L’eclettico cantautore VINCE MAY pubblica il primo EP “PEACEFARE” (May Productions), disponibile in cd, digitale e vinile.
Un progetto musicale profondo ed emozionale che riflette sulla pace ai tempi delle “guerre di pace”, intrecciando impegno civile, ricerca spirituale e memoria. Attraverso quattro brani ricchi di sfumature, dalla critica alla dipendenza digitale alle illusioni della propaganda, dalla tragedia palestinese vista con gli occhi di una bambina fino al conforto della speranza, l’artista bresciano firma un’opera intensa tra sonorità rock, tributi gilmouriani e country di stampo americano.
Questa la tracklist dell’EP:
- No More Lies
- Peacefare
- Farah
- Street of Heaven
Un viaggio musicale che si apre con l’energia rock di “No More Lies”, una profonda riflessione sulla dipendenza dai dispositivi digitali e sul suo ostacolo alla maturità personale. Si passa poi alla title track “Peacefare”, brano che smaschera le illusioni della propaganda bellica e della falsa democrazia attraverso una voce di chiara ispirazione trumpiana. Le sonorità si fanno più intime e gilmouriane in “Farah”, toccante omaggio alla tragedia palestinese raccontata attraverso gli occhi innocenti di una bambina di cinque anni che cerca di sopravvivere. A chiudere il lavoro è infine il country rock di stile Nashville “Street of Heaven”, un’intensa traccia che trasforma l’esperienza dell’accompagnamento alla morte in un messaggio di speranza e crescita spirituale.
«Peacefare nasce come una bussola per i giovani, spesso disorientati da un mondo adulto irrisolto, per aiutarli a trovare la propria serenità. Al contempo, parla a chi ama il rock d’autore: un linguaggio classico con cui racconto il presente e che, tra sfumature gilmouriane e country rock, traccia la rotta dei miei progetti futuri». – Vince May
Intervista a Vince May
1. Peacefare è il tuo primo EP e nasce attorno a un tema molto ampio come quello della pace. Qual è stata la prima canzone a prendere forma e quando hai capito che i quattro brani potevano diventare un progetto unico?
Ti confesso che non c’è stata una vera “prima” canzone. Peacefare è nato prima come un percorso interiore, durato alcuni mesi, in cui mi sono lasciato toccare dal livello di individualismo, violenza e cinismo che stiamo vivendo. Quando un tema lavora dentro di me così a lungo, la scrittura poi arriva in fretta: testi e musica sono nati in un paio di settimane, quasi tutti insieme. Ho capito che erano un unico progetto quando mi sono accorto che, pur parlando di cose diverse, i quattro brani raccontavano la stessa ferita: il conflitto che vediamo fuori nasce prima dentro di noi.
2. I quattro brani hanno atmosfere molto diverse, dal rock di No More Lies al country rock di Street of Heaven. Quanto era importante per te costruire un EP musicalmente eterogeneo?
Era importante, perché Peacefare è anche il mio biglietto da visita, il modo per presentarmi con sincerità. Sono cresciuto tra rock inglese e americano, blues, country e anche il rock italiano degli anni Novanta, e non volevo rinunciare a nessuna di queste radici. Ogni brano ha cercato il vestito più adatto al suo messaggio: l’urgenza di No More Lies chiedeva il rock, il dolore di Farah un suono più intimo, la speranza di Streets of Heaven il calore del country rock. La varietà, spero, non disperde il senso: lo serve.
3. Il titolo Peacefare contiene già una contraddizione. Come hai trasformato questa idea nella scrittura e soprattutto nel suono dei brani
Peacefare è un ossimoro costruito su warfare. Mi serviva per dare un nome a un cortocircuito del nostro tempo: le “guerre di pace”, l’idea che schiacciando chi è più debole si possa diventare i portatori di pace. È una storia vecchia quanto la guerra stessa. La stessa contraddizione l’ho messa in copertina: una granata appoggiata su un cuscino di velluto rosso, coperta da un preservativo, come se ci servissero la soluzione alleggerita, rassicurante. Nella scrittura ho cercato di far convivere melodie spesso aperte, quasi accoglienti, con parole che invece pesano. Credo che quel contrasto aiuti chi ascolta a fermarsi un attimo.
4. In No More Lies affronti il rapporto sempre più invasivo con la tecnologia e i dispositivi digitali. Come hai cercato di tradurre musicalmente questa sensazione di dipendenza e perdita di libertà?
No More Lies è il brano più diretto, un rock senza troppi fronzoli, perché la dipendenza da device per me è una cosa urgente: è un elemento che ci impedisce di diventare adulti davvero strutturati, a qualsiasi età. Ho cercato un’energia che incalza, come il tempo che sta finendo di cui parla la prima strofa. Nel testo c’è un’immagine a cui tengo, la tastiera che diventa un coltello: è facile ferire dietro uno schermo, molto più difficile reggere lo sguardo di qualcuno negli occhi. Il ritornello invece si apre, perché volevo che arrivasse anche un invito: tuffarsi nella verità e risvegliarsi.
5. Peacefare affronta invece il tema della propaganda e delle illusioni legate alla guerra. Quanto il linguaggio musicale può contribuire a raccontare temi politici e sociali senza diventare semplicemente un veicolo per un messaggio?
È una domanda che mi faccio spesso. Io parto dal messaggio, non lo nascondo: con Vince May non cerco di costruire un personaggio, ma di portare qualcosa soprattutto ai giovani. Però credo che la musica debba prima di tutto emozionare, altrimenti diventa un comizio. Nella title track ho provato a far parlare una voce di chiara ispirazione trumpiana, che promette la pace quando le madri torneranno a dormire, senza curarsi dei milioni di madri morte per arrivarci. Non spiego, lascio che quella voce si smascheri da sola. I miei riferimenti, i Pink Floyd, Springsteen, gli U2, mi hanno insegnato proprio questo: si può dire qualcosa di profondo senza smettere di fare musica.

6. Farah è forse il brano più intimo dell’EP e racconta la tragedia palestinese attraverso gli occhi di una bambina. Come hai lavorato sulla scrittura per riuscire a raccontare una vicenda così drammatica mantenendo al centro la dimensione umana?
Sentivo che non si poteva non parlare della Palestina, ma è un tema di una complessità enorme, e conosco giornalisti e opinionisti che lo raccontano molto meglio di me. Così ho tolto la politica e ho scelto lo sguardo di una bambina di cinque anni, che non sa nulla del conflitto. Sa solo che la sua famiglia non c’è più, che i suoi amici sono sepolti lungo la strada, che vive sotto un ponte con una bambola fatta di un rametto. Le resta solo il suo nome, Farah, che significa felicità. Farah non giudica, fa domande, e arriva a pensare di aver sbagliato qualcosa lei. È quell’innocenza che fa male, e credo sia lì che la canzone trova la sua umanità.
7. In Farah emergono sonorità che richiamano David Gilmour e il mondo dei Pink Floyd. Qual è il tuo rapporto con questo tipo di linguaggio chitarristico e cosa significa per te l’idea di “suono gilmouriano”?
Gilmour e i Pink Floyd hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia crescita, non solo musicale ma personale e spirituale. Mi hanno insegnato la ricerca, l’andare in profondità. Per me il suono gilmouriano è soprattutto rispetto per la nota: poche note, scelte con cura, lasciate respirare, in cui conta più quello che si sente che quello che si dimostra. In Farah ho cercato quel tipo di espressività, perché una storia così delicata non sopportava il virtuosismo, che per altro non mi appartiene. Più che un’imitazione, è il mio piccolo tributo a un maestro.
8. Street of Heaven, scelto come nuovo singolo, porta invece l’EP verso il country rock e le atmosfere di Nashville. Cosa ti affascina di questo genere e come hai fatto a inserirlo all’interno di un progetto così diverso nelle tematiche
Streets of Heaven è il brano che chiude il cerchio, ed è un omaggio a Nashville, un luogo che frequento con tanta passione. Lì ho trovato una scena dove la musica viene presa sul serio, ma vissuta in modo più disteso e sereno. Il country ha una dote rara: sa parlare della morte e della perdita con calore, senza disperazione. Ed era esattamente quello che mi serviva, perché il testo nasce dalla mia lunga esperienza di accompagnamento alla morte e dal pensiero che le persone che amiamo un giorno le ritroveremo nelle strade del paradiso. Dopo tre brani sul dolore del mondo, volevo lasciare chi ascolta con una speranza. Allo stesso tempo ricorda che senza ricerca spirituale no n troveremo mai la pace che ceerchiamo.
9. Quanto hanno inciso i tuoi ascolti di rock britannico, blues e country americano sulla scrittura di Peacefare? Ci sono artisti o album che consideri particolarmente importanti per il suono dell’EP?
Moltissimo, direi che Peacefare è anche un modo per ringraziarli. Il faro principale sono David Gilmour e i Pink Floyd, poi Bruce Springsteen, che in tanti mi hanno detto di sentire in No More Lies e nella title track, e gli U2. Ci sono il blues e il country americano e, forse meno evidente, anche il rock italiano degli anni Novanta con cui sono cresciuto, da Enrico Ruggeri ai Timoria a Ligabue. Quello che unisce questi artisti, e che sento più vicino, è la necessità di portare un messaggio: non solo un suono, ma un modo di intendere la musica.
10. Hai vissuto musicalmente realtà come Memphis, Nashville e New Orleans. Che cosa hai portato concretamente di quelle esperienze nella tua musica, al di là delle semplici influenze?
Più che un suono, mi hanno insegnato un atteggiamento. In quei luoghi ho visto la musica presa sul serio, dove si prova, si riprova, si dedica tempo al processo creativo. Qui da noi, spesso, la musica è vissuta come un passatempo, e io stesso ero un po’ stanco di sale prove troppo costose e anguste per dare il giusto spazio alla creatività. Da questa esperienza è nata anche l’idea di creare i miei May Recording Studios: uno spazio dove il tempo torna ad avere un altro peso, dove i ragazzi possono registrare senza la paura di guardare l’orologio. Credo sia il regalo più concreto che quei viaggi mi abbiano fatto.
11. Canti in inglese, una scelta legata alla tua formazione musicale. Quanto la lingua inglese condiziona il tuo modo di scrivere melodie, testi e linee vocali?
Tantissimo, e non è una posa. Sono nato e cresciuto con la musica anglosassone, irlandese e americana, ed è quella che da sempre ascolto, canto e suono. Mi viene naturale pensare le melodie in inglese, al punto che faccio più fatica a scrivere testi in italiano, per una questione puramente fonetica. Sembra strano, ma è così. L’inglese ha un ritmo e una musicalità che si sposano con il rock, il blues e il country. Per rispetto di chi ascolta, però, ho voluto includere anche le traduzioni dei testi, perché il messaggio arrivi a tutti.
12. Hai seguito personalmente anche aspetti di produzione e post-produzione attraverso il May Recording Studios. Quanto è importante per te avere il controllo dell’intero processo, dalla scrittura fino al suono definitivo?
Più che controllo, lo chiamerei cura. Negli ultimi sei anni ho studiato armonia e post produzione e ho costruito in casa i May Recording Studios, dove ho registrato e prodotto l’EP. Ho suonato quasi tutti gli strumenti e cantato, tranne basso, batteria e i cori, affidati alla bravissima Alessandra Forte. Non è stato un semplice processo di esecuzione: ogni parte doveva esprimere il tema del brano, e in molti casi ci sono volute decine e decine di ripetizioni. Detto questo, il prossimo passo va nella direzione opposta: formare una band di giovani musicisti emergenti per portare i brani dal vivo. La musica, alla fine, è condivisione.
13. Nel tuo percorso convivono riferimenti molto diversi, dai Queen agli U2, dai Genesis ai Led Zeppelin fino ai Pink Floyd e al country americano. Come riesci a trasformare influenze così riconoscibili in un linguaggio personale?
Non so se ci sono già riuscito, anzi penso che sia l’inizio del viaggio, lo lascio giudicare comunque a chi ascolta. Il nome stesso, May, è un omaggio a Brian May, il primo chitarrista di cui mi sono innamorato, quindi non ho mai voluto nascondere i miei maestri. Credo però che a rendere personale un linguaggio sia soprattutto la vita che ci metti dentro. In Peacefare ci sono la mia infanzia, il lavoro di ventisei anni accanto alle persone, l’accompagnamento alla morte, le domande che mi faccio su questo tempo. Le influenze sono il vocabolario; la storia che racconto, spero, è mia.
Ultimo aspetto ma che desidero comunicare che a brevissimo pubblicherò un singolo sull’antifascismo. Tema oggi più che mai d’attualità e del quale è necessario prendere una posizione netta.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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