Intervista a Fabrizio Moro, che torna sulle scene con Non ho paura di niente, un album che segna una ripartenza tanto attesa quanto sofferta. Qui il link per l’acquisto di una copia fisica.
Un disco nato dal disagio, dalla disillusione e dal bisogno urgente di ritrovare una voce autentica in un sistema musicale sempre più veloce e superficiale. Il progetto ha debuttato nella Top 10 FIMI e nella Top 5 dei formati fisici, confermando il forte legame con il suo pubblico.
Nove brani intensi e introspettivi in cui l’esperienza personale si intreccia a uno sguardo collettivo, dando forma a un racconto sincero, viscerale e profondamente umano. Non ho paura di niente non è solo un ritorno: è una dichiarazione di identità e resistenza artistica.
Intervista a Fabrizio Moro
Fabrizio, partiamo dall’inizio: cosa rappresenta questo nuovo album nel tuo percorso artistico e umano?
Questo disco per me è una vera ripartenza. Arriva dopo uno stop piuttosto lungo: ero fuori dalla scena discografica da circa due anni e mezzo. Non è stato un ritorno semplice, perché quando ti fermi così a lungo poi rimetterti in gioco fa paura. Devi fare i conti con il tempo che passa, con quello che hai già detto nei dischi precedenti, con il timore di non riuscire più a trovare canzoni che abbiano un senso e una dignità artistica. È stato un nuovo punto di partenza, ma anche uno dei più difficili della mia carriera.
Hai parlato di un processo creativo complesso. C’è stato un momento preciso in cui tutto si è sbloccato?
Sì, ed è stato fondamentale. Prima di arrivare alla canzone che ha sbloccato tutto – che non a caso dà anche il titolo all’album – sono passati mesi. Sono stato chiuso in studio a lungo e le prime cose che uscivano non mi convincevano, non le sentivo abbastanza vere. La paura più grande, quando torni a scrivere dopo tanto tempo, è proprio quella: non trovare più la chiave. Poi è arrivata quella canzone, che mi ha alleggerito, mi ha fatto capire che potevo ancora raccontare qualcosa di autentico. Da lì si è aperto tutto il resto.
Nel disco emerge un forte senso di disagio e disillusione verso la realtà, ma anche una scrittura molto visiva. Quanto è importante per te raccontare per immagini?
È una cosa che mi dicono spesso: le mie canzoni sembrano piccoli frammenti di film. In realtà, quando scrivo, visualizzo davvero delle scene. Non a caso ho fatto anche due film nella mia vita. Canzoni come Casa mia sono estremamente cinematografiche, anche nel linguaggio: uso termini e immagini che non sono così comuni nella scrittura musicale, come piattaforme, aerei, spazi urbani. Sono immagini vive, che servono a restituire una sensazione precisa di disagio e disillusione verso il mondo.
Molti brani sembrano nati di getto. È così?
Sì, spesso succede così. Le canzoni più ispirate arrivano quando senti l’urgenza di fotografare in musica quello che stai vivendo. Casa mia, ad esempio, è nata in pochissimo tempo, perché l’esigenza era fortissima. In generale, una volta sbloccato il processo creativo, ho scritto più di 40 canzoni in questi due anni e mezzo, per poi sceglierne solo nove. Molte sono nate di getto, anche se poi la produzione ha richiesto più tempo.
“Scatole” è uno dei brani più intimi del disco. Da dove nasce?
Nasce da una cosa molto concreta: ho cambiato sei case in dieci anni. Ogni trasloco ti porti dietro scatole piene di ricordi, e alcune non hai nemmeno il coraggio di aprirle, perché dentro ci sono cose che non riesci ancora a buttare via, non fisicamente ma dall’anima. Quando sono entrato nella mia nuova casa e ho messo i piedi su quel pavimento, mi è passata davanti tutta la mia vita. Scatole è nata così, in pochissimo tempo, perché il trasloco è sempre un cambiamento profondo.
Nel disco ritorna spesso il tema della leggerezza mancata, come in “Superficiale”. Ti riconosci in questa difficoltà a lasciar andare?
Assolutamente sì. Io sono una persona molto macchinosa, soprattutto quando si tratta delle cose a cui tengo. Non riesco a farmi scivolare tutto addosso. A volte vorrei essere più superficiale, più leggero, ma mi riesce difficile. Con il tempo, invece di alleggerirmi, tendo a rimuginare ancora di più. Sono molto fiscale con il mio lavoro, ci resto male se ricevo commenti che non mi piacciono. Prendo la vita con ironia, ma sul lavoro sono estremamente severo con me stesso.
“In un mondo di stronzi” emerge però una forte consapevolezza, quasi un cambio di prospettiva.
Sì, perché con l’età capisci tante cose. Quando vedi troppi “stronzi” intorno a te, a un certo punto ti rendi conto che forse il primo sei tu. È come quando sei arrabbiato e ti sembra che lo siano tutti: in realtà sei tu che ce l’hai con te stesso. All’inizio ero molto chiuso, riservato, asociale. Venivo percepito come distante. Poi, col tempo, aprendomi e affrontando le sfide di questo mestiere, sono diventato una persona più estroversa. Se avessimo fatto questa intervista vent’anni fa, sarebbe stato difficilissimo cavarmi una parola.
Il rapporto con tuo figlio è un tema centrale, soprattutto in “Sabato”. Cosa rappresenta oggi per te quel giorno della settimana?
Prima il sabato era libertà, oggi è responsabilità. Mio figlio ha quasi 17 anni e riesco a capire perfettamente cosa provava mio padre quando uscivo io. Ero molto più incosciente di lui, ho sfidato la morte tante volte senza rendermene conto. Col senno di poi mi sento quasi un miracolato. La musica, in questo, mi ha salvato: invece di fare altre stupidaggini, mi chiudevo in sala prove a suonare e buttavo tutto il mio disagio nelle canzoni.
Che tipo di padre cerchi di essere oggi?
Cerco di dare fiducia. Non voglio chiuderlo in una campana di vetro. Le “cazzate” fanno parte della crescita, l’importante è avere anche un po’ di fortuna e una coscienza che ti permetta di capire quando fermarti. Io gli racconto la mia vita per come l’ho vissuta, sperando che possa servirgli da insegnamento. Poi, però, è lui che deve scegliere.
Uno degli aspetti più interessanti del disco è la coralità dei punti di vista, come nel singolo “Mi vedi”.
È vero, in quel brano non canto solo me stesso. Mi metto dall’altra parte, dalla parte di chi mi stava accanto in un momento importante della mia vita. È una persona che ha avuto il coraggio di mettersi completamente a nudo, di mostrarmi le mie fragilità. Io, paradossalmente, nella vita sono coraggioso, ma nelle relazioni sono molto vigliacco. Questa canzone nasce proprio da lì.
Dal punto di vista sonoro il disco è molto curato: Hammond, fiati, sax. Come vivranno queste canzoni dal vivo?
Questo è merito soprattutto del mio produttore, Giordano Colombo, con cui abbiamo trovato subito un linguaggio comune. Alcune canzoni nascono già con un vestito preciso: il testo ti suggerisce il suono giusto, anche un semplice cambio di equalizzazione può modificare il senso di una frase. Dal vivo suono sempre con gli stessi musicisti da anni, molti hanno collaborato anche agli arrangiamenti. Quello che senti nel disco è molto vicino a quello che sentirai sul palco.
In fondo, è anche questo uno dei motivi per cui il tuo pubblico ti segue così tanto.
Sì, non c’è mai una grande distanza tra disco e live. Quando scrivo un album, immagino sempre già come suonerà dal vivo. È una cosa che il pubblico percepisce e apprezza, soprattutto nei concerti.
Qui il calendario del tour e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

Speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali. In vent’anni ha realizzato oltre 8.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia” e nel 2205 “Ride bene chi ride ultimo”
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