Intervista ai Perturbazione, che presentano Risuona: il nuovo album tra traduzione, tradizione e tradimento. “Abbiamo fatto un disco nostro appropriandoci di qualcosa di qualcun altro”.
A due anni dall’ultima pubblicazione discografica, i Perturbazione tornano con Risuona, un album che nasce da un’idea semplice solo in apparenza: prendere dieci canzoni nate in lingua inglese, tradurle, riarrangiarle e farle diventare proprie.
Un percorso che per la band torinese diventa però molto più di un disco di cover. Perché tradurre significa inevitabilmente tradire, ma anche confrontarsi con una tradizione e con la propria identità artistica. Il risultato è un lavoro nel quale le canzoni originali vengono attraversate dalla sensibilità dei Perturbazione senza perdere il loro potere evocativo.
Questa la tracklist:
- 1. Musica in un’altra lingua (Music in a foreign language – Lloyd Cole) feat. Lloyd Cole
- 2. Quel che non ho più (Only you – Yazoo)
- 3. Una prova (Proof – I am kloot)
- 4. Il tuo ex (Your ex-lover is dead – Stars) feat. Chiara Vidonis
- 5. Sconosciuta (Stranger – Noah & The Whale)
- 6. Vieni qua (C_mere – Interpol)
- 7. Resta se vuoi (Why won’t you stay – American Music Club)
- 8. Killian’s red (Killian’s red – Nada Surf)
- 9. Sedna (Sedna – Efterklang)
- 10. Conseguenza (Consequence – The Notwist)

“Quel che non ho più”, versione italiana di “Only You” degli Yazoo, è il primo tassello di questo viaggio. Ma dietro la scelta dei brani c’è anche un filo rosso che la band ha riconosciuto solo strada facendo: quello dell’assenza. Amori finiti, distanze, separazioni e tutto ciò che accade quando l’innamoramento lascia spazio alla necessità di elaborare una perdita. Un tema che collega Risuona anche a Disamore, ultimo album di inediti della band, pubblicato nel 2020.
Nel nuovo disco, però, i Perturbazione hanno scelto di confrontarsi con canzoni altrui per scoprire qualcosa di nuovo su se stessi.
E lo hanno fatto anche mettendosi alla prova con i limiti della traduzione, della metrica e della melodia.
Tra gli autori reinterpretati c’è anche Lloyd Cole, che ha accolto con entusiasmo la rilettura della band.
Un percorso fatto di tentativi, autorizzazioni, brani accantonati e scelte dettate dalle affinità più che dalla volontà di realizzare una semplice raccolta di cover.
In questa intervista, i Perturbazione raccontano la genesi di Risuona, il significato di “traduzione, tradizione e tradimento” e il modo in cui oggi guardano alla propria lunga storia.
Dagli inizi sui banchi di scuola agli oltre trent’anni di carriera, passando per Sanremo, In circolo, Disamore e i progetti più recenti, fino alla domanda più difficile: chi sono oggi i Perturbazione?
Intervista ai Perturbazione, il nuovo album “Risuona”
Risuona rappresenta un progetto molto particolare nel vostro percorso. Da dove nasce l’idea di questo album?
Risuona è un viaggio che parte dalla traduzione. Sono dieci brani, tutti riarrangiati ma soprattutto tradotti da noi, originariamente in inglese. È una lingua che abbiamo frequentato tanto da ragazzi, crescendo e provando a fare questa cosa di suonare insieme. Ci siamo accorti nel tempo che il mestiere di fare le cover, con cui i gruppi crescono, è una specie di palestra. Dopo poco capisci che le cover che ti vengono meglio sono quelle dove poi ci metti più del tuo. Non solo in termini di arrangiamenti, ma proprio perché sono brani che raccontano qualcosa di te e quindi li interpreti e li vivi in un modo diverso, invece di cercare di riprodurli meccanicamente. Questo meccanismo si è moltiplicato tantissimo con l’atto della traduzione, che è una cosa iniziata un po’ per gioco tanti anni fa e sulla quale poi siamo tornati nel tempo.
Avete avuto la sensazione che fossero le canzoni a scegliere voi, più che voi a scegliere loro?
Ci siamo accorti che c’era un filo rosso che ci legava a quelle canzoni, che sembrava quasi avessero scelto loro noi, piuttosto che noi aver selezionato con cura e attenzione, un po’ quasi paraculi, i titoli. Sono più canzoni che sono venute a trovarci e che, nell’atto della traduzione, hanno svelato qualcosa del nostro percorso. Negli ultimi anni questo percorso è stato molto attorno al tema dell’assenza. Ci sono quasi tutte canzoni d’amore, ma non solo canzoni d’amore nel senso classico dell’innamoramento. Piuttosto raccontano quello che succede dopo, quando le cose si rompono.
Quindi Risuona è anche un disco sull’assenza e sull’elaborazione della perdita.
Soprattutto sull’elaborazione che riusciamo a fare dell’assenza. Per riuscire ad avere la luce ti serve il buio; per definire i pieni di una scultura devi avere il vuoto. Queste sono canzoni che ruotano tanto attorno a questo tema e probabilmente si sono svelate a noi grazie a questo atto della traduzione, che è sempre un atto di tributo a quella tradizione, ma anche di tradimento, perché qualcosa bisogna inevitabilmente cambiare.
“Traduzione, tradizione e tradimento” sono infatti tre parole centrali nel progetto. Come avete lavorato su questo equilibrio?
Il gioco era quello di fare un disco nostro appropriandoci di qualcosa di qualcun altro. Qualcosa di molto amato. Penso anche al lavoro di De Gregori su Dylan, Amore e furto. De Gregori ha riconosciuto che se vuoi tradurre non puoi stare dentro l’originale per rispettarlo completamente. Noi abbiamo una lingua strana per la musica, con tantissime vocali. All’estero l’italiano è invece molto amato. Possiamo fare un parallelo con il modo in cui noi sentiamo il brasiliano, per esempio. È una lingua molto dolce.
Se dici “sun” hai una sillaba; se dici “sole” ne hai due. Se dici “love”, in italiano hai “amore”: quante vocali in più! Metrica e melodia vocale comandano ovviamente nel cercare di riprodurre una canzone. Traducendola cerchi di mantenere l’atmosfera, di restituire lo spirito della canzone, ma per forza di cose cambierai alcune parole fondamentali di quella narrazione. Poi, di fatto, stai giocando la tua partita a scacchi. Ed è un atto di tradimento e allo stesso tempo di tradizione.
Quanto è importante, per voi, il rapporto con la dimensione della reinterpretazione?
Viviamo anche in un’epoca che ha il privilegio della riproduzione dell’opera d’arte. Puoi cliccare play quante volte vuoi, ma la musica nasce anche come atto di ascolto e di provare a rifare qualcosa che hai ascoltato e che ti è piaciuto. Significa capire quali sono i tuoi limiti tecnici e qual è la tua espressività. È una palestra che esiste da sempre.
Avete dichiarato che rileggere brani altrui vi è servito a conoscere “i vostri limiti, ma anche i vostri punti di forza”. Quali limiti avete scoperto?
Quando vai a caccia di quelle canzoni, o quelle canzoni vengono a scovarti, ti accorgi in fretta che rivisitare dei grandi classici, molto conosciuti, è praticamente impossibile. Una canzone come Gli spari sopra di Vasco Rossi funziona meravigliosamente, mentre la versione di Creed non rispetta quanto creato dai Radiohead. Non perché Vasco non sia stato bravo, ma perché è molto difficile rifare qualcosa che risuona già così tanto, in quella lingua, dentro l’orecchio degli ascoltatori.
È anche per questo che avete scelto brani più nascosti?
Sì. Il gioco dei riconoscimenti per qualcuno ci sarà ed è anche una cosa divertente di questo tipo di album, però non è il motivo per cui è nato. È più raccontare. Io lo sento tanto come la prosecuzione di un disco a cui noi vogliamo un bene infinito ma che ha avuto grandi sfortune distributive: Disamore, uscito nel 2020, in piena pandemia.
È il nostro ultimo disco di inediti, sei anni fa, ed è la storia di una parabola amorosa dall’inizio alla fine, con i suoi idilli, la quotidianità, le fatiche e alla fine la separazione. E soprattutto quello che si fa della separazione. Mi sono accorto che tante canzoni che abbiamo scelto, o che ci hanno scelto, hanno a che fare proprio con questo tema.
In Risuona avete evitato di imitare gli originali, portando invece ogni canzone nel vostro universo.
Sì. Il compimento più bello è proprio questo: fare un disco nostro appropriandoci di qualcosa di qualcun altro. Non volevamo riprodurre meccanicamente le canzoni. Volevamo farle entrare nel nostro mondo, cercando di capire cosa potevano diventare attraverso la nostra sensibilità.
Avete avuto modo di far ascoltare queste riletture agli autori originali?
Sì, perché questo è un altro tema che ruota attorno a Risuona. Per riuscire a fare un disco del genere devi ottenere l’autorizzazione degli autori originali e degli editori originali. Senza non puoi pubblicarlo e, in teoria, nemmeno farlo dal vivo. Quindi siamo andati, dove c’era la possibilità, a contattare attraverso gli editori gli autori oppure direttamente gli autori quando c’erano contatti più semplici.
Tra questi c’è Lloyd Cole, che ha avuto una reazione particolarmente positiva.
È stato bello vedere, per esempio, Lloyd Cole risponderci dicendo che non riusciva ad apprezzare tutte le sottigliezze della lingua, ma che il brano gli scorreva e gli piaceva. La sua espressione esatta, via mail, fu: “Ha migliorato la mia giornata”. Per noi è stato un giorno meraviglioso.
Con la faccia di tolla che ci ritroviamo, siamo andati anche a chiedergli se avesse voglia di ricantare soltanto Music in a Foreign Language, che è una cosa simbolica rispetto a questo atto della traduzione di Risuona. Lui canta solo l’ultimo verso, in inglese come nel pezzo originale, e ci ha fatto questo regalo.
Tutti gli autori hanno accolto positivamente il progetto?
No, e anche questo fa parte del percorso. Alcuni hanno scritto ringraziandoci, ed è stato bello. Altri hanno detto di no, semplicemente perché magari c’era qualcosa che non scorreva abbastanza bene oppure sentivano quel materiale come fortemente personale. Abbiamo provato, per esempio, con Death with Dignity di Sufjan Stevens, che ci piaceva tantissimo. Però quello è un disco molto personale, anche dalle interviste emerge quanto sia legato alla sua famiglia, e alla fine ha detto di no. Altri non hanno risposto. Quindi c’è una pila enorme di tentativi, di traduzioni dove poi capisci che stai sbattendo contro qualcosa che non puoi scalfire.
Ci sono quindi diversi brani rimasti fuori dal disco?
Sì. Quattro pezzi, di fatto, non ce l’hanno fatta sul disco perché non c’era l’autorizzazione. A volte vuoi tanto fare una canzone, ma poi ti trovi davanti a un ritornello, a una parte del brano, a qualcosa che non riesci a superare. E allora la metti da parte.
Avete anche scelto, in alcuni momenti, di fermarvi. Quanto sono importanti le pause nella vostra storia?
Qualche volta abbiamo messo il tasto pausa per qualche anno perché era necessario. Ciascuno di noi si rigenera. Ognuno di noi lavora anche in altri ambiti artistici e professionali. Rispettare quelle pause forse è il segreto per poi riuscire a tornare. Di nuovo, i vuoti e i pieni si compensano.
Il 2026 segna anche i dieci anni di Le storie che ci raccontiamo. Che rapporto avete oggi con quel disco?
È un disco controverso per noi, ma è un disco a cui vogliamo bene. Alla fine vuoi bene a tutti i dischi che fai, anche a quelli che poi senti un po’ più zoppi. In realtà Le storie che ci raccontiamo, la canzone omonima, è una canzone che non abbiamo mai smesso di suonare negli ultimi dieci anni e continuiamo a farlo. Adesso stiamo preparando i nuovi concerti e la rimetteremo di nuovo in scaletta.
Come è nato quel disco?
È figlio del fatto che arrivavamo da Musica X e da una fascinazione verso strumenti che forse avevamo trascurato rispetto alle chitarre, alla voce, al basso e alla batteria. C’era il groove, c’era il lavoro prodotto insieme a Mascazzini e ci eravamo divertiti molto con quella cosa. Poi ci siamo un po’ rotti di quel meccanismo. Le storie che ci raccontiamo sta quindi con un piede in quel sound e con la ricerca di quello che abbiamo fatto dopo. Disamore, invece, lo sento come un disco assolutamente organico. Non gli cambierei praticamente niente.
Le storie che ci raccontiamo resta comunque un disco importante per voi?
Sì, perché ci abbiamo provato. È il primo lavoro che abbiamo fatto in quattro e quindi è figlio di tante cose diverse, di tanti impulsi. Dentro trova delle sue piccole perle. Sono contento anche perché noi facciamo delle cose che sono fatte lì e le fai metà. Poi non devi mai dimenticare che ci si sposta per tutte le casine della vita e che l’altra metà ce la mette chi ascolta quelle cose.
Quindi quando una canzone esce, smette in qualche modo di appartenervi completamente?
Esatto. È un momento in cui metti fuori un lavoro, una canzone, un album. Dopo, per la metà, è veramente degli altri. Ed è bellissimo che sia così. Perché sia una tua metà che senti forte, ma poi lasci spazio a chi ascolta per costruire l’altra metà.
Dopo oltre trent’anni di carriera, chi sono oggi i Perturbazione?
I Perturbazione sono un quartetto di amici, prima di tutto, che hanno iniziato a suonare quando erano al liceo e che hanno avuto la fortuna di riuscire a continuare a farlo attraverso quella che è un po’ la chimica artistica tra di loro. Con alti e bassi, qualche capitombolo, avventure varie, anche cercando di circondarsi di strutture che facessero questo lavoro: management, booking, uffici stampa. Come per la maggior parte delle persone che fanno questo lavoro, è fatto anche di tanti sacrifici e spesso di risorse limitate, ma con grande passione. Quindi un po’ grazie a loro, un po’ grazie alla tigna e un briciolo di talento, siamo ancora in grado di suonare insieme.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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