Sayf debutta tra i Big di Sanremo 2026 con “Tu mi piaci tanto”: tra ironia, politica, identità e fragilità, il racconto di un artista che non vuole essere una popstar.

A poche settimane dal via della 76ª edizione del Festival di Sanremo, Sayf è uno dei nomi che più incuriosiscono addetti ai lavori e pubblico. Classe 1999, genovese, italo-tunisino, arriva all’Ariston con “Tu mi piaci tanto”, un brano che dietro un titolo quasi infantile nasconde una riflessione lucida, politica e profondamente umana sul presente.

Durante l’incontro stampa che precede il debutto sanremese, Sayf si presenta per quello che è: diretto, ironico, disarmante. «È una canzone come un’altra…» dice sorridendo all’inizio, salvo poi smentirsi da solo nel corso di quasi mezz’ora di dialogo fitto, dove emergono visione, consapevolezza e una sorprendente maturità.

L’approccio al Festival è lontano dalla retorica della consacrazione. Sayf non parla di vittoria, classifiche o strategie. Anzi, mette subito le cose in chiaro:
«Sanremo è un contesto che rispetto. Mi fa piacere per come è venuta la canzone, ma non mi aspetto niente. Vado a fare quello che faccio sempre».

Una serenità che non è superficialità, ma scelta precisa:
«Per me è importante rimanere legati a quello che si vive, a quello che fa piacere vivere. Non sono qua per diventare una popstar».

Il brano: struttura classica, contenuto non allineato

Dal punto di vista musicale, “Tu mi piaci tanto” non nasce come un progetto pensato “per Sanremo”.
«Il genere non è una scelta ragionata, è uscita così», spiega.
L’unica vera riflessione è stata sulla struttura:
«Abbiamo lavorato più che altro sulla forma, dando più spazio ai ritornelli. È una struttura un po’ più classica rispetto alle cose che faccio di solito».

Un compromesso formale che non addomestica il contenuto. Nel testo convivono politica, ironia, memoria storica e fragilità personale, tenute insieme da un tono volutamente semplice.
«“Tu mi piaci tanto” è una frase da bambino. Mi piace perché può dire tante cose con un tono infantile, che però ti permette di dire anche verità dure».

Uno dei momenti più emozionanti è stato l’incontro con l’orchestra:
«Sono onorato. Prima di tutto sono un musicista, e suonare con l’orchestra dà al pezzo più anima».

Il brano nasce in un periodo di forte tensione sociale e politica. Sayf non lo nasconde:
«Sono un sognatore. Sogno un mondo tranquillo, unito. Siamo tutti uguali, ma ce lo dimentichiamo».

Nel testo compaiono immagini di piazze, simboli di non violenza. Ma l’intento non è ideologico:
«Non sono un rivoluzionario. Faccio una canzonetta. Però magari qualcuno ascolta e gli viene voglia di fare qualcosa. Io ci sono».

Una presa di posizione che rifiuta slogan e semplificazioni:
«Voglio solo dare la mia impressione del mondo, della politica, dire che in questo momento non c’è nessuno che ci rappresenta».

Tra i riferimenti più forti del brano c’è Luigi Tenco, evocato come simbolo della pressione e delle aspettative.
«La citazione su Tenco è personale. È un’estremizzazione del discorso sull’aspettativa. Per me Sanremo è come un tirocinio».

Sayf sente il peso del momento, ma senza drammatizzarlo:
«Arrivo dopo aver fatto musica tutta la vita senza particolare attenzione addosso. Ora l’attenzione c’è e senti la pressione di giocartela bene».

L’amore per la musica italiana degli anni ’60 e ’70 è dichiarato:
«Mi affascinano le vicende della Prima Repubblica. Studiare il passato serve per capire il presente: la storia è sempre circolare».

Tra i riferimenti ideali cita Rino Gaetano e De André:
«Se si ascoltano “Un giudice” o “Il bombarolo” si capisce il tipo di linguaggio che uso, senza la presunzione di paragonarmi a questi maestri».

Uno degli elementi più riconoscibili di Sayf è l’uso dell’ironia, mai fine a se stessa.
«Secondo me l’ironia è come il tono di un bambino: può dirti una verità cruda senza risultare pesante».

Una scelta poetica, ma anche tecnica:
«Poi la pratica affina tutto. Impari la sintesi, a mettere gli accenti nel modo giusto. Ma il tono è naturale».

Genova, la scena ligure e l’identità nazionale

Sayf è spesso associato alla nuova scena genovese, ma rifiuta etichette rigide:
«La musica che facciamo è genovese, sì, ma anche molto nazionale. Non romanticizza Genova, anche se forse potremmo farlo di più».

L’obiettivo non è rappresentare un luogo, ma una sensibilità:
«Genova c’è, è viva. Forse raccontarla così è anche un modo per proteggerla».

Il tema dell’identità attraversa tutto il racconto di Sayf, senza mai diventare slogan.
«Non appartengo a una narrazione sola».

Pur essendo italiano dalla nascita, ha vissuto da vicino le difficoltà di amici e conoscenti:
«Ho visto persone diventare italiane ben oltre i 18 anni. Fare file infinite per dimostrare di poter stare qui. È frustrante».

Il suo ruolo, se c’è, è quello del dialogo:
«Forse posso essere un ponte per far capire artisti come Baby Gang a una generazione più grande».

Milano, il “sogno americano” e il rapporto con la realtà

Il primo trasferimento a Milano non è stato un successo. E Sayf ne è contento:
«Il mio periodo milanese è stato una versione piccola del sogno americano. Non è andata bene, e va bene così».

Col senno di poi, riconosce il valore di quell’esperienza:
«Questo è un mondo che ti riempie di attenzioni in maniera sbagliata. Se perdi il contatto con la realtà rischi di farti abbagliare».

Nella serata cover, Sayf duetterà con Alex Britti e Mario Biondi su “Hit The Road Jack”:
«È nato tutto abbastanza a caso. Abbiamo visto un video in cui suonavano insieme e ci è sembrata l’accoppiata perfetta. Il destino ha voluto che andasse così».

Il rapporto con la televisione è ambivalente:
«Mi affascina, ma la prendo un po’ in giro».

Sui talent è netto:
«Ho fatto dei provini, ma non me la sono sentita. Mi hanno scartato alla prima edizione di Nuova Scena. Invece non ho accettato di fare la seconda. Oggi sono fiero di quella scelta. Per me i talent restano l’ultima spiaggia».

Sull’eventuale partecipazione all’Eurovision il punto di vista è chiaro.
«Quella su una eventuale partecipazione è una scelta che verrà fatta al momento. Condivido le posizioni di chi protesta per quello che accade in Palestina».

Un debutto che è già una dichiarazione

Sayf arriva a Sanremo 2026 senza maschere e senza piani di conquista. “Tu mi piaci tanto” è una canzone che usa la leggerezza per parlare di cose serie, l’infanzia per raccontare la complessità, l’ironia per tenere insieme fragilità e visione.

Forse è proprio questo il suo punto di forza:
«Io faccio quello che farei a prescindere. Se arriva, arriva. In maniera tranquilla, senza urla e senza strafare».

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