Intervista a tellynonpiangere che, dopo l’esperienza a X Factor, torna con “Solo solissimo”, un singolo che segna l’inizio di una nuova fase del suo percorso artistico. Intimo, fragile e profondamente autobiografico, il brano racconta la solitudine, la perdita e il dialogo costante con se stessi, trasformando il dolore in racconto condiviso.
Con una scrittura essenziale e una produzione minimale, l’artista bolognese mette al centro la voce e le emozioni, lasciando che la musica diventi spazio di sfogo e consapevolezza. “Solo solissimo” non è solo una canzone, ma un augurio, una promessa di ripartenza.
Intervista a tellynonpiangere, il nuovo singolo “Solo Solissimo”
Dopo l’esperienza a X Factor torni con un nuovo singolo, Solo solissimo. Cosa rappresenta questo brano nel tuo percorso artistico?
Rappresenta un punto di partenza molto importante. È il primo vero passo dopo X Factor e segna l’inizio di un nuovo capitolo. È una canzone estremamente intima, come gran parte di quello che scrivo, ma allo stesso tempo è una sorta di dichiarazione d’intenti: racconta dove sono adesso e da dove voglio ripartire.
Nel brano affronti temi complessi come la perdita, la solitudine e il rapporto con te stesso. Quanto c’è di autobiografico?
C’è tantissimo di personale. Parlo della perdita di persone importanti, ma anche del dialogo continuo che ho con me stesso. È una canzone che nasce dal bisogno di augurarmi serenità, di convincermi che prima o poi si possa stare meglio. Il verso “e lunedì si ricomincia” è proprio questo: una promessa che faccio a me stesso.
Quel “lunedì si ricomincia” suona quasi come un mantra. Quanto è difficile, però, ricominciare davvero nella vita reale?
È molto difficile, almeno per me. Dipende tanto dalla mentalità e da come riesci a metterti d’accordo con il cervello. Spesso è una lotta. Però sentivo che questa frase rappresentava bene anche quello che è successo dopo X Factor: un’esperienza intensa che ti cambia e da cui devi ripartire, portandoti dietro quello che ti ha lasciato.
Cosa ti ha lasciato X Factor, umanamente e artisticamente?
Mi ha dato sicurezza, nuove consapevolezze e tante persone bellissime. Ho dei ricordi molto positivi, dai compagni di avventura a chi lavora dietro le quinte. Dal punto di vista musicale non mi ha stravolto: ha amplificato quello che ero già. Sono sempre rimasto coerente con me stesso, quindi è stato un grande “plus”, non una trasformazione forzata.
Scrivere per te è una forma di salvezza?
Assolutamente sì. Scrivo solo per quello. Non riuscirei a scrivere canzoni allegre quando sto bene: quando sono felice esco, vivo. La musica per me è uno sfogo, è il modo che ho per tirare fuori quello che non riesco a dire in altri modi.
Come vivi la scrittura condivisa, soprattutto nei momenti più fragili?
In realtà la musica rende semplici anche i momenti difficili. Condividerli attraverso la scrittura mi aiuta a capirmi meglio. All’inizio sono molto schivo, silenzioso, ma quando sento che c’è sintonia con le persone con cui lavoro, allora tutto diventa naturale. I rapporti, come nella vita, vanno coltivati.
La produzione di Solo solissimo è molto essenziale e mette al centro la voce. È stata una scelta precisa?
Sì. Con Rocco Giovannoni e Pecs volevamo una produzione leggera, pulita, che accompagnasse il racconto senza sovrastarlo. È una canzone lineare, che scorre come una storia, e la strumentale doveva essere la base su cui poggiare tutto, non l’elemento dominante.
Nel testo Bologna ha un ruolo importante. Che rapporto hai con la tua città?
Bologna è casa. Ci sono nato, ci ho vissuto, anche se ho studiato a Ferrara. L’ho inserita perché rappresenta un nuovo punto di partenza: ripartire da dove tutto è cominciato. È una città che sento profondamente mia.
Ci sono artisti della scena bolognese che senti affini?
Ascolto molto Cremonini e ovviamente Dalla. Sono riferimenti importanti, anche se non mi piace fare paragoni diretti. Nel videoclip c’è anche un piccolo omaggio a Luca Carboni, in modo naturale».
Il videoclip gioca molto sul tema della solitudine e del doppio punto di vista. Come è nata l’idea?
«Volevo mettere in scena i pensieri che arrivano nei momenti di solitudine: ricordi, ripensamenti, cose che ti tengono sveglio la notte. C’è questa sensazione di sospensione, quasi come se stessi osservando me stesso dall’esterno. Mi sento sia protagonista che spettatore di quel racconto.
Ti riconosci in una identità artistica già definita o Solo solissimo la mette in discussione?
Credo che metta una base solida. Non la mette in discussione, ma prepara il terreno per quello che verrà, restando coerente con il mio percorso.
C’è un verso del brano che senti particolarmente tuo oggi?
“Coglieresti un fiore tutto d’oro se poi sai che muore come un uomo”. Parla di egoismo, del desiderio di avere qualcosa di bello anche se sappiamo che potrebbe far male. È un tema che riguarda tutti.
Guardando al futuro, dove ti piacerebbe essere tra un anno?
Non mi faccio grandi viaggi mentali. Ho un piano, ma penso molto all’adesso. Sicuramente mi piacerebbe fare dei live, pubblicare nuova musica e, magari, lavorare a un album. L’idea dell’album ha ancora senso, soprattutto se c’è un concept forte. Ha sempre senso, se è sincero.
Fotografie di Jonathan Petrignani

Speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali. In vent’anni ha realizzato oltre 8.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia” e nel 2205 “Ride bene chi ride ultimo”
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