Plasma 2026

Intervista a Plasma che, dopo l’esperienza ad Amici 25, ha pubblicato l’Ep Perdigiorno e ha dato il via all’instore tour. (Qui il calendario)

PERDIGIORNO è un progetto che racconta senza filtri il suo mondo interiore, la sua crescita personale e il legame profondissimo con Genova. Lontano da costruzioni artificiali o formule prestabilite, Plasma porta avanti una scrittura “di pancia”, istintiva, emotiva, dove fragilità, rabbia, desiderio di libertà e autenticità convivono continuamente.

Nell’intervista, il giovane cantautore racconta il significato generazionale del concetto di “perdigiorno”, riflette sulla pressione sociale e sull’importanza di restare se stessi anche dentro un contesto competitivo come Amici. Ma soprattutto emerge il ritratto di un artista che considera la musica una necessità vitale, terapeutica e profondamente umana. Tra cantautorato genovese, cultura rap e introspezione contemporanea, Plasma costruisce così un’identità musicale personale e riconoscibile, in cui ogni canzone diventa uno spazio di verità assoluta.

Intervista a Plasma, l’Ep “Perdigiorno”

“PERDIGIORNO” arriva dopo Amici e anni di scrittura: cosa rappresenta questo EP nel tuo percorso artistico?

PERDIGIORNO rappresenta un momento fondamentale del mio percorso. Siamo ancora all’inizio della mia carriera, però questo progetto arriva dopo un periodo molto intenso, sia artisticamente che umanamente. Dentro ci sono sei mesi di esperienza vissuti nella scuola di Amici di Maria De Filippi, ma anche anni di scrittura, di crescita personale e di musica fatta lontano dai riflettori. È un disco che contiene momenti molto diversi della mia vita: ci sono brani scritti due anni fa, altri più recenti, altri ancora nati proprio durante il programma. Per questo più che una fotografia lo considero quasi un racconto: raccoglie frammenti differenti di me, ma li tiene insieme attraverso una coerenza sonora ed emotiva molto forte. È una cosa di cui vado davvero orgoglioso.

Nel disco si percepisce una forte coerenza sia sonora che testuale. Come hai lavorato per costruirla?

La coerenza nasce dal fatto che quando scrivo non penso mai a cosa “dovrebbe” essere una canzone. Non mi metto lì a progettare a tavolino il significato o il messaggio. Io scrivo molto di pancia. Spesso capisco davvero di cosa parla una canzone soltanto dopo averla finita. Cerco di lasciare fuori il pensiero razionale perché secondo me tende a mentire. Le emozioni invece no. Per questo impiego anche poco tempo a scrivere: quando arriva qualcosa, cerco semplicemente di seguirla senza filtri. Credo che il vero filo conduttore del disco sia proprio questo: in ogni traccia ci sono io al 200%. E quando sei totalmente sincero, inevitabilmente crei coerenza.

“PERDIGIORNO” sembra anche una dichiarazione d’identità artistica. Quanto conta per te la contaminazione tra generi?

Conta tantissimo, perché quella contaminazione sono io. Vengo da Genova, una città dove convivono due tradizioni enormi: il cantautorato e il rap. Apparentemente sono mondi diversi, ma secondo me hanno tantissimi punti in comune. Da una parte ci sono artisti come Fabrizio De André, Ivano Fossati e Gino Paoli. Dall’altra tutta la scena rap genovese con cui sono cresciuto. Io sono figlio di entrambe queste cose. E poi Genova ti porta naturalmente alla scrittura. C’è qualcosa nell’atmosfera dei carruggi, nel mare, nella malinconia della città che ti spinge a raccontarti. Persino la poesia di Eugenio Montale secondo me fa parte dello stesso filo rosso.

Il concetto di “perdigiorno” nel disco assume quasi un significato politico e generazionale. Come lo intendi?

Paradossalmente io nella vita reale non mi sento nemmeno tanto un perdigiorno, perché sto lavorando tantissimo e vivo la musica in maniera totalizzante. Però il concetto mi interessava molto da un punto di vista generazionale. Secondo me oggi siamo schiacciati da aspettative continue, modelli da seguire, performance costanti. I social spesso ci fanno sentire in competizione permanente. In questo contesto il “perdigiorno” diventa quasi una figura rivoluzionaria. Fare arte senza inseguire necessariamente un risultato economico o un obiettivo esterno è un atto di libertà enorme. Scrivere perché è bello farlo, senza pensare per forza alla pubblicazione, al successo o ai numeri, è qualcosa di potentissimo. Io penso che il 99% delle cose che ho scritto non usciranno mai, ed è bellissimo così. Perché esistono semplicemente per il bisogno di farle esistere.

Nei tuoi brani convivono continuamente fragilità e rabbia. È qualcosa che nasce spontaneamente?

Sì, assolutamente. Nasce spontaneamente, ma la musica poi aiuta anche a canalizzare tutto questo. Io scrivo praticamente da sempre: da bambino facevo filastrocche, poi poesie, poi ho scoperto il rap e quella scrittura si è trasformata in quello che faccio oggi. La musica è diventata il posto dove riesco a raccontare cose che nella vita quotidiana spesso non dici. Rabbia, tristezza, paura, disagio… tutte quelle emozioni difficili da elaborare trovano spazio lì dentro. Ed è importante che l’arte serva anche a questo.

Hai l’impressione di non voler mai “abbellire” il dolore nelle tue canzoni. È così?

Sì, completamente. Non mi interessa scrivere qualcosa che sembri “figo” o costruito. Preferisco cento volte una cosa vera, anche imperfetta, rispetto a qualcosa di formalmente bellissimo ma vuoto. Quando parlo con ragazzi più giovani e mi chiedono consigli sulla scrittura, la prima cosa che dico è proprio questa: non cercate la frase perfetta, cercate la verità. Per me la musica è l’unico luogo dove posso essere totalmente sincero.

Hai spesso detto che la musica ti ha salvato. Ancora oggi ha una funzione terapeutica?

Sì, assolutamente. È una cosa fisiologica ormai. Non è nemmeno una scelta razionale: succede e basta. Scrivere mi aiuta a capirmi, a processare quello che vivo. Finché sentirò questo processo così naturale continuerò a fare musica, perché per me ha davvero un valore terapeutico enorme.

Quanto è stato difficile restare autentico dentro un contesto competitivo come Amici?

Molto difficile. Però proprio per questo sono felice di averlo fatto. Anche quando mi venivano fatte osservazioni sul mio stile, sul genere o sul modo di cantare, ho cercato di non snaturarmi mai. Ovviamente bisogna crescere e migliorarsi continuamente, ma senza perdere quello che sei davvero. In un mondo pieno di stimoli, aspettative e cose che “dovresti” fare, restare se stessi è una delle cose più difficili ma anche più importanti.

C’è qualche aspetto della tua personalità artistica che avresti voluto mostrare di più durante Amici?

Forse la mia parte più rap. Durante il programma mi sono trovato a fare tantissime cover diverse, anche molto lontane dal mio background naturale. Però alla fine è stata anche una ricchezza enorme, perché mi ha permesso di confrontarmi con mondi musicali che probabilmente da solo non avrei mai esplorato. E questa contaminazione oggi fa parte anche del mio modo di fare musica.

Ora arrivano gli instore e i primi veri incontri con il pubblico dopo la TV. Che sensazione ti dà?

È una delle cose più belle che mi stia succedendo. Quando incontro le persone e mi raccontano che ascoltano la mia musica nei momenti difficili, sento che tutto quello che faccio ha davvero un senso. La mia musica nasce da esperienze personali, spesso anche dolorose. Sapere che poi ritorna agli altri e può aiutarli ad affrontare momenti complicati, familiari o personali, è probabilmente la soddisfazione più grande che potessi immaginare.

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