Intervista a Vybes che, dopo il percorso ad Amici, compie un passo decisivo nella costruzione della propria identità artistica con “Socialmente utile“, il suo album d’esordio.
Un progetto che sceglie di mettere al centro la parola, la riflessione e l’osservazione del presente, senza rinunciare a una forte componente autobiografica. Tra salute mentale, rapporti umani, denaro, migrazioni e ricerca della propria identità, il disco si presenta come un racconto generazionale capace di intrecciare esperienze personali e temi universali. Musicalmente, l’artista romano amplia il proprio linguaggio, contaminando rap, cantautorato e sonorità live con una particolare attenzione agli arrangiamenti suonati e agli strumenti a fiato.
In questa intervista Vybes racconta la genesi del progetto, il valore della scrittura, il rapporto con i suoi riferimenti musicali e gli obiettivi che si pone per il futuro, confermando una maturità artistica che va ben oltre la sua giovane età.
Intervista a Vybes, il nuovo album “Socialmente utile”
“Socialmente utile” è il tuo primo album. Che cosa rappresenta nel tuo percorso artistico?
Per me rappresenta un enorme passo in avanti. Sognavo da sempre di realizzare un disco e soprattutto di poterlo fare esattamente come lo immaginavo. Oggi mi sento molto soddisfatto perché questo progetto mi rappresenta completamente. È un lavoro pensato nei minimi dettagli e sono felice che finalmente possa arrivare alle persone.
Già dal titolo emerge una dichiarazione d’intenti: non solo raccontare te stesso, ma anche provare a lasciare qualcosa a chi ascolta. Era questo il tuo obiettivo?
Assolutamente sì. Ho sempre cercato di inserire un messaggio all’interno delle mie canzoni. Ho iniziato a fare musica nella mia cameretta, poi sono diventato virale su TikTok parlando di tematiche diverse da quelle che si affrontavano normalmente. L’esperienza ad Amici è stata una palestra importantissima, soprattutto dal punto di vista della scrittura. Una volta uscito mi sono reso conto che la mia direzione era quella di affrontare temi sociali e di porre domande al pubblico più che dare risposte.
Nel disco convivono autobiografia e osservazione della società. Dove finisce Gabriel e dove inizia Vybes narratore del presente?
La parte più personale riguarda soprattutto la salute mentale, un tema che mi accompagna da sempre e che considero fondamentale. Credo che il Gabriel più autentico emerga soprattutto nell’ultima traccia, Vorrei solo innamorarmi, che ho scelto volutamente come chiusura del disco. La parte più osservatrice, invece, si ritrova in brani come Terra Ferma, Come ti gira o La danza del soldo. Ho cercato di mantenere un equilibrio tra questi due aspetti per costruire un progetto coeso e scorrevole.
“Come ti gira” racconta il paradosso dell’estate: una stagione che sembra imporre a tutti l’obbligo di essere felici. Quanto è difficile appartenere a una generazione che spesso sente il bisogno di fingere di stare bene?
Per quanto mi riguarda cerco sempre di essere trasparente con chi mi segue. Se sto attraversando un momento difficile non sento il bisogno di nasconderlo. Come ti gira nasce proprio da questa esigenza: raccontare un malessere reale sopra una base che, all’apparenza, potrebbe sembrare una classica canzone estiva. Venivo dall’esperienza di Amici e sarebbe stato il momento perfetto per pubblicare una hit estiva, ma sentivo il bisogno di raccontare altro. Così è nato questo compromesso: una musica più luminosa e un testo che, invece, racconta qualcosa di molto diverso.
Uno dei brani più intimi è “Facevo per tre”, dove racconti la tua esperienza di figlio unico. Quanto ha inciso la solitudine sulla persona e sull’artista che sei oggi?
Incide ancora oggi. Sono una persona molto solitaria. Da fuori magari sembra che la mia vita sia piena di persone, ma in realtà ho un gruppo di amici molto ristretto. Durante la settimana passo la maggior parte del tempo da solo a scrivere. È proprio questa solitudine che mi porta a farmi continuamente domande, e quelle domande poi finiscono inevitabilmente nelle mie canzoni. Facevo per tre nasce proprio dal desiderio di raccontare cosa abbia significato crescere come figlio unico e immaginare come sarebbe stata la mia vita con un fratello.
“La danza del soldo” e “Terra Ferma” dimostrano anche un forte legame con il cantautorato italiano. Quanto hanno inciso questi ascolti sulla tua scrittura?
Tantissimo. A casa mia si è sempre ascoltata molta musica grazie a mio padre, dai cantautori all’hip hop. Tutte queste influenze sono entrate naturalmente nella mia scrittura. La danza del soldo nasce con una forte impronta live, con sonorità blues, assoli di chitarra e cambi di ritmo. Terra Ferma, invece, è il primo brano che ho scritto per questo disco. Doveva inizialmente essere una cover nata durante Amici, poi è diventata un pezzo completamente originale e un omaggio a Pane e coraggio di Ivano Fossati.
Tra i tuoi riferimenti ci sono Fabri Fibra, Caparezza, Rancore e Mezzosangue. Cosa ti affascina del loro modo di scrivere e come guardi oggi alla scena rap?
Ascolto davvero qualsiasi genere musicale, senza limiti. Però sono cresciuto con artisti come Fabri Fibra e Caparezza che riuscivano ad affrontare temi sociali parlando contemporaneamente ai più giovani e agli adulti. Questa capacità mi ha sempre colpito. Della scena attuale apprezzo il coraggio di tanti ragazzi che si mettono in gioco senza preoccuparsi dei giudizi. Se devo trovare un limite, forse a volte vedo una certa tendenza ad assomigliarsi troppo, rischiando di perdere un po’ della propria identità artistica.
Dal punto di vista musicale il disco è molto vario ma mantiene un’identità precisa. Come avete costruito questo equilibrio?
L’idea era quella di realizzare un disco completamente suonato, che potesse essere riprodotto dal vivo senza perdere la sua essenza. Per questo abbiamo utilizzato tanti strumenti veri: basso, batteria, chitarre, pianoforte. Il filo conduttore sono sicuramente le tematiche sociali, ma anche un certo tipo di suono molto organico e pensato per il palco.
Nel disco colpisce anche la presenza costante degli strumenti a fiato, una scelta oggi non così frequente. Da dove nasce questa passione?
Il sax è probabilmente il mio strumento preferito. Potrei ascoltarlo per ore. Anche quando ero indipendente cercavo sempre di inserirlo nei miei brani. Gli strumenti a fiato, in generale, danno colore alla musica. Mi piace sentirli nei ritornelli perché aggiungono energia, vivacità e rendono tutto più coinvolgente.
Oggi ti senti più cantautore, storyteller o osservatore della tua generazione?
Credo di essere ancora un mix di tutte queste cose. Ho ventitré anni e mi sento ancora in piena costruzione artistica. Scrivo tantissimo, assorbo tutto quello che mi circonda come una spugna. Forse oggi è ancora presto per definirmi in un’unica maniera. So però molto bene quale artista vorrei diventare e continuo a lavorare ogni giorno per avvicinarmi a quella direzione.
Se ci ritrovassimo qui tra un anno, quale traguardo ti piacerebbe aver raggiunto?
Mi piacerebbe organizzare un grande evento a Roma per suonare questo disco insieme a una band. Sarebbe il modo perfetto per chiudere il cerchio di Socialmente utile. Mi piacerebbe anche vedere finalmente il disco pubblicato in vinile, perché ne sono un grande appassionato. E poi, ovviamente, sto già pensando al secondo album: la mia testa corre continuamente e cerco sempre di alimentare la creatività e rimanere concentrato sulla musica.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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