Intervista ai 24 Grana che presentano Bidonville: un album tra periferie, impegno sociale, Gaza e sperimentazione sonora.
A trent’anni dall’inizio del loro percorso artistico, i 24 Grana tornano con Bidonville, un album che racchiude la maturità di una band capace di attraversare epoche, sonorità e trasformazioni senza perdere la propria identità. Il nuovo progetto, in uscita il 16 ottobre, nasce dall’esigenza di raccontare il mondo contemporaneo attraverso uno sguardo diretto sulle periferie, sulle fragilità sociali e sulle contraddizioni della nostra società. Un disco che affonda le radici nelle esperienze personali dei musicisti e nei luoghi in cui sono cresciuti, restituendo dignità a realtà spesso dimenticate e a chi continua a costruire qualcosa di positivo anche lontano dai riflettori.
Tra sonorità ruvide, tensione rock, suggestioni dub ed elettroniche e la forza espressiva della lingua napoletana, Bidonville conferma la libertà creativa di Francesco Di Bella, Armando Cotugno, Renato Minale e Giuseppe Fontanella. Nel disco trovano spazio anche temi urgenti come la tragedia di Gaza e la critica al consumismo, affrontati senza slogan, attraverso una scrittura che cerca la poesia anche nelle questioni più difficili. Ma accanto alla denuncia rimane una possibilità di riscatto: quella affidata all’amore, alla condivisione e ai rapporti umani.
In questa intervista i 24 Grana raccontano la genesi del nuovo album, il legame con Napoli e le sue periferie, il significato dei brani più rappresentativi e la sfida di portare dal vivo queste nuove canzoni insieme a un repertorio che attraversa tre decenni. Con la consapevolezza di chi ha ancora qualcosa da dire e il piacere di ritrovarsi in sala prove come quando tutto è cominciato.
Intervista ai 24 Grana, il nuovo album “Bidonville”
Dopo tanti anni di carriera, arriva Bidonville, un nuovo progetto che sembra racchiudere maturità ed esperienza. Che cosa rappresenta questo album nel vostro percorso artistico?
Rappresenta un album che arriva dopo un bel po’ di tempo e che si porta dietro tanta maturità. In un certo senso, lo abbiamo realizzato anche con leggerezza: dopo trent’anni di carriera ci si sente più liberi quando si propone qualcosa di nuovo. Allo stesso tempo, Bidonville è un disco che per noi voleva dire tante cose, un album che, come si diceva una volta, potremmo definire impegnato.
Il titolo richiama luoghi di marginalità e precarietà, ma diventa anche una metafora delle contraddizioni della società contemporanea. Come è nata l’idea del disco e quale realtà volevate raccontare?
L’idea è nata in maniera molto spontanea. La nostra croce e delizia è riuscire a raccontare noi stessi nel corso del tempo. Siamo, lasciateci passare il termine, ragazzi di periferia. Tre di noi vivono ai bordi della zona ospedaliera, verso Scampia, mentre io abito ancora più lontano, verso la Terra dei Fuochi. Abbiamo vissuto direttamente le difficoltà e la fatica che, in periferia, ti costringono a lottare dieci volte tanto per conquistare anche un piccolo spazio di espressione. La musica e l’arte, in generale, sono strumenti di lotta. Ci piace ricordare anche le periferie meno riconosciute, come quella di Stadera, nella parte orientale della provincia napoletana. Ma la periferia è anche una condizione dell’anima. Raccontarla significa ricordare da dove veniamo e rendere omaggio a chi, in luoghi spesso poco sostenuti dalle amministrazioni, cerca comunque di costruire qualcosa di buono per la società.
La lingua napoletana è molto più di una scelta linguistica: è uno strumento espressivo e narrativo. Quanto è importante per raccontare queste storie senza rinunciare a una dimensione universale?
Il napoletano ha una storia e una struttura musicale molto riconoscibili, per cui arriva a tante persone anche semplicemente come suono. Cerchiamo sempre di dare grande espressività alle canzoni e scegliamo titoli che possano suggerire di cosa parlano, anche a chi non conosce la lingua. Dal punto di vista narrativo, il napoletano è molto preciso e peculiare: sembra già un discorso diretto, raccoglie una lingua della strada. Allo stesso tempo, essendo una lingua musicale, permette di andare oltre la necessità di comprendere esattamente ogni parola e lascia alla musica stessa un ruolo fondamentale nel racconto.
Il suono di Bidonville è crudo, diretto ed emozionale. Come avete lavorato sugli arrangiamenti per amplificare le storie raccontate nei brani?
Non siamo mai stati un gruppo legato a un genere preciso. La nostra musica ha accompagnato la nostra vita, la nostra evoluzione e le nostre esperienze. Ogni anno è lo specchio di quello che abbiamo vissuto, delle esperienze positive e negative e anche della musica che abbiamo ascoltato. All’inizio avevamo molti fan che apprezzavano la nostra dimensione dub ed elettronica; quando siamo diventati più ruvidi e rock, verso Metaversus, abbiamo perso qualcuno e conquistato altri ascoltatori. Chi ci segue da tempo, però, riesce sempre a riconoscere il nostro cuore, che è rimasto lo stesso, anche con qualche capello bianco in più. Il suono di Bidonville nasce dalla consapevolezza maturata attraverso tanti anni di sperimentazione e di lavoro. Siamo molto contenti del risultato: lo sentiamo come un punto d’arrivo di un lungo percorso di ricerca e di esperienza in studio.
Uno dei brani più significativi è Gaza, che affronta una tragedia ancora al centro del dibattito internazionale. Perché avete sentito l’esigenza di dedicare una canzone a questa realtà?
Gaza continua a chiamarci. Vogliamo ricordare che il nostro ruolo nel dibattito su quello che sta succedendo in Palestina non è finito e non finirà quando se ne parlerà meno. Il brano nasce da questa necessità e da tutto ciò che abbiamo assorbito in questi anni attraverso le immagini viste in televisione e sui social media. Tutto questo ha generato un fiume di parole, che abbiamo cercato di condensare in un messaggio essenziale: ricordare che a Gaza c’è un popolo che, nonostante la distruzione e i bombardamenti, esiste ancora. È questo il cuore della canzone.
In Overdose criticate il consumismo e l’idea che possedere sempre di più significhi essere felici. Quanto è importante mantenere una dimensione critica e sociale nella vostra scrittura?
Non siamo mai stati una combat band. Gran parte del merito, in questo senso, va alla scrittura poetica di Francesco: siamo riusciti a parlare di problemi e tematiche sociali attraverso la poesia, senza ricorrere agli slogan. Dopo tanti anni sentiamo ancora l’urgenza di raccontare la nostra visione del mondo. C’è chi sostiene che gli artisti debbano pensare soltanto a suonare, cantare, scolpire o dipingere. Ma questo mi fa pensare agli artisti delle corti del Cinquecento, quando c’era il signore e il menestrello doveva semplicemente intrattenere gli altri. Noi non siamo questo: siamo persone con una testa, delle idee e una visione del mondo che vogliamo raccontare a chi ha voglia di ascoltarci. In particolare, ho scritto Overdose pensando a mio figlio, che ascolta molta trap e che io stesso apprezzo. Volevo dirgli: attenzione, non c’è soltanto questo. Bisogna prestare attenzione ai messaggi che la musica che ascoltiamo veicola.
Nonostante lo sguardo critico sulla società, nel disco emerge anche una speranza legata all’amore e ai rapporti umani. La musica può ancora essere uno strumento di cambiamento e solidarietà?
È bello che questo aspetto sia arrivato anche a te, perché è proprio il messaggio fondamentale che vorremmo trasmettere. La musica è amore e condivisione, ma anche voglia di raccontarsi e, soprattutto, di ascoltare le storie degli altri. Le canzoni nascono anche dal desiderio di ascoltare le storie delle persone. Bidonville è questo, e i 24 Grana sono sempre stati questo.
Portare Bidonville dal vivo significa aggiungere un nuovo capitolo a una storia musicale lunga trent’anni. Come state vivendo la preparazione del tour e il confronto tra i nuovi brani e i classici del vostro repertorio?
Questa è la nostra missione. Siamo contenti ed emozionati perché, fino a poco tempo fa, i brani li avevamo soltanto registrati. Una canzone non funziona necessariamente bene su disco e altrettanto bene dal vivo: per questo è importante provare a suonarla tutti insieme e capire se ci emoziona e se gira nel modo giusto anche in concerto. Quando ci accorgiamo che i brani funzionano e ci emozionano suonandoli dal vivo, significa che siamo sulla strada giusta. Per un gruppo che ha trent’anni di storia e una fanbase affezionata a determinati album, come Metaversus, presentare un repertorio completamente nuovo è una bella sfida. Sappiamo che sotto il palco ci chiederanno i classici, ma siamo abbastanza sicuri di poter fare una bellissima figura anche con le nuove canzoni. Non vediamo l’ora di raccogliere le reazioni del pubblico.
Guardando al 2026, qual è l’aspetto della vostra musica e della vostra storia che vi rende più orgogliosi?
Il fatto di essere ancora insieme. Siamo una famiglia: suoniamo insieme da trent’anni, attraversando tutte le normali dinamiche, belle e brutte, che fanno parte di un rapporto così lungo. Siamo una sorta di garage band che si ripropone dopo trent’anni. Abbiamo iniziato a suonare nel box sotto casa e pensare che oggi, nel 2026, ci ritroviamo ancora nel pomeriggio per fare le prove, proprio come quando eravamo ragazzini, è qualcosa di davvero speciale.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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