siamo furgone, abbracci, risate, strette di mano, il resto ci interessa poco.
16. “Boicotta il palazzetto” e “Champagne!” sembrano avere due anime diverse: da una parte la denuncia, dall’altra la festa. In realtà sono forse due facce della stessa idea di musica?
Abbiamo dimenticato che la denuncia nella storia é sempre passata attraverso la burla? Chi poteva prendere in giro il potente atteaverso la canzonatura se non il menestrello, il saltimbanco di corte. Ecco dove abbiamo smarrito la strada, dimenticandoci questo…
17. Il Premio MEI arrives proprio nel ventennale del Duo Bucolico. Lo considerate un punto di arrivo o, al contrario, un’occasione per rilanciare ancora una volta la vostra idea di musica indipendente?
È un punto interrogativo in realtà, non siamo abituati ai premi, non vorremmo che fosse il primo segnale di una certa vecchiaia… ahahahah! in realtà ci fa molto sorridere e francamente é una domanda alla quale non sappiamo rispondere lucidamente

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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