Intervista ad Alice Montalbetti, che presenta il primo libro “Viale Monte Nero 55” (Edizioni Isenzatregua), scritto in ricordo del padre Caesar Monti. Qui il link per l’acquisto di una copia fisica.
Ci sono indirizzi che restano semplici coordinate urbane e altri che diventano luoghi dell’anima. Viale Monte Nero 55 appartiene alla seconda categoria. Non è soltanto una casa milanese, ma uno spazio creativo in cui, tra gli anni Settanta e Novanta, ha preso forma una parte significativa dell’immaginario visivo della musica italiana. È lì che Caesar Monti, fotografo, art director e “poeta dell’immagine”, ha costruito un linguaggio capace di trasformare la fotografia in narrazione, la copertina di un disco in manifesto culturale.

A dieci anni dalla sua scomparsa, la figlia Alice Montalbetti sceglie di attraversare quella soglia – reale e simbolica – per raccontare non solo l’artista, ma la casa come organismo vivente. Viale Monte Nero 55 è un libro che intreccia memoria e romanzo, autobiografia e testimonianza, parole e immagini. È il tentativo di restituire la complessità di un’eredità artistica e familiare, di indagare cosa significhi crescere in uno spazio in cui la linea tra intimità e creazione è quasi inesistente.
Non è un’operazione nostalgica, ma un atto di responsabilità culturale. Perché raccontare quella casa significa interrogarsi sul valore dell’immagine oggi, sulla memoria collettiva e sul ruolo della cultura in una società che corre veloce e dimentica in fretta. In questa conversazione, Alice Montalbetti ci accompagna dentro le stanze sospese della sua infanzia, tra luci di studio, silenzi familiari e la consapevolezza di essere, oggi, non solo “figlia di”, ma autrice a pieno titolo.
A impreziosire il volume diverse immagini della famiglia Montalbetti e alcuni scatti di noti cantautori nazionali, alcuni inediti, compresi curiosi aneddoti a cura del giornalista Luca Cecchelli sulla realizzazione delle più famose copertine della storia della musica italiana anni ’70. «Per ribadire che – spiega Cecchelli – oltre al noto legame con Lucio Battisti, che gli diede il suo nome d’arte e lo incoraggiò a intraprendere questa carriera, spesso non si ricorda abbastanza anche che Monti visse numerose esperienze e strinse nel tempo amicizia anche con altri artisti del mondo della musica italiana, da Fabrizio De André al Banco del Mutuo Soccorso, dalla PFM a Mia Martini, da Enzo Jannacci fino a Pino Daniele, ideale artista che andrà a chiudere una prolifica attività.

Intervista ad Alice Montalbetti, “Viale Monte Nero 55”, libro scritto in ricordo del padre Caesar Monti
“Viale Monte Nero 55” nasce a dieci anni dalla scomparsa di tuo padre. Quando hai sentito che era davvero il momento giusto per trasformare quel progetto in un libro?
In realtà il libro esisteva dentro di me da molto prima che iniziassi a scriverlo. Era una presenza silenziosa, un pensiero ricorrente. Ho sempre avuto il desiderio di raccontare quella casa, perché Viale Monte Nero 55 non è soltanto l’indirizzo di mio padre: è stato un crocevia di energie, persone, linguaggi.
Scrivere articoli, podcast o contributi per la radio è una cosa; scrivere un libro è un’altra dimensione. Richiede un’esposizione diversa, una vulnerabilità più profonda. Quando ho iniziato, la parte romanzata è uscita con sorprendente velocità, come se fosse sedimentata da anni. La difficoltà non è stata tecnica, ma emotiva: mettere su carta ricordi così intimi significa accettare che diventino patrimonio degli altri. È un atto di fiducia, ma anche di coraggio.
Il libro alterna una parte romanzata a una autobiografica, arricchita da fotografie e testimonianze. Perché questa scelta strutturale?
Perché la memoria non è lineare. È fatta di evocazioni, immagini, suggestioni. La parte romanzata mi ha permesso di restituire l’atmosfera, l’aria che si respirava in quella casa, qualcosa che va oltre il dato biografico.
La parte autobiografica, invece, è necessaria per ancorare il racconto alla realtà, per non perdere la dimensione storica e culturale. Le fotografie e le testimonianze – raccolte anche grazie a Luca Cecchelli – hanno completato il mosaico. La mia è la memoria di una bambina e poi di una ragazza: emotiva, frammentaria. Integrare altri sguardi è stato fondamentale per evitare che il libro fosse solo un racconto privato. Volevo che diventasse anche documento.
L’oblò che separava la casa privata dal salone-studio è un’immagine potentissima. Cosa rappresenta per te oggi?
L’oblò è il simbolo perfetto di quella casa e della mia crescita. Divideva fisicamente la zona familiare dal grande salone alto sei metri dove si lavorava, si scattava, si creava. Ma era anche una soglia mentale.
Attraversarlo significava passare da figlia a spettatrice di un mondo creativo straordinario. L’oblò ti concede una visione parziale, concentrata, quasi teatrale. Ti isola, ma allo stesso tempo ti protegge. Crescere dietro quell’oblò è stato un privilegio, ma anche una limitazione. Mi ha insegnato che ogni sguardo è filtrato, che la realtà non è mai totale. È una metafora potente della condizione dei “figli di”: osservi un mondo magnifico, ma spesso da una posizione laterale, sospesa.
Quanto era complesso vivere in uno spazio dove vita privata e lavoro coincidevano?
Era un equilibrio fragile. Non c’era distinzione tra il tempo della famiglia e il tempo della creazione. Tornavo da scuola e trovavo musicisti, fotografi, tecnici. La mia stanza era sospesa sul salone: sentivo voci, risate, discussioni artistiche.
È stata un’esperienza formativa straordinaria, perché ho respirato cultura fin dall’infanzia. Ma comportava anche una mancanza di intimità. Una bambina ha bisogno di uno spazio protetto, di un tempo esclusivo con i genitori. Nel mio caso quel tempo era continuamente attraversato dal lavoro, dall’arte. Questo ha definito il mio carattere e la mia creatività: mi ha resa autonoma, ma anche molto consapevole delle complessità dell’identità.
Tuo padre si definiva “poeta dell’immagine”. Cosa significa per te oggi questa definizione?
Significa riconoscere che l’immagine può essere linguaggio profondo, non solo estetica. Mio padre era cerebrale, riflessivo, molto rigoroso nel suo processo creativo. Anche quando sembrava istintivo, dietro c’era un pensiero strutturato.
Ha contribuito a definire l’immaginario della musica italiana, ma non solo: è stato pioniere nella pubblicità, nei cortometraggi, nella costruzione di un’estetica coerente. “Poeta dell’immagine” vuol dire usare la luce come parola, l’inquadratura come frase. Oggi, in un’epoca di consumo rapido delle immagini, credo che quella profondità sia ancora più necessaria.
Nel libro affronti anche il disagio e l’inquietudine dell’infanzia di tuo padre. Quanto hanno inciso sul suo sguardo?
Credo che ogni artista abbia una “fiammella” interiore. Nel suo caso nasceva anche da un senso di non piena accettazione, da una solitudine profonda. Veniva da una famiglia del dopoguerra, con poche risorse culturali e molte difficoltà.
Non penso che l’arte debba per forza nascere dal dolore, ma nel suo caso quell’inquietudine si è trasformata in intensità creativa. Le sue immagini hanno una tensione, una profondità che non sono casuali. Era come se cercasse continuamente di farsi vedere, di affermare la propria visione del mondo.
Quanto è stato importante affiancare alla tua memoria altre testimonianze?
Fondamentale. La mia memoria è quella di una bambina, emotiva e soggettiva. Le testimonianze raccolte – anche grazie a Luca Cecchelli – hanno completato il quadro.
Hanno aggiunto dettagli tecnici, prospettive diverse, ricordi che io avevo dimenticato. È stato prezioso per il libro, ma anche per me come figlia. Mi ha permesso di ricostruire un mosaico più completo
La figura di tua madre, Vanda Spinello, è centrale nella storia artistica e personale di tuo padre: come descriveresti la loro sinergia creativa?
Sì. La copertina è stata realizzata da mia madre, Vanda Spinello. È importante dirlo perché il lavoro di mio padre non è mai stato solo suo: era un dialogo creativo continuo tra loro due. Erano un duo.
E poi ci tengo a sottolineare una cosa: questo è il mio esordio letterario. Dietro il nome di Caesar Monti c’è anche Alice come scrittrice. Ho scritto questo libro con fatica e con amore. Raccontare la propria storia è un atto coraggioso. Spero che venga letto con uno sguardo critico, ma anche con uno sguardo gentile.
Quanto è stato difficile raccontare te stessa in questo libro?
Moltissimo. Pensavo fosse più semplice. Invece tirare fuori ricordi così personali, così esposti, è stato faticoso. Condividere significa anche accettare di essere letti, interpretati, forse fraintesi.
Ci tengo a dire una cosa importante: questo è il mio esordio letterario. Dietro il nome di mio padre c’è anche la mia voce. Non è solo un libro su Caesar Monti, è anche il primo capitolo del mio percorso come scrittrice. Spero che venga letto con uno sguardo critico, ma anche con una certa gentilezza. Perché raccontare la memoria è un atto d’amore, ma anche un atto di esposizione profonda.

Speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali. In vent’anni ha realizzato oltre 8.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia” e nel 2205 “Ride bene chi ride ultimo”
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