Rossana De Pace

In un tempo in cui tutto sembra frammentato, accelerato, disgregato, Rossana De Pace sceglie di partire dall’invisibile per raccontare ciò che tiene insieme il mondo; DIATOMEE (distribuito da Universal Music Italia) è il suo nuovo album di inediti, un progetto nato dall’immagine potentissima delle microalghe antichissime che, trasportate dal vento dal deserto del Ciad fino all’Amazzonia, rendono possibile la vita in ecosistemi lontanissimi tra loro. Un movimento silenzioso ma essenziale, che diventa metafora di interconnessione, cooperazione e comunità.

Registrato tra Val Pellice, Lunigiana, Torino e colli parmensi, e anticipato dai brani “Chissà”, “Magna Grecia” e “Madre Padre”, il disco è un viaggio fisico ed emotivo: un attraversamento di paesaggi naturali e interiori, in cui le frequenze delle piante – catturate attraverso PlantsPlay – si trasformano in bordoni eterei, synth pulsanti e archi vibranti. Le canzoni si muovono come particelle in viaggio, contaminandosi di suoni mediterranei, suggestioni elettroniche e arrangiamenti corali, per restituire un’idea precisa: siamo luminosi quando siamo insieme.

Ma “DIATOMEE” è anche il racconto di un anno radicale, in cui l’artista ha messo tutto in discussione: abitudini, convinzioni, equilibri. Un crollo necessario per ritrovarsi, un processo di esplorazione che passa dal corpo, dalla terra, dalla memoria generazionale e dalla scelta di restare vigili e dissidenti in un presente attraversato da narrazioni violente e intolleranti.

In questa intervista, Rossana De Pace ci accompagna dentro il cuore del progetto: dalla dimensione collettiva del fare musica al bisogno personale di comunità, dal perdono come conquista alla responsabilità di creare rituali condivisi attraverso i concerti. Un dialogo che mette al centro la fragilità come atto politico e la connessione come gesto rivoluzionario.

Intervista a Rossana De Pace

1. DIATOMEE prende il nome da microalghe invisibili ma fondamentali per la vita. Quando hai capito che questa immagine poteva diventare il cuore del disco?
Avevo prima il titolo delle canzoni. Sono partita per 4 residenze artistiche con l’idea di scrivere questo disco avendo l’esempio delle diatomee come spunto di ricerca.

    2. L’idea di interconnessione, cooperazione e comunità attraversa tutto l’album: è una risposta a un bisogno personale o a una mancanza che senti nel mondo di oggi?
    È un bisogno personale che vivo nella mia quotidianità. Faccio parte del collettivo transfemminista di cantautrici Canta fino a dieci, dove portiamo avanti il valore della collaborazione come esempio concreto per abbattere gli stereotipi legati alla figura femminile nello spettacolo.
    Conoscendo il potere della cooperazione, credo che oggi ce ne sia sempre più bisogno, soprattutto in un periodo storico difficile, in cui la narrazione violenta e intollerante dei nostri governi sta prendendo sempre più piede. Non dobbiamo disgregarci, ma rimanere vigili e dissidenti… insieme.

    3. Hai raccontato che questo è stato un anno emotivamente intensissimo, in cui hai messo tutto in discussione. Cosa è crollato per primo?
    Quello che mi divertiva davvero. Tornata a Milano dalle vacanze, ero piena di voglia di cambiare le mie abitudini e adottare uno stile di vita diverso. Ho iniziato accettando che alcune dinamiche della vita frenetica della città mi pesavano: non volevo più cadere nella FOMO, volevo selezionare ciò che davvero mi faceva stare bene e mi rappresentava.

    All’inizio, come spesso accade in un processo di cambiamento, sono stata drastica al contrario: detestavo gli aperitivi, cercavo di fare ciò che a Milano pochi fanno, come passeggiare senza una meta, senza un locale da raggiungere o un evento da non perdere.

    Da lì a poco tutto è crollato: mi sono infragilita, ho incasinato ogni ambito della mia vita. Adesso ne sono uscita più consapevole, e so che era necessario. Sono ancora in ripresa, ma sto ritrovando me stessa.

    4. In che modo questo disco ti ha aiutata a “muoverti”, a uscire da una posizione che ti teneva ferma?
    Prima di tutto mi sono spostata fisicamente per scriverlo, ritagliandomi il tempo necessario per entrarci dentro e scavare a fondo. L’indagine interiore è sempre il primo passo di una danza che all’inizio può sembrare scoordinata, ma che ti porta lontano.

    5. Cosa significa oggi, per te, “essere parte di qualcosa di più grande”?
    Ho sempre percepito, nei momenti in cui ero più connessa con le mie emozioni e con ciò che mi circonda, un filo sottile che ci unisce tutti. Sono quelle sensazioni che emergono quando ci prendiamo del tempo per scoprire cose nuove, per me anche stando in natura, quando inizi a vederti parte di essa e non qualcosa di separato.
    Tuttavia, questo senso di connessione, che ci aiuta a mantenere rispetto per la vita, anche quella degli altri, è spesso minato dalle brutture umane. Eppure, l’umanità dovrebbe essere ciò che ci accomuna al di sopra di tutto; eppure, a volte, sembra che qualcuno la perda, restando uomo solo nelle sembianze.

    6. DIATOMEE è stato registrato in quattro luoghi diversi: Val Pellice, Lunigiana, Torino e colli parmensi. Quanto i luoghi hanno inciso sull’anima delle canzoni?
    Tutto. Nel disco ci sono anche campioni sonori raccolti sul posto: il verso dei ghiri innamorati, il ronzio delle api nelle loro arnie, il suono delle onde, lo scrosciare dei fiumi, e persino le frequenze delle piante trasformate in suono.
    In più, gli scambi con le comunità che vivono quei luoghi mi hanno aiutato a trovare ulteriori risposte.

    7. Hai lavorato con Taketo Gohara alla co-produzione: cosa ha aggiunto al tuo modo di immaginare il suono?
    Mi ha aiutato ad avere uno sguardo d’insieme su tutti i pezzi e ha portato le mie pre-produzioni a un livello professionale superiore. Abbiamo registrato tutto dal vivo: molte tracce sono anche “sporche”, ma vere, e le abbiamo lasciate così.
    Ci sono tantissime tracce nascoste nel disco che non si percepiscono subito, ma che contribuiscono a renderlo così reale, anche perché durante le residenze spesso registravo all’aperto, in luoghi selvaggi che cantavano insieme a me.

    8. L’uso di PlantsPlay, con gli impulsi elettrici delle piante trasformati in suono, è una scelta molto forte. Cosa ti ha insegnato ascoltare la natura in questo modo?
    La natura è viva. Tutto ciò che è vivo vibra e ha una propria frequenza: tutto ciò che vive, in qualche modo, può suonare. Per me è estremamente emozionante. Quando entri in empatia con qualcosa che apparentemente sembra immobile e senza vita, come le piante, e percepisci il loro canto, la loro vibrazione vitale, inizi a vederle davvero come esseri viventi, proprio come te, imparando così ancora di più il rispetto per loro.

    Non mi piace parlare semplicemente di “rispetto per la natura”, perché anche noi dovremmo sentirci parte di essa. Il fatto che spesso facciamo fatica a rispettarla deriva proprio dalla sensazione di superiorità, invece che di comunione.

    9. Pensi che oggi la musica abbia ancora il potere di creare comunità reali, non solo virtuali?
    Sì, con i concerti, che sono tra i pochi rituali collettivi ancora vivi. Per una sera siamo tutti lì, a ascoltare la stessa cosa. Salire su un palco con un microfono in mano è una responsabilità enorme, perché si può creare un’emozione condivisa, amplificata al massimo. Tutta quell’energia, per me, va utilizzata con cura e veicolata con consapevolezza.

    10. In questo album convivono bordoni, synth, archi e radici mediterranee: come hai trovato l’equilibrio tra sperimentazione e identità?
    Il sound più elettronico è affidato alle piante, che ho utilizzato per i bordoni, i synth e anche per gli archi. Ho così costruito una base sonora partendo dalle loro frequenze, su cui poi abbiamo sovrapposto ritmi più mediterranei e arrangiamenti vocali molto corali e rituali. Tutto si è combinato perfettamente, senza forzature, e credo rispecchi pienamente la mia identità.

    11. Hai detto che ogni canzone è una diatomea che ha viaggiato in habitat diversi. C’è un brano che senti più “lontano” da quello che eri prima?
    Forse il pezzo più diverso è Come noi adesso, dove Taketo ha portato un’intuizione “invadente” che ha rivoluzionato il brano, migliorandolo notevolmente. Non mi sarebbe mai venuto in mente di inserire un groove alla Massive Attack, non avevo mai fatto nulla di simile. Allo stesso tempo, ho approfondito suggestioni che avevo già seminato nell’EP precedente, definendo il mio modo di scrivere le ballad e il mio mondo più mediterraneo per i pezzi up tempo.

    12. “Madre Padre” affronta il tema della catena generazionale: quanto è stato difficile scrivere una canzone così lucida e radicale?
    Una volta inquadrato il tema nascosto dietro la melodia che avevo, è stato molto difficile affrontare la mia eredità genitoriale, forse mi spaventava indagarla, o forse non mi ero mai davvero fermata a rifletterci. Mi ha aiutata un sondaggio online, in cui ho chiesto alle persone di raccontare le loro eredità emotive da cui volevano liberarsi. Dalle loro storie ho scelto quelle che mi risuonavano e che ho riconosciuto come parte anche della mia vita.

    13. Nel brano parli di perdono senza colpa e senza assoluzione. È stata più una conquista o una ferita?
    Quando la scopri e l’ammetti, è una ferita che può anche provocare rabbia. Per me, però, perdonare significa ricominciare da capo con nuove consapevolezze: riconoscere l’errore, comprenderne la responsabilità e trasformarlo così in una conquista.

    14. “Chissà” e “Magna Grecia” sembrano dialogare con il Sud, con le origini. Che rapporto hai oggi con le tue radici?
    Sono sempre state molto forti, e non sono mai cambiate. Non le ho mai rinnegate, ma sono andata via soprattutto per scoprire cosa c’era oltre la porta di casa. Non nego che, dopo dieci anni di latitanza, sto pensando di tornarci.

    15. C’è una canzone della tracklist che senti ancora “in movimento”, non definitiva?
    A livello di contenuto, essendo canzoni che pongono più domande che dare risposte, direi che la maggior parte segue questa logica: molte iniziano con un “chissà” e contengono ipotesi, meno arroganza, più apertura. Anche Magna Grecia, che afferma l’importanza di schierarsi, ammette però la contraddizione che caratterizza la nostra umanità.

    16. Il video di Madre Padre mette in scena il corpo, la terra, il cuore. Quanto è importante per te il dialogo tra musica e materia?
    Moltissimo. Lavoro da molti anni con Isabel Rodriguez Ramos, ideatrice del video e delle opere in terra cruda all’interno del progetto. Anche la parte di creazione dei contenuti fotografici e video per il disco è stata molto intensa, perché mi ha permesso di approfondire i temi da un altro punto di vista, più immaginifico e simbolico. È stato come fare un ulteriore tuffo interiore. Alla fine di tutto, ero distrutta.

    17. Il corpo umano, come la natura, attraversa tutto il progetto: scrivere questo disco ti ha fatta sentire più abitata o più esposta?
    Esposta per imparare ad abitarmi.

    18. Cosa speri che resti a chi ascolterà DIATOMEE tra qualche anno?
    Un disco da riascoltare per riprendere le redini di se stessi.

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