Intervista a Virginio che, dopo aver consolidato negli ultimi anni un legame sempre più forte con il pubblico latino, torna con “Devorar el cielo”, il suo nuovo singolo interamente in spagnolo.
Si tratta del quinto brano pubblicato in questa lingua negli ultimi quattro anni, un percorso coerente che racconta una scelta artistica precisa e ormai strutturata. Nato direttamente in spagnolo e prodotto a Miami insieme al producer colombiano Jhomer Rios, il brano unisce intensità romantica e tensione viscerale, trasformando una storia personale in una metafora universale: “divorare il cielo” come atto di coraggio e libertà.
Tra promozione in Messico, live negli Stati Uniti e partecipazioni a eventi prestigiosi come Premio Lo Nuestro, Virginio continua a muoversi in un mercato ampio e dinamico che gli ha permesso di esprimersi senza compromessi stilistici. In questa intervista approfondisce la genesi del brano, il significato del testo, il rapporto con il pubblico latino e le differenze tra il mercato italiano e quello americano, senza dimenticare uno sguardo emozionato ai suoi inizi di vent’anni fa.
Intervista a Virginio, il nuovo singolo “Devorar el cielo”
“Devorar el cielo” è il tuo quinto singolo in spagnolo negli ultimi quattro anni. Che tappa rappresenta nel tuo percorso artistico?
Rappresenta una tappa molto importante. In questi anni ho raccolto gratificazioni enormi, soprattutto in Messico, dove il pubblico è cresciuto in modo significativo. Sentivo che fosse il momento giusto per pubblicare questa canzone, che è una di quelle a cui sono più legato. È nata direttamente in spagnolo, in modo naturale, e per me era fondamentale che uscisse così. È un modo per rafforzare una connessione autentica con il pubblico latino che mi sta accogliendo con grande calore.
Il titolo è fortemente evocativo. Cosa significa davvero “Devorar el cielo”?
“Divorare il cielo” è una metafora potente: racconta la voglia di vivere senza limiti, di prendersi tutto ciò che la vita può offrire. Il cielo rappresenta qualcosa di infinito, e divorarlo significa non accontentarsi, non reprimersi. La canzone nasce come una poesia e parla di una storia finita per mancanza di coraggio. Nel testo dico: “Non so se adesso stai con un ragazzo o con una ragazza, ma ti capisco: per restare ci voleva più coraggio”. Non è un rimprovero, ma una presa di coscienza. Io scelgo di restare e di lottare per il mio spazio personale e sentimentale.
Hai prodotto il brano a Miami con Jhomer Rios. Che tipo di lavoro avete fatto in studio?
Ci siamo conosciuti grazie a Julio Reyes Copello e ci siamo trovati subito. Quando c’è sintonia umana, il lavoro creativo fluisce. Io avevo in mente un “vestito” preciso per la canzone e Gio Mer ha creato una produzione elegante e perfettamente coerente con l’intensità del brano. Lavorare con un producer latino significa entrare in una dimensione sonora molto aperta, dove identità e contaminazione convivono con naturalezza.
Cosa ti ha dato il mercato latino che in Italia non trovavi?
La musica è universale, ma il mercato latino è molto ampio e questo ti concede maggiore libertà. Non devi necessariamente inseguire la moda del momento. Avevo bisogno di uno spazio dove potermi esprimere al 100%, senza snaturare il mio stile. L’America Latina mi ha dato questa possibilità. È stata un’evoluzione naturale, anche grazie allo studio della lingua: oggi parlo spagnolo fluentemente e questo mi permette di comprendere davvero le culture con cui entro in contatto.
La musica in lingua spagnola è sempre più centrale nelle classifiche globali. È una strategia o una rivoluzione culturale?
Più che una rivoluzione culturale, è un’evoluzione sociale. Il continente americano parla in gran parte spagnolo: era solo questione di tempo. Con la democratizzazione del web, le barriere linguistiche si sono abbattute. Artisti come Bad Bunny lo dimostrano: non è solo una questione di genere musicale, ma di apertura globale.
Stai promuovendo il singolo tra Messico e Stati Uniti. Cosa ti colpisce di più del pubblico latino?
La cultura del live. Quando canti dal vivo, la risposta è incredibile. È un’energia che nessuna intelligenza artificiale potrà mai sostituire. Inoltre eventi come Premio Lo Nuestro, a Miami, sono occasioni prestigiose: essere invitato e riconosciuto in quel contesto è un grande onore.
A breve ricorrerà un anniversario importante dei tuoi inizi. Che ricordo hai del Festival di Sanremo 2006?
Un ricordo dolcissimo e complesso. Era la mia prima esperienza professionale e non avevo ancora una squadra strutturata intorno. Oggi sarebbe diverso. La canzone che portai allora, Davvero, dedicata a una vicenda personale legata a mio padre, è ancora tra le più amate. La canto spesso anche in spagnolo e ogni volta mi sorprende quanto il pubblico la senta ancora propria.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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