Intervista a Trigno che, dopo un’estate intensa e ricca di concerti, torna con Ragazzina (Warner Music Italy), un brano che segna una nuova fase del suo percorso artistico. Lo abbiamo incontrato per parlare di libertà, fragilità, scrittura e dei suoi prossimi live sold out.
Intervista a Trigno, il nuovo singolo “Ragazzina”
Trigno, dopo un’estate ricca di date e soddisfazioni, torni con un nuovo singolo. Come nasce “Ragazzina” e quale immagine ti ha dato la prima ispirazione per scriverla?
Guarda, questa estate è stata davvero intensa; bellissima, ma frenetica. Ero sempre in movimento, tra un concerto e l’altro, e ho passato poco tempo in studio. Per me però lo studio è un luogo di libertà, il mio spazio sicuro, dove posso prendermi tutto il tempo che voglio per creare. Quando finalmente ci sono tornato, avevo proprio voglia di ritrovare quel senso di libertà, e da lì è nata Ragazzina. È un brano che parla d’amore, ma in realtà ha dentro molto di più: è un pezzo che parla di libertà, di scoperta e di ribellione.
Nel testo racconti fragilità, rabbia e desiderio di libertà. In che modo la “ragazzina” della canzone rappresenta una parte di te — e, forse, della tua generazione?
La “ragazzina” di cui canto è una figura simbolica: una persona che si ribella, che cerca sé stessa, che vuole trovarsi a ogni costo. È una fase che, prima o poi, tutti attraversiamo, indipendentemente dall’età o dal genere. Il termine “ragazzina”, poi, viene spesso usato in modo dispregiativo, come sinonimo di fragilità o debolezza. Io volevo ribaltare questa idea. La mia ragazzina ascolta Celentano, viaggia, piange, sbaglia, paga i suoi errori — ma resta libera. E in quella libertà ci vedo anche me stesso e la mia generazione.
Hai raccontato che da bambino ti sentivi dire “non fare la ragazzina”. In questo brano, però, ribalti completamente quel giudizio. È anche una riflessione sulla sensibilità dei ragazzi di oggi?
Sì, lo è. Vorrei che il messaggio arrivasse a tutti, sia al pubblico femminile che a quello maschile. La sensibilità non è debolezza. Anzi, è una forma di forza, di coraggio. Vorrei che ognuno potesse riconoscersi in questa canzone — a prescindere dall’età — perché parla di qualcosa di universale: la ricerca della propria identità.
“Ragazzina” è una canzone con due chiavi di lettura: da un lato una storia d’amore, dall’altro un viaggio dentro sé stessi. Come sei riuscito a mantenere questo equilibrio, trattando un tema così complesso con leggerezza e immediatezza?
Ci ho lavorato molto, ma in modo istintivo. Voglio che le mie canzoni siano cantabili, che arrivino a chi ascolta anche senza pesare troppo. Cerco sempre di bilanciare significato e semplicità: scrivere testi che abbiano un senso profondo ma che possano essere cantati a voce alta. Ragazzina nasce proprio da questo: una melodia che resta in testa e parole che lasciano qualcosa dentro.
Hai una scrittura molto visiva, quasi cinematografica. In questo brano sembra di vedere davvero le scene di cui canti. È frutto di un’evoluzione nel tuo modo di scrivere?
Sì, credo di sì. Non c’è stato un momento preciso in cui tutto è cambiato, ma un processo. Con il tempo ho imparato ad ascoltarmi di più e a capire cosa voglio dire e come voglio farlo. Ragazzina è il primo passo in una direzione più consapevole. Ho capito che la musica deve essere un compromesso tra ciò che sei, ciò che vuoi raccontare e ciò che arriva a chi ti ascolta.
Hai affermato che “canti perché scrivi”…
Mi sento un cantautore, nel senso più puro del termine. La scrittura è il mio motore. Io canto perché voglio dare voce a ciò che scrivo, ai pensieri e alle emozioni che ho dentro. La musica è la forma più potente per farlo, perché riesce a colpire in modo immediato. Amo l’arte in tutte le sue forme, ma la musica ha un potere unico: sa arrivare dove le parole, da sole, non bastano.
La tua musica ha un approccio molto “artigianale”: spesso pubblichi sui social versioni acustiche, accompagnato solo da una chitarra. Quanto è importante per te tornare all’essenza?
Tantissimo. Credo che ci sia un ritorno generale alla musica suonata, più autentica. Dopo anni di produzione digitale, molti artisti — me compreso — sentono il bisogno di tornare in studio con gli strumenti, di fare tutto “a mano”. È un modo per ritrovare un suono vero, riconoscibile. Quando una canzone funziona anche solo con voce e chitarra, vuol dire che ha un’anima.
C’è sempre un grande equilibrio tra semplicità e libertà nel tuo percorso. Come riesci a mantenere la stessa energia sia nei concerti intimi che nei grandi palchi, come l’Arena di Verona?
Sono due emozioni diverse, ma ugualmente forti. Cantare nella mia città, Asti, davanti a tante persone che conosco, è stato emozionante e allo stesso tempo una grande responsabilità. Ma anche esibirmi all’Arena di Verona è stato incredibile: un sogno che si realizza. In entrambi i casi, il pubblico è quello che fa la differenza: mi dà l’energia e mi ricorda perché faccio tutto questo.
Hai in programma due date sold out a Milano e Roma: come vivi l’attesa e la pressione per questi concerti?
Cerco di restare concreto. Mi do degli obiettivi e li porto a termine, passo dopo passo. È l’unico modo per non farmi travolgere dall’ansia. In questo lavoro tutto si muove a una velocità impressionante — escono migliaia di canzoni ogni giorno — quindi devi restare lucido e concentrato.
Per un artista della tua generazione, cosa rappresenta il Festival di Sanremo?
Rappresenta un sogno, senza dubbio. È qualcosa che ho sempre guardato in famiglia, sin da piccolo. È un palco che fa parte della nostra cultura musicale, e credo che tutti, in fondo, sognino di arrivarci un giorno.
Se potessi tornare indietro a un anno fa, a quando stavi per entrare nella scuola di Amici, che consiglio daresti a quel ragazzo?
Gli direi di non aver paura di sbagliare. Ho commesso tanti errori, ma a volte la paura di sbagliare è stata più grande dello sbaglio stesso. E questo, forse, è stato l’errore più grande. Gli direi di fidarsi di più e di buttarsi, perché ogni errore insegna qualcosa.
E oggi, cosa ti porti dietro da quel percorso?
Tanta consapevolezza, soprattutto nella scrittura. È lì che metto tutto me stesso. Scrivere rimane la mia bussola: mi aiuta a capire dove sto andando e chi sono, ogni volta che prendo in mano una penna o un microfono.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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