Rancore Foto stampa Fanfole_credits Giovanna Onofri

Intervista a Rancore che, dopo aver esplorato le molteplici dimensioni dello “Xenoverso“, torna con un nuovo album, Tarek da colorare.

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Nel panorama del rap italiano contemporaneo, Rancore rappresenta da anni una voce fuori dagli schemi, capace di trasformare la parola in materia viva e di costruire universi narrativi complessi, stratificati e spesso destabilizzanti. Con il nuovo album “Tarek da colorare”, l’artista compie un ulteriore passo avanti in un percorso già segnato da ricerca, sperimentazione e tensione filosofica. Non si tratta semplicemente di un disco, ma di un’esperienza immersiva che coinvolge ascoltatore e autore in un dialogo continuo, quasi fisico.

Il progetto nasce da una frattura interiore, da una crisi che diventa terreno fertile per una rinascita artistica e umana. In questo viaggio, Rancore abbandona – almeno simbolicamente – il proprio nome d’arte per tornare a “Tarek”, la sua identità più autentica. Un gesto che non è solo estetico, ma profondamente concettuale: è un invito a riscoprire sé stessi, a rimettere in discussione certezze e linguaggi, a “colorare” un’identità che non è mai definitiva.

Tra riflessioni sul potere delle parole, critica alla società contemporanea e una libertà creativa senza compromessi, “Tarek da colorare” si configura come uno dei lavori più ambiziosi e personali dell’artista. In questa intervista, rielaborata e approfondita, emergono i temi centrali del disco: l’amnesia come atto creativo, la crisi del linguaggio, il rapporto con l’industria musicale e la necessità, oggi più che mai, di difendere la propria voce.

Intervista a Rancore, il nuovo album “Tarek da colorare”

Questo nuovo progetto rappresenta un momento importante del tuo percorso. Che cos’è “Tarek da colorare” per te?

È sicuramente un momento di cambiamento, forse uno dei più profondi che abbia vissuto artisticamente. Questo disco nasce da un’esigenza di riscoperta, di ritorno a qualcosa di più autentico. Non a caso ho scelto di utilizzare il mio nome di battesimo, Tarek, invece del nome d’arte. È come se volessi togliere uno strato, avvicinarmi di più a quello che sono davvero, senza filtri.

Il titolo stesso è già una dichiarazione di intenti: “da colorare” implica un coinvolgimento diretto di chi ascolta. Non è un’opera chiusa, ma aperta, che chiede partecipazione. La copertina è letteralmente colorabile, il booklet è costruito come un enigma. È un invito a entrare nel mio mondo, ma anche a modificarlo, a completarlo. In fondo, è un viaggio dentro di me, ma anche dentro chi ascolta.

Hai parlato di una “frattura” da cui nasce il disco. Quanto è stato difficile abbandonare il tuo mondo precedente e ripartire?

In realtà non è stata una scelta volontaria. È come se fosse successo qualcosa più grande di me. Nella narrazione del disco parlo di un “reinserimento” nell’universo, quasi come se fossi stato espulso e poi rimesso dentro, con una sorta di amnesia.

Questa amnesia è centrale: rappresenta il tentativo di tornare alla realtà dopo aver esplorato zone molto profonde e oscure della mia interiorità. Ma il ritorno non è semplice. Quando torni, non riconosci più il mondo, e forse nemmeno te stesso. C’è una forte insofferenza verso la quotidianità, verso il rumore costante che ci circonda. È come essere fuori posto, anche quando sei “a casa”.

L’amnesia nel disco sembra quasi un elemento chiave. Pensi che dimenticare possa essere un atto creativo?

Assolutamente sì. Dimenticare è un atto creativo perché ci libera da due grandi vincoli: la razionalità e il tempo. Il ricordo è legato alla memoria, al cervello, mentre dimenticare permette di accedere a parti di noi più profonde, più emotive.

Oggi viviamo troppo nella testa e troppo poco nel presente. Il cervello cerca di convincerci che siamo solo lui, ma non è così. Siamo anche cuore, istinto, anima. Dimenticare significa uscire dagli schemi e tornare a sentire davvero. Non è un rifiuto del ricordo, ma una ricerca di equilibrio tra ciò che ricordiamo e ciò che lasciamo andare.

Dal punto di vista musicale, come avete costruito questa tensione emotiva così forte?

Non ci siamo dati limiti. Non abbiamo imposto strutture o regole. Tutto è nato in modo molto naturale, seguendo le emozioni. La musica e le parole si sono sviluppate insieme, senza che una dominasse sull’altra.

È stato un processo anche molto sperimentale. La cosa più importante era il contenuto: le parole dovevano trasportare la musica e viceversa. Quando questo equilibrio funziona, nasce qualcosa di autentico.

Il disco è molto eterogeneo, ma mantiene una forte coerenza interna. Come hai costruito questa unità?

Sono stato molto presente in ogni fase del processo. Sono molto esigente, forse anche troppo, ma sentivo il bisogno di controllare tutto. Avevo in mente un disegno complessivo, anche se all’inizio era chiaro solo a me.

È come costruire un palazzo: chi lavora ai dettagli non sempre vede l’insieme. Solo alla fine tutto prende forma. In questo senso devo ringraziare i produttori come Meiden e Duffy, che hanno avuto la pazienza di seguirmi, e altri collaboratori che hanno contribuito a dare concretezza a questa visione.

In alcuni brani, come “Fanfole”, utilizzi parole inventate. È una critica al linguaggio contemporaneo?

Sì, nasce come una critica. Oggi il linguaggio è spesso uno strumento di potere, usato per guidare e confondere. Inoltre siamo pieni di neologismi e inglesismi che non sempre appartengono davvero alla nostra cultura.

Io ho voluto fare il contrario: recuperare la libertà della parola. Mi sono ispirato anche a figure come Fosco Maraini, che ha creato un linguaggio completamente inventato ma profondamente espressivo. Ho mescolato parole antiche, termini dimenticati, suoni nuovi. È un modo per dimostrare che il linguaggio può essere ancora uno spazio creativo, non solo un limite.

Il brano “Basta” sembra un punto centrale del disco. Come lo definiresti?

È un grido. Non è nemmeno una canzone in senso tradizionale. È una finta hit che prende in giro il concetto stesso di hit. È una rottura, come lo sono le parole in altri brani.

“Basta” è un momento di pausa, di riflessione. Non è un “basta” definitivo, ma temporaneo. È un invito a fermarsi, a capire cosa sta succedendo intorno a noi. Viviamo in una sorta di guerra psicologica continua, fatta di informazioni, pubblicità, divisioni sociali. Questo brano è la reazione a tutto questo.

Dopo questo percorso, qual è l’aspetto della tua musica di cui sei più orgoglioso oggi?

La libertà. Una libertà totale, sia nel linguaggio che nel suono. Ma anche nel mio rapporto con l’industria musicale.

Ho capito che molte regole sono costruite per distrarti dalla cosa più importante: la creatività. E il rischio più grande è arrivare a odiare ciò che ami, proprio a causa del sistema in cui sei inserito. Per me la creatività è qualcosa di sacro, e va difesa a tutti i costi.

È una battaglia continua, contro tutto ciò che cerca di uniformarti o di toglierti la voce. Ma è una battaglia che vale la pena combattere.

Cosa dobbiamo aspettarci dai live di questo progetto?

Libertà, ancora una volta. Cercheremo di portare sul palco lo stesso spirito del disco: qualcosa di vivo, in movimento, che possa cambiare ogni sera. Non sarà una semplice esecuzione, ma un’esperienza condivisa.

Qui il calendario dei live e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

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