Michele Bravi Copertina Commedia Musicale_MB

Intervista a Michele Bravi che, dopo Sanremo 2026, torna con un lavoro ambizioso e fuori dagli schemi: Commedia Musicale. Un disco che unisce teatro e pop, sperimentazione e narrazione, dando vita a un vero e proprio viaggio artistico tra sonorità sinfoniche e suggestioni psichedeliche. In questa intervista, l’artista racconta la genesi del progetto, le sue influenze e il desiderio di superare i confini della musica tradizionale. Tra dubbi, libertà creativa e una forte componente emotiva, emerge un lavoro “ibrido” e profondamente personale, pensato non solo per essere ascoltato, ma anche per essere vissuto dal vivo.

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Intervista a Michele Bravi, il nuovo album “Commedia Musicale”

Che cosa rappresenta Commedia Musicale nel tuo percorso artistico?

È una grande scommessa, forse anche una forma di presunzione. È un disco che desideravo fare da anni. So che è un progetto molto chiaro ma anche di nicchia rispetto al mercato attuale, però racconta il motivo per cui amo la musica. È il punto d’incontro tra il mio percorso e il teatro, perché la commedia musicale è a tutti gli effetti un genere teatrale. Mi sono chiesto cosa potesse succedere portando quel linguaggio nella scrittura pop.

Hai definito l’album un viaggio psichedelico e sinfonico: quali sono le tue influenze?

Ci sono riferimenti molto forti alla scrittura di Andrew Lloyd Webber e ai grandi musical come Sunset Boulevard e Cats. Ma c’è anche tanta musica pop italiana: penso a Lucio Dalla, capace di usare una scrittura semplice ma estremamente evocativa. Il disco si muove proprio su questi due binari.

Ti senti più vicino al mondo di Broadway o al cabaret europeo?

Mi piace dire che questo è un disco che vuole essere Broadway ma che non ce l’ha fatta. È un ibrido: non ha la solennità del musical e nemmeno l’essenzialità del pop. È una creatura un po’ storta, imperfetta, ma proprio per questo tenera e autentica.

Quanto è stato importante il contributo di Alterisio Paoletti?

Fondamentale. Io avevo un’idea molto chiara ma ancora confusa nella forma. Alterisio mi ha aiutato a darle struttura e credibilità. Mi ha spinto a credere in un progetto che sapevo essere rischioso e divisivo. Senza di lui forse questo disco non sarebbe mai nato.

Come si intrecciano musica e narrazione all’interno del disco?

È il disco con cui mi sono divertito di più. Ho giocato con il linguaggio grottesco, alternando momenti lirici a parti più parlate o urban. Ho cercato una libertà totale, senza preoccuparmi troppo di cosa fosse giusto o sbagliato. Volevo un’interpretazione teatrale, anche a costo di risultare imperfetta.

L’apertura del disco è molto cinematografica: come è nata questa scelta?

Volevo un’introduzione che avesse un respiro sinfonico ma anche una dimensione fiabesca. L’orchestra ha questa capacità di creare mondi immaginifici. Io non so scrivere per orchestra, ma avevo delle idee: Alterisio è riuscito a trasformarle in qualcosa di concreto e potente.

Anche la chiusura è molto particolare, quasi ironica…

Sì, ho chiuso con un brano che si intitola “Insuccesso”. Un po’ per ironia, come a dire: se va male, lo avevo previsto. Ma anche perché volevo un finale grottesco. Nella commedia c’è sempre un lieto fine, e in questo caso il “non successo” diventa paradossalmente il lieto fine.

Quanto conta la dimensione live per questo progetto?

Tantissimo. Questo disco è pensato per il teatro, per essere portato sul palco. È una sfida anche per me capire come trasformarlo in spettacolo. Ma è proprio lì che questo progetto può esprimersi al massimo.

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