Intervista a Francesco Renga, che torna in gara al Festival di Sanremo 2026 con il brano “Il meglio di me“.
C’è un filo sottile che lega tutte le partecipazioni di Francesco Renga al Festival di Sanremo: la ricerca di verità. Dal trionfo del 2005 alle stagioni più complesse, fino alla maturità consapevole di oggi, ogni ritorno all’Ariston è stato un capitolo diverso della stessa storia artistica.
Nel 2026, con “Il meglio di me”, Renga sceglie di esporsi ancora una volta, ma con uno sguardo nuovo. Parla di fragilità maschili, di zone d’ombra, di responsabilità emotiva. Lo fa con un linguaggio che tiene insieme classicità e contemporaneità, senza inseguire mode ma dialogando con esse. Il brano nasce da un lavoro collettivo, moderno nella forma, ma trova la sua cifra nella vocalità potente e riconoscibile dell’artista bresciano.
Anche la scelta della cover – un omaggio a David Bowie in italiano insieme a Giusy Ferreri – racconta questa doppia anima: radici profonde e desiderio di rinnovarsi. Per Francesco Renga, Sanremo 2026 non è solo una gara. È una dichiarazione d’intenti. Una rinascita. Un modo per dire che il meglio, forse, non è alle spalle ma davanti.
E nel 2026 Francesco Renga tornerà in tour nei teatri. Qui il calendario e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.
Intervista a Francesco Renga, in gara a Sanremo 2026 con “Il meglio di me”
Francesco, torni a Sanremo 2026 con “Il meglio di me”. Che clima stai vivendo alla vigilia del Festival?
È sempre la solita grande emozione, ma quest’anno è diverso. Sono più sereno. Ho cambiato un po’ tutto, ho aspettative diverse e motivazioni nuove. Ho cambiato etichetta, sono molto gasato. Siamo tutti molto contenti di quello che stiamo riuscendo a portare a Sanremo, a partire dall’outfit. Ogni Sanremo fa storia a sé. Qualcuno l’ho fatto quasi per caso… e qualcuno l’ho vinto per caso. Ma questo lo chiamerei il Sanremo della rinascita, della svolta. Sento che c’è una quadra che forse per anni ho cercato.
Perché lo definisci il Festival della rinascita?
Perché la canzone è importante. Tocca tematiche che, da uomo di 50 e passa anni, sento urgenti. Però lo fa con un linguaggio rispettoso della mia classicità e allo stesso tempo contemporaneo, moderno. Ho provato tante volte a cambiare linguaggio, a sperimentare. Stavolta credo di essere riuscito a trovare un equilibrio vero. Finalmente sento che la mia identità e la contemporaneità camminano insieme.
In passato hai cercato di modificare il tuo linguaggio. Cosa non aveva funzionato?
Forse forzavo un po’ la mano. Qui invece no. Questa è una canzone che ha un linguaggio vicino alla contemporaneità della proposta artistica italiana: certe barre, una strofa più parlata, poi però si canta. Torna la forma canzone, anche se riletta come la rileggono oggi i ragazzi, con quei salti di ottava, con l’uso del falsetto. Io lì porto il mio contributo. Un salto d’ottava fatto con la mia qualità vocale diventa qualcosa di diverso rispetto a un falsetto. Ed è lì che succede la magia. Il risultato è sorprendente.
“Il meglio di me” parla apertamente di fragilità maschili. Cosa significa portare questo tema sul palco dell’Ariston a 58 anni?
Significa fare una rivoluzione. Significa dire che un uomo della mia età ha ancora criticità, paure, nodi irrisolti, zone d’ombra. E che quel buio lo deve affrontare da solo per riuscire a portare il meglio di sé all’altro. Che può essere una compagna, un figlio, un amico. Se non fai questo lavoro rischi di fare grossi disastri. Io credo che sia fondamentale dirlo, soprattutto oggi.
Com’è nato il brano e come si è sviluppato il lavoro con il team di autori e il producer?
La canzone è arrivata dalla Warner, da Gimmo, il mio A&R. Mi ha subito rapito il ritornello. Poi è iniziato un lavoro lunghissimo. I team di oggi lavorano così: cinque persone partoriscono qualcosa, ognuno mette un tassello. È giusto che sia così. Poi sono arrivato io e ho cercato di dare un senso complessivo. Una volta viaggiavo con un registratorino, appuntavo una melodia e da una parola costruivo tutto il testo. Oggi mi arrivano delle cose già strutturate, e da quelle estrapolo due elementi intorno ai quali costruisco la mia verità. Così è successo per “Il meglio di me”.
Musicalmente il pezzo riesce a sostenere l’intensità emotiva senza appesantirla. Come avete trovato questo equilibrio?
È stato difficile. Mi sono fatto aiutare anche da mia figlia Iolanda, che ha 22 anni. Avevo bisogno dello sguardo di una giovane donna sensibile e intelligente. L’argomento non era facile da rendere pop. La magia del pop è questa: dire cose profonde senza banalità, ma con semplicità. Emozionare o far pensare con leggerezza. Questo era il tentativo. Spero di esserci riuscito.
Guardando al recente passato, che valore hanno oggi per te i Festival del 2019 e del 2021?
“Aspetto che torni” era una canzone che parlava di mio padre e dell’Alzheimer. Per me era molto bella, molto intima. Però forse non è arrivata così. È uscita come una canzonetta d’amore. E il Festival del Covid… probabilmente non lo rifarei. Non stavo bene. L’Ariston vuoto è stato un pugno allo stomaco. Pensavo fosse diverso, invece è stato durissimo. Arrivavamo da un periodo brutto. Quella esperienza oggi me la sarei evitata.
Per la serata delle cover hai scelto di omaggiare David Bowie con “Ragazzo solo, ragazza sola”. Come nasce questa decisione?
Volevo rendere omaggio a uno dei miei artisti di riferimento assoluti, David Bowie, a dieci anni dalla sua scomparsa. Avevo pensato a “Heroes”, ma volevo qualcosa in italiano. E allora ho pensato a “Ragazzo solo, ragazza sola”, la versione italiana di “Space Oddity”. È una canzone che mi accompagna da sempre. Da piccolo mio fratello me la fece ascoltare e io rimasi quasi deluso: “Ma questo è Bowie? Canta in italiano così?”. Poi però l’ho cantata tutta la vita. Perché cantandola mi sentivo meglio. Ovviamente Bowie è inarrivabile, ma quella versione italiana era un sogno nel cassetto».
E il duetto?
Con Giusy le nostre voci insieme sono un’alchimia incredibile. Ve ne accorgerete. Immaginare le nostre due timbriche su quel brano è una figata. È una cosa che sento fortissima. E a Sanremo bisogna anche sognare.

Speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali. In vent’anni ha realizzato oltre 8.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia” e nel 2205 “Ride bene chi ride ultimo”
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