Intervista a Luca Dirisio in occasione dell’uscita del suo nuovo singolo “Non te ne sei andata mai“, disponibile da venerdì 26 giugno in radio e sulle piattaforme digitali.
Prodotto da Piero Garone e Tom Beaver, il brano è una ballad pop dal forte impatto emotivo che affronta uno dei sentimenti più universali: la permanenza di una persona dentro di noi anche quando non fa più parte della nostra quotidianità. Non parla soltanto di assenza, ma di tutte quelle tracce invisibili che continuano a vivere nei ricordi, nei gesti, nei luoghi e nelle emozioni. In questa intervista l’artista ci racconta la genesi della canzone, i ricordi di un passato ricco di successi e il momento della carriera che sta vivendo.
Intervista a Luca Dirisio, il nuovo singolo “Non te ne sei andata mai“
Cosa rappresenta questo brano nel tuo percorso artistico?
Più che guardare al percorso artistico, come ogni volta che scrivo una canzone è perché mi va di lasciare un messaggio e questa l’ho scritta 3-4 anni fa per la mia ex moglie. È l’ultima che le ho scritto e non volevo lasciarle qualcosa di triste come quando scrissi “Sparirò“. Volevo lasciarle un messaggio che le facesse capire come le cose talvolta possano prendere anche un’altra direzione ma non per questo bisogna odiarsi. Il nostro, infatti, non è stato un divorzio come ce ne sono tanti, fatto di parolacce e di porte in faccia. È stata una scelta condivisa e io volevo dirle che con lei ci sono stato bene e non ho niente per parlarle male alle spalle e per odiarla, anzi.
Ascoltando il pezzo, ho sentito sicuramente un’evoluzione ma l’ho sentito anche molto riconoscibile e coerente con tutto quello che hai fatto finora. È importante per te mantenere questa riconoscibilità in un’attualità discografica in cui, invece, si preferisce cambiare in base a ciò che è la tendenza del momento?
A me delle tendenze non me ne è mai fregato più di tanto. Io cerco sempre di fare un pezzo in cui esprimermi al meglio perché le canzoni vanno nelle mani anche di altre persone che si possono rivedere in quello che scrivi. Ho sempre utilizzato le canzoni come un modo di esprimermi perché sono meno bravo a parlare e mi viene meglio scrivendo e, quindi, ogni volta che scrivo una canzone cerco di mettere un pezzo della mia vita nelle mani di chi poi la vuole ascoltare.
“Non te ne sei andata mai” arriva qualche mese dopo “È tutto fragile“: c’è in ballo un progetto più ampio, anticipato da questi due singoli, a quasi sette anni da “Bouganville“?
Nel tempo ho capito che è meglio tirar fuori le canzoni quando ne hai voglia, senza stare dietro all’estate, all’inverno e stando soggiogato da sistemi che non mi appartengono. Io sono indipendente quindi, dopo 22 anni di carriera, posso fare come voglio.
Adesso facciamo qualche passo indietro: nel 2004 esce “Calma e sanguefreddo“, ti ritrovi in classifica sopra a Vasco, un successo clamoroso seguito da tanti altri singoli di successo. Che ricordi hai di quei momenti?
Ricordi belli e brutti. Mi hanno messo in mano le chiavi per entrare nel mondo del professionismo, quindi ero felicissimo per aver raggiunto l’obiettivo che mi ero posto quando ero più piccolo, ma non posso dire che mi sono proprio goduto quegli anni perché, quando sei molto giovane, non hai le spalle coperte come oggi e, quindi, hai un sacco di gente attorno che ti dice quello che devi o non devi fare e vivi la situazione in maniera molto stressante perché non sei completamente libero. Però il tempo ti aiuta perché, con gli up & down che sia la vita che la carriera ti mettono davanti, impari a passare sopra a determinate cose, a non usare più alcuni atteggiamenti e, quindi, inizi a ragionare e a vedere le cose in una maniera diversa. Oggi fare musica è perfettamente quello che volevo fare da giovane e sto vivendo, secondo me, il momento migliore della mia carriera e della mia vita perché sono completamente sereno e libero. Sto lavorando da quattro anni con Piero Garone che è il mio manager e produttore e con cui c’è un’intesa molto importante. Come sto lavorando in questi anni è proprio come lo volevo fare da giovane e come me lo immaginavo.
“Calma e sanguefreddo” la canterai prossimamente sul palco del Battiti Live in una puntata che è già stata registrata e, ogni volta che la canti dal vivo, le piazze esplodono con tanti ragazzi che, magari all’epoca non erano ancora neanche nati, a cantarla. Perché, secondo te, i successi estivi del passato riescono a rimanere nel tempo e ad attraversare le generazioni molto più di quelli di oggi?
Questo non spetta a me dirlo. Noi siamo il tempo che passa e che scorre e, in questo tempo che passa, ci sono evoluzioni e involuzioni e, purtroppo, non a tutto quanto si può mettere mano, alcune cose bisogna subirle. Quando ho scritto “Calma e sanguefreddo” ero giovanissimo e non ho scritto una canzone pensando che dopo sarebbe diventata un tormentone. Ho scritto una canzone che parlava di me in quel momento e, secondo me, tante persone ci si rivedono perché parla di quando uno è giovane e ha tanta energia dentro, vuole raggiungere un obiettivo e ci mette tutto se stesso, tutta la voglia che ha dentro, tutto l’amore e l’affetto che ha nei confronti quella cosa. Chiaramente ci vuole il tempo, bisogna insistere, bisogna stare sul pezzo, bisogna non mollare, non bisogna starci male e questo è un discorso che tutti i ragazzi, di tutte le generazioni, possono sentire.
Sono passati, invece, esattamente 20 anni dalla tua partecipazione a Sanremo con “Sparirò” e ti chiedo, anche qui, che ricordi hai di quell’esperienza e se è un palco che ti piacerebbe tornare a calcare.
È chiaro che salire sul palco di Sanremo è un’emozione non tanto perché tu partecipi al Festival perché anzi, fare una settimana lì è anche un po’ una rottura di scatole perché fai 2000 interviste e il 90% delle volte ti fanno tutti le stesse domande. La cosa bella del fare Sanremo per un artista è salire sul palco con quell’orchestra meravigliosa e cantare la tua canzone. È come per un pilota di Formula 1 avere la macchina più prestante in assoluto tra le mani quindi sì, lo rifarei ma non ho tutta questa fretta. Anche perché conosco il sistema Sanremo e so quello che c’è dietro.
Tra le tante cose che mi sono sempre piaciute di te, c’è quella di esserti sempre esposto nelle tue canzoni. Penso, ad esempio, a “La musica è in coma” che è uscita nel 2011 e che oggi suona ancora molto attuale. Perché “la musica è nelle mani sbagliate, la musica è in coma“?
Quando l’arte diventa puro business e non è più governata solamente dall’artista ma ci stanno dietro multinazionali e persone che stanno lì a contare i numeri, la musica va sotto shock perché non nasce per quello. Chi fa musica perché vuole visibilità per me è un emerito pirla, ha sbagliato lavoro. Io non l’ho mai fatta per questo, conosco solo un modo per esprimermi e lo faccio attraverso la musica. Chi la vuole ascoltare la ascolta, chi non vuole farlo può tranquillamente non ascoltarla e, dentro determinati sistemi nei quali ci sono stato per anni, non ci voglio più stare. Fare musica vuol dire libertà assoluta e adesso mi sento libero, prima un po’ meno.
Tu sei un cantautore e oggi c’è forse anche un abuso del termine, perché vengono definiti cantautori degli artisti che scrivono i loro pezzi insieme ad altri 7-8 autori. Cosa significa per te essere un cantautore?
Essere quello che sono. Essere me stesso, né di più di meno. Per me è diventato un mestiere ma rimane sempre la mia più grande passione.

Classe ’92, ho iniziato a scrivere di musica nel 2020 aprendo un mio blog con cui ho catturato le primissime attenzioni di artisti e addetti ai lavori, in particolare di Kekko Silvestre dei Modà, la persona che, più di tutti, mi ha spinto a credere in questa strada. Dal 2022 ho, quindi, iniziato a collaborare con due siti di informazione musicale focalizzandomi su recensioni, approfondimenti e analisi del settore
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