Roberto Fabbri

Il 29 settembre il chitarrista e compositore ROBERTO FABBRI sarà in concerto nella sala Goffredo Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica “Ennio Morricone” di ROMA con “BATTISTI IN… CLASSICA!“, il suo progetto discografico dedicato a LUCIO BATTISTI, pubblicato e distribuito da Sony Music Italy.

Inizio concerto ore 20.00I biglietti sono disponibili su Ticketone.it.

Ad accompagnare Roberto Fabbri sul palco ci saranno Philotes Strings Quartet e l’Ensemble d’archi del Conservatorio Statale “Giulio Briccialdi” di Terni, diretti da Luca Proietti, autore degli arrangiamenti.

Il concerto è stato promosso dall’Associazione Culturale Giacimenti Culturali e prodotto dalla Conect Srls.

Le meravigliose canzoni di Battisti, eseguite dalla sei corde di Fabbri con la delicatezza del tocco e la sapienza del grande concertista, si arricchiscono così della dimensione orchestrale degli archi. Un accompagnamento che ne esalta la forza melodica e armonica e conferisce ai brani uno spessore e una veste tali da proiettarli in una vera e propria dimensione classica.

Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

Intervista a Roberto Fabbri, a Roma il concerto “Battisti… in classica”

Roberto, partiamo dall’appuntamento del 29 settembre. Una data particolarmente significativa, visto che proprio “29 settembre” è uno dei brani che hai scelto di portare sulla chitarra classica. Com’è nata l’idea di rileggere Lucio Battisti attraverso questo strumento?

In realtà tutto parte da un legame molto personale con la musica di Battisti. Ho iniziato a suonare la chitarra da ragazzino e, come è successo a tantissimi chitarristi italiani, le prime cose che ho imparato erano proprio le sue canzoni. Battisti, del resto, era lui stesso un chitarrista e nasce professionalmente anche come turnista. È un autore che appartiene al nostro DNA musicale. Un conto, però, è prendere una chitarra e accompagnarsi con degli accordi, un altro è affrontare quei brani con la chitarra classica. In quel caso bisogna riuscire a suonare contemporaneamente melodia, armonia e accompagnamento, costruendo un arrangiamento che permetta allo strumento di raccontare tutto il brano. È una difficoltà tecnica molto maggiore, ma era anche un mio sogno da tempo: riuscire a trasformare queste canzoni in vere composizioni per chitarra classica. Il progetto era già nato con l’album pubblicato per Sony, ma per il concerto del 29 settembre al Parco della Musica di Roma ho voluto aggiungere tre brani: proprio “29 settembre”, che non poteva assolutamente mancare, “La luce dell’est” e “Acqua azzurra, acqua chiara”.

Ascoltando questi arrangiamenti si ha quasi la sensazione che la chitarra sostituisca la voce. Le parole non ci sono, ma in qualche modo continuano a vivere attraverso le note. È questo uno degli obiettivi del progetto?

Assolutamente. Le note sono evocative delle parole. I testi di Battisti li abbiamo talmente interiorizzati che non c’è neppure bisogno di cantarli: quando ascoltiamo determinate melodie, quelle parole arrivano immediatamente alla nostra memoria. La mia intenzione era proprio quella di creare un nuovo ambiente intorno alla musica di Battisti, portandola in una dimensione classica. In questa veste i suoi brani diventano quasi musica cameristica e si può apprezzare fino in fondo la straordinaria capacità compositiva di Lucio. Spesso, quando ascoltiamo Battisti, siamo naturalmente portati a concentrarci sulla canzone nel suo insieme, sulle melodie e sui testi di Mogol. Togliendo la voce e lavorando soltanto sulla musica, invece, emerge una complessità compositiva impressionante. Ci si può quasi dimenticare per un attimo che si tratta di Battisti e pensare semplicemente: “Che musica meravigliosa”.

Hai parlato della complessità della scrittura di Battisti. Cosa ti ha colpito maggiormente nel lavorare sui suoi brani in una veste esclusivamente strumentale?

La cosa che mi ha colpito è che Battisti non si ripete praticamente mai. Ogni brano ha una propria identità, una propria struttura e una propria idea musicale. Non si limita a riproporre degli stilemi già ascoltati. Questo aspetto è fondamentale quando trasformi una canzone in un brano strumentale. Se prendi canzoni di autori che utilizzano strutture molto simili, eliminando le parole rischi che tutto diventi più uniforme. Con Battisti questo non accade, perché la sua musica è talmente ricca e originale da riuscire a vivere anche senza il testo. È un po’ quello che succede con i Beatles: anche le loro composizioni, quando diventano esclusivamente strumentali, continuano ad avere una forza incredibile. Credo che Battisti abbia esattamente questa caratteristica.

Il repertorio di Battisti è sterminato. Come hai scelto le canzoni da inserire nel progetto?

Il primo criterio è stato molto musicale. Ho cercato soprattutto quei brani nei quali la chitarra aveva già un ruolo importante, evitando in particolare le composizioni più elettroniche e concentrandomi sul periodo iniziale, quello degli anni Settanta e della collaborazione con Mogol. Ci sono canzoni che nascono già con un’impronta fortemente chitarristica, magari attraverso un arpeggio iniziale. “La luce dell’est”, per esempio, ha quell’apertura eterea e quasi sospesa, mentre “29 settembre” presenta anch’essa un’importante componente chitarristica. Sono partito quindi da questo elemento, ma naturalmente ho considerato anche la popolarità dei brani. Volevo scegliere canzoni che appartenessero all’immaginario collettivo e che il pubblico potesse riconoscere immediatamente, pur ascoltandole in una veste completamente nuova.

“La luce dell’est” è un brano particolarmente interessante anche per la sua costruzione. Cosa hai trovato in quella composizione?

È un brano quasi progressivo. Parte con un arpeggio molto bello, etereo, che sembra preparare qualcosa di completamente diverso rispetto a quello che arriva dopo. Poi entra una melodia che non ha necessariamente un rapporto prevedibile con quel preambolo. Sono proprio queste caratteristiche che mi hanno affascinato. Quando poi inserisci gli archi, la composizione assume una dimensione ancora più ampia. È una musica che si presta naturalmente a essere riletta in chiave strumentale e classica.

Sul palco non sarai solo. Il concerto del 29 settembre sarà infatti costruito attorno a chitarra e archi.

Sì, e questo è un elemento per me molto importante. Sul palco ci saranno undici archi: il Filotes Quartet, che costituisce il concertino, sarà ampliato dall’ensemble d’archi del Conservatorio Briccialdi di Terni. La direzione sarà affidata a Luca Proietti. Quindi ci sarà un direttore, un ensemble d’archi e il solista alla chitarra. È a tutti gli effetti un concerto solistico per chitarra e orchestra. Credo che questa formazione amplifichi ulteriormente quella dimensione sognante che già appartiene alle canzoni di Battisti. Gli archi permettono di valorizzare alcune sfumature che nella versione originale magari percepiamo in modo diverso.

Tu lavori spesso anche con giovani musicisti. Che tipo di interesse riscontri oggi nei confronti di Lucio Battisti, considerando che è scomparso ormai da 28 anni?

I giovani lo conoscono. Questa è una cosa che mi ha fatto molto piacere verificare direttamente. Abbiamo già portato il progetto in alcune occasioni, anche con un semplice quartetto d’archi formato da ragazzi del conservatorio, e ho visto quanto entusiasmo hanno messo nello studio di queste composizioni. Quella che presenteremo il 29 settembre sarà la prima versione più ampia, con un ensemble importante, ma l’esperienza precedente mi ha già dimostrato che la musica di Battisti riesce a parlare anche alle nuove generazioni. Credo che sia soprattutto la sua vena melodica a colpire. Al di là dell’epoca in cui è stata scritta, è musica che mantiene una grande immediatezza e una grande qualità compositiva.

Negli ultimi anni il repertorio di Battisti è arrivato anche sulle piattaforme digitali. Pensi che questa maggiore accessibilità abbia contribuito a farlo conoscere alle nuove generazioni?

Credo che fosse importante, soprattutto per le nuove generazioni, poter ascoltare liberamente un cantautore come Battisti. È fondamentale avere la possibilità di conoscere la sua musica e comprendere la qualità del suo lavoro. Quando un repertorio rimane meno accessibile, inevitabilmente rischia di essere conosciuto soltanto attraverso la memoria delle generazioni precedenti. La presenza sulle piattaforme ha permesso invece a molti ragazzi di avvicinarsi direttamente alle canzoni, senza necessariamente passare dai genitori o da chi le aveva ascoltate negli anni Settanta. Per me è stata una restituzione importante. Battisti appartiene alla storia della musica italiana e credo sia giusto che continui a essere ascoltato, studiato e reinterpretato.

Una domanda che sicuramente molti appassionati ti avranno già fatto: pensi di poter ampliare il progetto anche alle opere più tarde di Battisti, quelle della collaborazione con Pasquale Panella?

È una possibilità che mi hanno chiesto in molti. Devo dire, però, che le composizioni del periodo Panella sono molto più elettroniche e appartengono a un territorio che è un po’ distante dal mio campo d’azione, essendo io principalmente un musicista classico. Non escludo completamente la possibilità di affrontarle, ma bisognerebbe immaginare un’operazione differente. Probabilmente sarebbe necessario inserire una componente elettronica e costruire un linguaggio diverso da quello utilizzato per questo progetto. Le prime canzoni di Battisti, invece, hanno già al loro interno arrangiamenti d’archi straordinari. Esiste un materiale orchestrale che si presta naturalmente alla rilettura che ho scelto. Per questo motivo il lavoro è stato, sotto certi aspetti, più naturale.

Hai scelto una strada precisa anche dal punto di vista dell’organico, rinunciando a basso e batteria. Perché questa decisione?

Perché non volevo trasformare il progetto in qualcos’altro. Non volevo creare una sezione ritmico-sinfonica aggiungendo basso e batteria. La mia intenzione era mantenere una dimensione autenticamente classica. Credo che questa scelta sia importante per comprendere il senso dell’operazione. Non volevo semplicemente fare una nuova versione delle canzoni di Battisti: volevo far emergere la loro struttura musicale attraverso chitarra e archi. E i brani di quel periodo si prestano perfettamente a questa dimensione. Gli arrangiamenti originali contengono già degli elementi orchestrali splendidi, che possono essere riletti senza perdere l’identità delle composizioni.

Il 29 settembre ti aspetta quindi il Parco della Musica di Roma. Che significato ha per te portare proprio lì questo progetto?

È un appuntamento molto importante. Il Parco della Musica è una sorta di tempio della musica classica italiana e poter vivere questa esperienza proprio lì ha per me un significato particolare. Portare Battisti in questo contesto significa anche guardare alla sua musica da una prospettiva diversa. Non soltanto come patrimonio della canzone italiana, ma come musica capace di reggere una rilettura strumentale, cameristica e orchestrale. Spero che il pubblico possa ascoltare questi brani con orecchie nuove e magari riscoprire anche dettagli e sfumature che nella versione originale rimangono più nascosti. In fondo è proprio questo il senso del progetto: continuare a far vivere la musica di Battisti attraverso un altro linguaggio, senza tradirne l’essenza.

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