Intervista a Iva Zanicchi, che racconta il nuovo libro “Quel profumo di brodo caldo“, tra cucina, ricordi e musica: dall’infanzia in Emilia a Sanremo. Qui il link per l’acquisto di una copia.
Iva Zanicchi torna a raccontarsi con un libro intimo e sorprendente, dove cucina, memoria e musica si intrecciano in un unico racconto di vita. Tra profumi che riportano all’infanzia, ricette tramandate da madre e nonna e ricordi che attraversano oltre sessant’anni di carriera, l’Aquila di Ligonchio si mostra in una veste profondamente personale. Dalle tavolate domenicali in Emilia, fino ai piatti simbolo dei suoi Sanremo, il libro diventa un viaggio emotivo fatto di affetti, sacrifici e autenticità.
Un racconto sincero che parla di radici, identità e del legame indissolubile tra ciò che si canta e ciò che si è stati. Perché, come la musica, anche il cibo può custodire la memoria di una vita intera.

Intervista a Iva Zanicchi, il nuovo libro “Quel profumo di brodo caldo”
Iva, nel tuo libro il tema dell’olfatto è centrale. Che emozione ti provoca ancora oggi il profumo della cucina di casa tua?
I profumi sono tutto. Hanno un potere enorme, riescono a riportarti indietro nel tempo in un attimo. Io quando sento il profumo del brodo torno immediatamente bambina. Mia madre lo preparava una volta al mese, perché eravamo poveri e bisognava arrangiarsi: si ammazzava la gallina vecchia, si mettevano insieme vari tipi di carne e poi lei faceva i tortellini a mano. Era una festa. Ancora oggi, quando vado in Emilia e sento quel profumo che bolle nelle cucine, potrei anche non mangiare: mi sazia già l’anima.
La cucina dei tuoi ricordi è semplice, ma carica di affetti. È stata anche la “ricetta” della tua carriera artistica?
Assolutamente sì. Io non ho mai abbandonato le ricette di mamma. La domenica era sacra: arrivavano fratelli, nipoti, cognati, eravamo anche in trenta attorno a una tavolata lunghissima. Lei, anziana, voleva comunque dirigere tutto. Sempre le stesse cose: antipasti, cappelletti in brodo, il lesso con la salsa verde, l’arrosto con le patate, la zuppa inglese. Ma andava benissimo così. Era amore puro, ed è lo stesso amore che ho sempre cercato di mettere anche nella musica.
Nel libro emerge una figura fortissima: tua nonna Armida. Che ruolo ha avuto nella tua vita?
Mia nonna Armida era una donna incredibile. A sei anni la mandavano a badare agli animali, a nove anni era già aiutocuoca in una casa nobiliare a Genova. È diventata una cuoca straordinaria. Cucina, sacrificio, dignità: tutto quello che sono viene anche da lei. Ha cucinato persino per il Principe Umberto, che le fece recapitare una foto della regina Elena. Lei aprì una trattoria dove, anche con niente, faceva piatti sublimi.
Il suo ragù era unico…
Un ricordo fortissimo: cucinava solo con tegami di coccio, faceva un ragù lentissimo sul fornello a carbone, iniziando alle sette del mattino per mangiare a mezzogiorno. Le sue tagliatelle al ragù erano uniche e non ne ho mai più mangiato uno così, forse anche perché allora ero giovane, ma quel sapore non l’ho più ritrovato.
A proposito di cibo: nel libro racconti che da bambina odiavi la polenta. Poi però l’hai riscoperta…
Da bambina la polenta la mangiavamo tutti i giorni, e a forza di vederla mi dava fastidio. Mio padre era cacciatore, portava sempre lepre, selvaggina… a un certo punto basta. Poi crescendo l’ho riscoperta e adesso la adoro. Se vado in un ristorante e c’è la polenta, parto da lì. È come alcune canzoni: da giovani le rifiuti, poi col tempo capisci il loro valore.
Esistono canzoni che all’inizio non sentivi tue e che hai rivalutato negli anni?
Sì, assolutamente. Non sempre i brani di maggior successo sono quelli più vicini al cuore. Come ti vorrei, il mio primo brano, è un blues meraviglioso che oggi riscopro con occhi diversi. È come la polenta: pensi che sia superata, invece resta modernissima. Altre canzoni bellissime, come La riva bianca la riva nera, non le ho più cantate per anni e oggi sarebbero tristemente attuali.
Ti è mai capitato di dover cantare un brano controvoglia?
Succede spesso. In televisione ti chiedono sempre Zingara. Io amo quella canzone, ma ho cantato tanto altro. A volte propongo brani meno noti, come Abbandonata, che è meravigliosa, ma non c’è verso: vogliono sempre le stesse. E io non sono capace di impormi, alla fine cedo.
La tua carriera ti ha portata in tutto il mondo. Che rapporto hai con il cibo quando viaggi?
Io rifiuto categoricamente di mangiare italiano all’estero. Vado sempre sul cibo locale, è una forma di rispetto. A volte va bene, a volte malissimo. In Unione Sovietica ho mangiato caviale per quaranta giorni, a ogni pasto. Non lo posso più vedere. In Sud America invece benissimo, in Argentina si mangia divinamente. Conoscere un paese passa anche dalla sua cucina.
Com’è stata la tua esperienza durante la lunga tournée in Unione Sovietica?
È stata molto difficile: dal punto di vista soprattutto alimentare mi sono trovata malissimo, perché per settimane mangiavamo quasi solo caviale, a colazione, pranzo e cena, fino a non sopportarlo più. L’unica alternativa era il borsch, una zuppa di verdure con un pezzo di carne (che io però… non ho mai visto!). È andata avanti così per circa cinquanta giorni, ed è stato davvero faticoso.
Infine, se pensi a Sanremo, qual è il piatto che ti viene in mente?
Sanremo per me è sempre stata ansia pura, lo stomaco si chiudeva. Aspettavo solo l’ultima sera, quando andavo in un ristorante vicino al Casinò e mi sfondavo di trenette al pesto. Il pesto vero è solo quello di Genova. Sanremo per me ha il sapore di quelle trenette mangiate dopo giorni di tensione.

Speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali. In vent’anni ha realizzato oltre 8.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia” e nel 2205 “Ride bene chi ride ultimo”
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