Con il suo debutto discografico Paolo Santo Superstar, Paolo Santo si mette finalmente in prima linea dopo una carriera già ricchissima come autore di alcuni dei più grandi successi del pop italiano. Nell’intervista rilasciata a Vanity Fair, l’artista riflette sul presente della musica italiana, criticando il sistema delle “sessioni” e rivendicando un percorso costruito sulla ricerca di autenticità.
Il suo progetto segna infatti una svolta: non più solo scrittura per altri, ma un lavoro personale, intimo e fuori dagli schemi del mercato contemporaneo.
Parlando del suo esordio da interprete, Paolo Santo chiarisce subito la sua esigenza principale:
“Volevo fare qualcosa di mio”.
Un’espressione che riassume il senso del disco: sette brani concepiti come “atti” di un racconto personale, lontano dalle logiche di produzione rapida che oggi dominano l’industria musicale.
“Sono sette canzoni, sette atti. Per me è come il primo buco su una diga: da qui comincia a uscire l’acqua”.
La critica al sistema musicale contemporaneo
Uno dei punti centrali dell’intervista riguarda la struttura attuale della musica pop italiana. Paolo Santo descrive un sistema in cui le canzoni nascono sempre più spesso in contesti collettivi e standardizzati.
“Oggi è un concorso di autori, di strategie, di sessioni in studio tutti insieme”.
Secondo l’artista, questo approccio rischia di rendere la musica omologata:
“Se si ricorre sempre agli stessi autori è inevitabile che i pezzi finiscano per suonare tutti uguali”.
Una visione netta, che contrappone la produzione contemporanea a un modello più individuale e riconoscibile del passato.
“La musica deve tornare a non prendere per scemo il pubblico”
Paolo Santo non risparmia una riflessione anche sul rapporto tra industria e ascoltatori, sottolineando l’importanza di rispettare l’intelligenza del pubblico:
“Vorrei che si tornasse a non prendere per scemo il pubblico, cosa che non è”.
Per l’autore, la tendenza attuale sarebbe quella di inseguire formule già testate, riducendo lo spazio alla creatività:
“Dall’alto si spinge per una musica sempre più omologata, convinti che seguire binari prestabiliti sia la chiave del successo”.
Il valore delle collaborazioni e la crescita artistica
Nonostante la sua posizione critica, Paolo Santo riconosce il valore delle esperienze condivise con altri artisti della scena italiana, citando anche il lavoro con Tananai come momento significativo del suo percorso.
“L’amicizia nella musica è possibile. Ogni incontro lascia qualcosa”.
L’autore sottolinea come anche le collaborazioni più funzionali al mercato abbiano contribuito alla sua crescita professionale e personale.
Il rapporto con le origini e il peso del cognome
Figlio di Biagio Antonacci e nipote di Gianni Morandi, Paolo Santo affronta anche il tema dell’identità artistica e del rapporto con la propria famiglia.
“Essere figlio d’arte mi ha influenzato, ma oggi ho bisogno di una mia voce”.
L’artista racconta la necessità di distaccarsi dai paragoni e dal gossip, per costruire un percorso autonomo e riconoscibile.
Sul fronte dei grandi palchi italiani, Paolo Santo sembra avere le idee chiare:
“Direi proprio di no. Voglio stare alla larga da quel mondo”.
Una scelta coerente con la sua visione indipendente della musica, anche se lascia aperta una possibilità legata esclusivamente alla qualità del brano:
“Se dovesse scendere dal cielo una canzone, ben venga”.
Un album controcorrente
Paolo Santo Superstar nasce quindi come progetto fuori dalle logiche industriali tradizionali: un lavoro costruito in una lunga fase immersiva, lontano dalle “sessioni” multiple e frammentate.
“Ho rinunciato alle sessioni per immergermi completamente nel disco”.
Un approccio che l’artista definisce necessario per ritrovare profondità e identità sonora.
L’intervista a Paolo Santo racconta un artista consapevole del proprio ruolo nel sistema musicale, ma sempre più orientato a definirne uno alternativo. Tra critica all’omologazione, ricerca di autenticità e tensione creativa, il suo debutto segna una riflessione più ampia sul futuro del pop italiano.
Un progetto che non punta solo ai numeri, ma alla costruzione di una voce personale in un panorama sempre più standardizzato.

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