Caparezza

Caparezza Exuvia Tour
L’esperienza personale di un artista è un bagaglio infinito di lezioni apprese sul campo e sulla propria pelle, di insegnamenti e motivazioni che lasciano il segno. Lo sa bene Michele Salvemini, alias Caparezza, che nel corso della sua carriera ha attraversato sia momenti brillanti che zone d’ombra. Una riflessione sul passato con un occhio ben puntato sul presente, ma anche una proiezione e una valutazione del futuro: questo è Exuvia, il suo ottavo disco in studio pubblicato per Polydor/Universal Music nel maggio del 2021.

Un lavoro ricco di autenticità, ragionato in ogni sua piccola sfaccettatura, il cui titolo prende spunto dal termine che descrive la vecchia pelle dell’insetto dopo la muta, quindi ciò che rimane del suo corpo dopo aver sviluppato un cambiamento. Si tratta di un calco perfetto, talmente preciso nei dettagli da sembrare quasi una scultura. In questo disco viene celebrato il cambiamento, per l’appunto, quasi come fosse un vero e proprio rito di passaggio, una rinascita a tutti gli effetti.

Di questo e di molto altro abbiamo parlato direttamente con Caparezza, in una chiacchierata che diventa l’occasione ideale per presentare e raccontare lExuvia Tour 2022. Il prossimo 25 giugno da Treviso partirà, dunque, questo viaggio musicale che ci terrà compagnia per tutta l’estate. Una tournée studiata in ogni minimo particolare, uno show all’altezza delle aspettative di un pubblico che, decennio dopo decennio, è entrato in perfetta sintonia con la geniale visione scenica dell’artista pugliese.

Videointervista a Caparezza Exuvia Tour

Sui social hai di recente scritto: “si vociferano cose incredibili”, immagino sia tanta la voglia di proporre dal vivo un disco che ti ha dato parecchie soddisfazioni…

«Che poi sono io che le vocifero (sorride, ndr), però posso assicurarti che nei miei spettacoli cerco di portare sul palco non soltanto la performance sonora, ma una serie di aggeggi, attrezzature e oggetti che servono a sottolineare ciascun pezzo incluso in scaletta. Mi diverto molto a mischiare, partendo da una matrice rock, da un linguaggio tipicamente rap e da momenti recitati. Allo stesso tempo, quindi, c’è del teatro e nella rappresentazione tendo a mescolare un po’ di tutto. Comprese le scenografie che si muovono come se fossimo nella “Aida”. Questo è il mio modo di fare musica dal vivo, sperimentato col tempo. Negli anni ho fatto tantissimi concerti e sono andato anche un po’ a tentativi. Di conseguenza, possiamo considerarlo a tutti gli effetti uno spettacolo nato sul palco».

Spettacolo che inizialmente era stato previsto e programmato nei palasport, il tutto rimandato a causa della situazione pandemica. In che termini è stata convertita l’idea dello show e del suono dai palazzetti al chiuso alle arene all’aperto?

«Le arene all’aperto hanno una caratteristica di imprevedibilità che non è propria dei palazzetti. Ci sono delle variabili di cui tenere conto, a partire dal meteo, senza dimenticare il fatto che la gente vuole prevalentemente divertirsi e, magari, concentrarsi un po’ di meno. In più, non sempre si ha la possibilità di avere il proprio palco e il proprio set luci, come succede invece di solito nei palasport. Quindi c’è una forma di adattabilità che rende sicuramente i tour estivi più dinamici rispetto a quelli invernali. In questo caso sono riuscito a mantenere la stessa scaletta progettata, volta a soddisfare in primis me stesso e di conseguenza l’audience. Dopo svariati tentativi direi che ci siamo!».

Come si incastrano in questa narrazione le canzoni del passato e che ruolo hanno nella scaletta di questi nuovi concerti gli evergreen del tuo repertorio?

«Un po’ come era capitato in passato nei miei scorsi tour, c’è sempre uno spazio dedicato ai pezzi presenti nei dischi precedenti, brani che vengono comunque calati nella narrativa di ogni concerto. Un’operazione abbastanza interessante per me, perché ogni volta devo rivestire queste canzoni. E’ divertente vedere pezzi dei primissimi dischi, penso ad esempio a “Vengo dalla luna” che non è mai uscito dalla scaletta oppure altri brani che hanno avuto varie vite sceniche. Il vantaggio di fare tour teatrali è proprio questo: avere il privilegio di scegliere tracce del passato che possano far parte del percorso attuale. Come sempre ci sarà spazio per la quasi totalità delle canzoni dell’ultimo album, ma non solo. In due ore di concerto c’è tempo per tutto, sia per le vecchie che per le nuove glorie della mia discografia».

Qualche tuo fan inizialmente aveva interpretato “Exuvia” quasi come la chiusura di un cerchio, come un tuo ipotetico ultimo album in studio. Tu stesso parli spesso di stimoli e dell’importanza del trovare cose nuove da dire. Ti è capitato di riflettere di recente su questo tema e di scrivere cose che ritieni valide al punto da poter parlare già di un tuo nono progetto discografico?

«Più che nono progetto discografico, non ho un progetto discografico (sorride, ndr), nel senso che non ci penso. Questo è un mio limite assoluto, non riesco a declinare pensieri al futuro. Probabilmente perché sono troppo concentrato sulle cose che fanno parte del mio presente. Ogni singolo minuto di questo ultimo periodo è dedicato al tour, che per me è molto faticoso da costruire, perché sono il riferimento di tutti i comparti. Mi relaziono con i costumisti, gli scenografi e i vari performers. Metto il becco pure sulle questioni legate al service, piuttosto che sulla creazione del palco. Il tutto mentre sono immerso nelle prove generali e mentre mi occupo personalmente della sequenza elettronica, correggendo il tiro su ciò che viene fuori dagli hard disk e che si mescola con quello che suoniamo dal vivo. Immagina tutta questa mole di lavoro quanto possa assorbirmi, al punto che non avrei neanche il tempo necessario per pensare ad un nono disco. Mi godo sempre ciò che faccio nel presente e cerco di non occupare la mia testa con preoccupazioni di alte epoche».

Caparezza

Tra i tuoi pezzi ho sempre apprezzato in modo particolare “China Town”, poiché ci ritrovo sia il tuo passato nelle strofe che il tuo presente nell’inciso, quasi come se fosse un featuring tra Caparezza e Mikimix. Com’era nata questa canzone che tu stesso all’epoca avevi definito come la tua prima vera e propria ballad?

«Sì, questo pezzo in particolare è nato dalla base, perché in realtà non ci sono delle regole su come vengono fuori le cose. A volte tutto parte dall’animo, dopo aver immagazzinato determinate informazioni e sensazioni, così improvvisamente ti viene voglia di raccontarle. In altri casi si parte da un’esigenza letteraria, dalla voglia di scrivere un testo che parli di un tema in particolare. Poi ci sono dei modelli più classici, che nel mio casino sono più rari e traggono ispirazione da un giro armonico. Il caso di “China Town” è emblematico, proprio come è accaduto anche per “Una chiave”, canzoni guarda caso sbilanciate entrambe sul pathos. Dalle note è partita l’idea di scrivere un testo sul mio amore per la scrittura, declinato non solo in ambito musicale. Mi è venuto subito spontaneo immaginare questa sorta di “Marco dagli Appennini alle Ande” che, però, è diretto verso il luogo dove nasce e sgorga l’inchiostro, la città della China, una sorta di terra promessa per chi ama leggere e scrivere. Da lì è stato tutto in discesa, una volta focalizzato il mondo intorno ai miei pensieri, di getto è venuto fuori il pezzo. Un brano che ha rappresentato un piccolo tilt nel mio percorso. Una sorta di scricchiolio per il mio modo di fare dal punto di vista discografico. “Exuvia”, invece, è il disco del cortocircuito».

Non a caso, con “Exuvia” mi hai dato l’impressione di aver definitivamente fatto pace con il passato. A tal proposito, torneresti a calcare oggi un palco come quello di Sanremo? Una rassegna che, negli anni, per certi versi è cambiata e per altri è rimasta fedele a se stessa…

«Le cose cambiano, probabilmente Sanremo oggi non è lo stesso di quando ero ragazzo io. Se dovessi tirare le somme, più di una decina di anni fa, quello dell’Ariston era il palco degli artisti di almeno due generazioni precedenti alla mia. Adesso, invece, penso si ragioni più a quote, un dieci per cento di artisti del passato e per il resto qualcosa di contemporaneo che, però, fa la parte del leone. Nonostante sia convinto che non si debba confondere la coerenza con l’ostinazione, quello di Sanremo non è un palco su cui mi piacerebbe andare. L’ho detto e ribadito mille volte, in ogni circostanza in cui veniva fuori il mio nome tra i papabili del cast. Questo non significa che io abbia qualcosa contro chi partecipa al Festival, parlo semplicemente di me, del dovermi sentire a proprio agio con le mie scelte. L’idea stessa di Sanremo non è che mi faccia impazzire di gioia. Si tratta di un evento con troppo chiasso, in cui raramente vince davvero la musica. Mi sento fuori da questo tipo di gare, per questo la seguo relativamente poco».

In conclusione, qual è l’insegnamento che senti di aver tratto dalla musica in questi anni di attività?

«Nel momento in cui prendi sul serio quello che fai, vale la pena crederci e investirci. Come Mikimix non prendevo sul serio la musica, era soltanto qualcosa da fare per poter vivere usando l’immaginazione e la creatività. Ad un certo punto mi sono accorto che, in realtà, mi stavo innamorando di questa forma d’arte. Quando me ne sono reso conto, sono entrato in una fase pseudodepressiva, perché quello che stavo facendo non era pertinente con ciò che percepivo a livello umano. Così mi sono tirato indietro. Ho avuto il mio maggese e sono tornato riboccandomi le maniche, ripartendo da zero. L’insegnamento che ho tratto è proprio questo, anche se non voglio dire le solite stupidaggini motivazionali che si leggono in giro, però se davvero si ha un fuoco dentro che arde, vale davvero la pena alimentarlo, a prescindere che possa funzionare o meno. Autocitandomi potrei dire: “a volte il traguardo comincia da un passo falso”, un verso presente in “Campione dei novanta”, contenuto sempre in “Exuvia”. Sono sicuro che quel passo falso fatto in gioventù abbia rappresentato il momento più importante della mia vita, perché mi ha permesso di conoscere il fallimento. E’ un po’ come quando ti punge una vespa, ora che l’ho provato so qual è il grado di dolore che posso sopportare e vado avanti cercando di non farmi pungere».

Grazie Capa e buon Exuvia Tour 2022!

«Grazie a te. Volevo solo aggiungere che dopo queste date dal vivo io scomparirò di nuovo nel buio cosmico. Quindi, se avete voglia di rivedere la mia faccia questa è l’unica occasione che abbiamo tra le mani!».