Intervista a Pollio sul nuovo album Dopo la bomba: significato dei brani, temi di alienazione e resistenza, rapporto con il tempo, identità e live all’Arci Bellezza di Milano.
Dopo nove anni di silenzio discografico, Pollio torna con Dopo la bomba, un album che suona come una ricostruzione emotiva e artistica, nata dalle macerie di un’epoca instabile e iper-misurabile. Sette brani concepiti come universi autonomi ma tenuti insieme da un’idea forte di resistenza interiore, in cui l’alienazione contemporanea si intreccia alla necessità di preservare istinto, umanità e dubbio. Tra immagini simboliche, riflessioni sul tempo che passa e una critica lucida alla riduzione dell’identità a percentuale, Pollio firma un lavoro intimo e politico allo stesso tempo. In questa intervista il cantautore racconta la genesi del disco, il lungo percorso che lo ha riportato alla scrittura, il rapporto con l’età e con il mercato musicale, e il bisogno urgente di restare “anomalia” in un sistema che tende all’omologazione.
Intervista a Pollio
Il tuo nuovo album Dopo la bomba arriva a diversi anni di distanza dal precedente. Cosa rappresenta per te questo disco nel tuo percorso artistico?
Dopo la bomba è una vera e propria pietra miliare personale. Anche se l’assenza è stata soprattutto discografica, in questi anni non ho mai smesso di fare concerti: la musica dal vivo è sempre stata una costante della mia vita. Sentivo però il bisogno di fermarmi, di mettere a fuoco il mio stile e capire davvero chi fossi artisticamente prima di tornare. Questo disco nasce proprio da quel lavoro di scavo, di selezione e di ricostruzione, ed è la sintesi di ciò che ho tenuto, scartato e trasformato di me stesso e del mio passato.
Il titolo Dopo la bomba è molto evocativo. Che significato ha?
È l’idea di rimettere insieme le macerie dopo qualcosa che ha fatto esplodere equilibri, certezze, identità. Dopo certi avvenimenti, nella vita, sei costretto a ricostruirti. Questo album racconta proprio quel processo: unire i puntini, fare ordine, ritrovare un senso. È un disco che parla di sopravvivenza, ma anche di consapevolezza.
Hai definito il disco come un “mosaico di singoli”. Quanto era importante che ogni brano avesse una propria identità?
Era fondamentale. I brani sono sette, pochi ma scelti con grande attenzione. Ognuno di essi nasce come una canzone autonoma, con un inizio e una fine ben definiti, senza l’idea di “pezzo di punta” o di riempitivo. Tutti raccontano un punto di vista diverso su cosa significhi trovarsi “dopo la bomba”. Il concept non è tanto narrativo quanto concettuale: il suono li tiene insieme, ma ogni brano è un piccolo universo a sé.
Nei testi emerge una forte sensazione di alienazione, ma anche di resistenza. È più un disco di denuncia o di sopravvivenza emotiva?
È prima di tutto un disco che serviva alla mia sopravvivenza emotiva. Però, quando inizi a scavare dentro di te, inevitabilmente ti rendi conto che alcune ferite non sono solo personali, ma collettive. A quel punto nasce anche la denuncia, soprattutto quando lo sguardo si allarga e si esce dalla dimensione intima per osservare il mondo intorno.

Nel disco convivono immagini quotidiane e visioni molto simboliche. Da dove nasce il tuo immaginario poetico?
Sono sempre stato attratto dalla dimensione umanistica: la mitologia, la storia, l’antica Roma. Forse c’entra anche il fatto di avere origini romane, quelle immagini le avevo letteralmente sotto gli occhi. Crescendo ho iniziato a contestualizzarle, ma fanno parte del mio modo naturale di raccontare. Altre immagini invece emergono quasi inconsciamente, magari da un film, da un cartone animato dell’infanzia, da qualcosa che mi ha emozionato senza che me ne rendessi conto.
C’è un verso di “Luciole” che sembra racchiudere l’intero progetto: “Il buio ci appartiene ma abbiamo luciole in testa”. Ti ci riconosci?
Sì, molto. È una frase semplice ma racchiude il senso del disco: riconoscere il buio, senza negarlo, ma scegliere comunque di coltivare una luce interiore. È una dichiarazione di resistenza, di speranza lucida, non ingenua.
In “Quand’ero vecchio” affronti il tema del tempo e dell’età. Che rapporto hai oggi con l’invecchiamento e con le tue versioni passate?
Oggi ho 41 anni e ho un rapporto molto più sereno con l’età rispetto a quando ho iniziato a concepire questo disco, intorno ai 33-34 anni. In quel periodo mi sentivo già “vecchio” per il sistema discografico, come se fossi un Dead Man Walking. È assurdo pensarci oggi, ma quella sensazione era reale. “Quando ero vecchio” nasce proprio da lì: dal bisogno di fermare le paure, guardarle e capire che alcune parti di noi invecchiano, mentre altre, paradossalmente, ringiovaniscono.
“La percentuale” affronta invece il tema dei numeri, del controllo e della profilazione. Quanto senti che oggi l’identità venga ridotta a una statistica?
Il rischio è altissimo, ma non credo che siamo ancora del tutto fottuti. Finché i sentimenti restano fuori da quella logica, c’è speranza. La tecnologia non è il problema in sé: il problema è quando tutto diventa misurabile, prevedibile, algoritmico. Dobbiamo preservare istinto, intuizione, imprevisto. Viva anche ciò che può andare male, purché sia vero.
Il 30 gennaio porterai Dopo la bomba dal vivo all’Arci Bellezza di Milano. Che tipo di live dobbiamo aspettarci?
Un live reale, completamente suonato. Niente sequenze, niente basi, niente click. Ovviamente non potremo portare un’orchestra di 40 elementi sul palco, ma abbiamo trovato soluzioni per rendere vive anche le canzoni più orchestrali. Sarà un concerto sentito, organico, che attraverserà tutto il mio percorso solista, con una ventina di brani, qualche omaggio importante e anche un ritorno alle origini con gli io?drama.
Cosa speri resti a chi ascolterà Dopo la bomba?
La sensazione che, anche dopo un’esplosione, si possa ricostruire. Guardare la realtà per quella che è, anche cruda, ma innamorarsene comunque. Senza alienarsi, senza perdere l’umanità.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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