L’incontro tra Paolo Sorrentino e Guè nasce lontano dai set cinematografici, ma si trasforma rapidamente in una scelta artistica precisa. A raccontarlo è lo stesso regista premio Oscar durante l’intervista concessa a Gianluca Gazzoli al BSMT, dove ha spiegato come e perché ha deciso di coinvolgere il rapper nel suo ultimo film, La Grazia.
Sorrentino ha ricordato di aver incontrato Guè in occasione della prima milanese di Parthenope. Una serata che non si è fermata al red carpet, ma è proseguita a cena, dando vita a una simpatia immediata e reciproca. Proprio in vista di quell’incontro, il regista aveva deciso di approfondire la musica dell’artista:
«Sapendo che lo avrei incontrato, mi ero ascoltato la sua musica, che mi era piaciuta molto».
Nonostante una certa distanza generazionale e stilistica dal rap, Sorrentino ha ammesso con ironia di non comprendere ogni dettaglio dei testi:
«Non sono così sveglio su quella musica, ma delle cose, quelle più rilevanti, le ho capite».
Al di là della musica, ciò che ha colpito Sorrentino è stato soprattutto il lato umano di Guè. Il regista ha parlato apertamente di una profonda malinconia interiore percepita nell’artista:
«Ho capito che è una persona che dentro è addolorata, e questo mi interessa molto».
Un elemento che, nel cinema di Sorrentino, diventa spesso materia narrativa. A questo si aggiunge un aspetto visivo tutt’altro che secondario:
«Guè è una figura cinematografica: ha una corporatura importante, un viso molto bello».
È proprio durante quella cena milanese che nasce l’idea di un possibile coinvolgimento cinematografico. Un’intuizione rimasta sospesa fino alla riscrittura della sceneggiatura de La Grazia:
«Quando poi ho riscritto il copione l’ho inserito. Non ho resistito alla tentazione di farlo diventare Cavaliere del Lavoro».
Una scelta che conferma ancora una volta l’approccio istintivo e personale di Sorrentino nel costruire i suoi personaggi, capaci di fondere realtà, immaginario e simbolo.
L’ingresso di Guè nel cinema di Paolo Sorrentino rappresenta l’incontro tra due linguaggi apparentemente lontani, ma uniti da una comune attenzione all’identità, alla fragilità e all’estetica. La Grazia diventa così il punto di convergenza tra musica, cinema e carisma, trasformando un rapper in una figura narrativa capace di parlare anche oltre le parole delle sue canzoni.

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