Intervista a Walter Ricci, uno degli artisti più interessanti del nuovo panorama jazz italiano, capace di unire tradizione, ironia e apertura verso il pubblico.
Con il suo primo album di inediti, Neapolitan Mambo, il musicista napoletano firma un progetto profondamente identitario, dove jazz, ritmi sudamericani e lingua partenopea convivono con naturalezza. Un disco interamente acustico, caldo e cinematografico, che rifugge le logiche dello streaming per raccontare storie, immagini e sensazioni.
In questa intervista, Ricci si racconta senza filtri: dalle sue influenze agli arrangiamenti, dal rapporto con il pubblico fino alla sua visione del jazz oggi. Un dialogo sincero, leggero e pieno di musica.
Intervista a Walter Ricci, il nuovo album “Neapolitan Mambo“
È uscito un tuo nuovo progetto: cosa rappresenta questo album nel tuo percorso artistico?
È un progetto per me molto importante perché è il mio primo album di inediti. È un disco a cui tengo tanto, con sonorità che amo profondamente e che volevo reinterpretare a modo mio. Credo che con questo lavoro siamo arrivati a un buon punto, sono quasi soddisfatto.
Neapolitan Mambo è un incontro particolare tra jazz e ritmi esotici. Quando hai capito che questa sarebbe stata la tua direzione?
Da molti anni che ascolto musica agli anni ’50. Quelle sonorità le ho assorbite nel mio bagaglio jazzistico e poi trasformate in nuove canzoni, con arrangiamenti originali. Artisti come Lalo Schifrin, Martin Denny o Raymond Scott sono stati fondamentali per me.
Nel disco fondi jazz, mambo, samba, cumbia e canti in napoletano. Quanto è stato complesso adattare la tua lingua madre a questi ritmi?
In realtà è stato molto naturale. Il napoletano è un dialetto estremamente musicale, è la lingua che ho sempre parlato a casa. Dopo aver girato il mondo per studiare jazz e suonare con grandi musicisti, tornando a Napoli ho intuito – come aveva già fatto Carosone – che esiste una forte analogia tra musica sudamericana e musica mediterranea. Sono entrambe musiche calde, esotiche, e incredibilmente vicine.
Hai scelto di registrare l’album solo con strumenti acustici. Quanto era importante per te questa scelta?
È stata una scelta naturale. Ho sempre suonato musica acustica e ho avuto poco a che fare con l’elettronica. In questo disco il ritmo lo dà il contrabbasso, non la cassa della batteria. È così nel jazz e nella musica sudamericana. In questo momento della mia vita non vedevo nulla che potesse convivere con l’elettronica, anche se in futuro potrebbe succedere.
Ascoltando il disco, ogni brano sembra una piccola scena cinematografica. Quanto è importante per te la dimensione narrativa?
Molto. I testi sono stati curati da Alessio Bonomo, un grande autore che prima di scrivere ha voluto conoscermi davvero. Le canzoni nascono spesso da un’idea musicale, da un hook, e poi diventano storie che rispecchiano la mia vita, le mie gioie e i miei dolori. È un lavoro molto intimo.
Nel disco c’è anche il progetto legato a Kimbo, nato da un jingle storico. Com’è stato lavorare su qualcosa di così iconico?
È stata una grande responsabilità. Quella melodia è nella memoria collettiva di tutti ed è stato complesso scriverci una strofa sopra e darle un senso poetico. È stato però anche molto divertente. Ho scelto di scrivere la strofa in italiano per evitare cliché e poi tornare al napoletano nel ritornello, rivelando l’anima del brano.
Spesso il tuo jazz viene definito allegro e accessibile. È una scelta consapevole?
Ne sono molto onorato. Un amico una volta mi ha definito “il Caronte del jazz” perché riesco a traghettare il pubblico verso questo genere. Il jazz è spesso percepito come musica di nicchia, ma io credo molto nella leggerezza, nell’umorismo. È così che comunicavano anche i grandi del passato.
Che emozione speri resti a chi ascolta Neapolitan Mambo?
Vorrei che queste canzoni trasportassero l’ascoltatore in un mondo parallelo, fatto di nostalgia ma anche di futuro. Un mondo in cui ci si muove, si sorride e non ci si prende troppo sul serio.
Questo album è anche una presa di posizione rispetto alla musica di oggi?
Sì, sapevo fin dall’inizio che sarebbe stato un disco complicato per lo streaming. È un album ricco di informazioni musicali e riferimenti culturali. Ma vuole raccontare storie, e credo che la forza della narrazione possa arrivare alle persone in modo immediato.
Nonostante non sia un artista televisivo, sei riuscito a riempire il Palapartenope. Cosa ti rende più orgoglioso oggi?
Il pubblico. Mi rende orgoglioso vedere persone che apprezzano questa musica, anche nella sua complessità. Ai concerti c’è attenzione, ma anche leggerezza e umore. Non do mai la colpa a tv o radio: se qualcosa non arriva, significa che devo migliorare io. Intanto mi godo questa gioia, perché non è affatto scontata.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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