Marco Mengoni

Una grande festa. Così potremmo sintetizzare il debutto di Marco Mengoni a San Siro, con uno show curato nei minimi dettagli e strutturato in quattro blocchi, ognuno con una propria narrazione. L’emozione è palpabile. La si vede negli occhi lucidi e colmi di gratitudine di Marco, che probabilmente non si è ancora abituato – e noi gli auguriamo di non abituarsi mai – all’affetto incondizionato del suo Esercito, a quello scambio di energia che solo il live può regalare e ad uno stadio che trema letteralmente, pulsando a ritmo della sua musica.

Ed è così che – poco prima di vestire i panni del “Guerriero” – Mengoni si ferma, toglie gli in-ear e si lascia abbracciare dal suo pubblico. Un’emozione travolgente, che il cantautore di Ronciglione non riesce a nascondere. Anzi…. “Ma che splendore che sei nella tua fragilità“. Ecco, a San Siro Mengoni ci ha ricordato ancora una volta l’importanza del saper rimanere umani e ci ha invitati a non aver paura a mostrare le nostre emozioni. Perché non è vero che chi piange è il più debole. Piuttosto, è il più coraggioso.

#MarcoNegliStadi, un viaggio attraversando gli anni

#MarcoNegliStadi nasce dall’incontro creativo di Marco Mengoni con il team di Black Skull Creative (Dan Shipton, Ross Nicholson, Jay Revell, Paul Gardner), celebre studio creativo londinese che cura lo show-design dei live di artisti internazionali e grandi eventi (Little Mix, Dua Lipa, Elton John, Ellie Goulding), ed è uno spettacolo unico nel suo genere: un rito collettivo che connette emotivamente e fisicamente, un viaggio musicale di due ore che attraversa gli anni e dal 2009 arriva fino al 2022.

“Ho scelto di ripartire dal ripartire dal pubblico”. Lo show inizia così sulle note di “Cambia Uomo“, intonate da Marco che appare tra il suo pubblico (un ingresso che recupera il mood dei grandi raduni musicali degli anni ’70) e attraversa il parterre per poi salire sul palco circolare al termine della passerella. Molto belli i visual e, soprattutto, le riprese live che mixano e sovrappongono immagini di Marco, della band e delle centinaia di migliaia di persone accorse allo stadio sin dalle prime ore del mattino (se non addirittura del giorno precedente). Il tutto per raccontare con ancora più forza la fusione tra palco e spettatori.

Il secondo blocco è un vero e proprio show. Marco scompare sul retro del palco e sugli schermi appaiono due Mengoni, uno in bianco e uno in nero, che sembrano – tra leggerezza e ironia – sfidarsi in una serie di passi di danza, per poi moltiplicarsi anche sul led centrale, come a rappresentare le diverse anime che il cantautore ha mostrato in questi anni. L’atmosfera cambia e, se durante “Voglio” è impossibile fermare l’irrefrenabile voglia di ballare, in “Mohammed Alì” Marco ci invita a riflettere su come anche le cadute siano funzionali a capire come resistere e affrontare la vita, su come spesso il nostro peggior nemico “ci sorrida allo specchio”. Si sale poi sulla macchina del tempo e, giunti al 2009, Mengoni ci fa ascoltare “Psycho Killer“, ripercorrendo in parte gli anni del suo esordio.

Il Club anni ’70 e il “monologo collettivo”

Il terzo blocco è forse il più interessante. Un’improvvisa interferenza, seguita da una sigla originale composta per l’occasione, proietta il pubblico negli anni ’70, dove ad aspettarlo ci sono Jean e Jane, due presentatori che introducono la band in pieno stile seventies. San Siro si trasforma così in un club, con al centro le atmosfere di un locale di New Orleans. Ed è proprio qui che canzoni tanto intime quanto intense, come “Luce” e “Proteggiti da me“, trovano una casa accogliente.

Segue un “monologo collettivo“, che introduce il quarto e ultimo blocco. “Volevo vedere tutti negli occhi e sentirmi ancora più parte di questa energia”, spiega Mengoni. Il monologo è una riflessione a più voci sulla necessità di lavorare su se stessi, guardando cosa ci accade attorno e partendo dall’importanza dell’uso delle parole: Se solo bastasse eliminare le parole per dimenticare il loro significato”. Marco si sofferma poi sul rapporto con l’altro, sulla necessità di mettersi nei panni altrui e di non giudicare: “L’esperienza dovrebbe impedirci di infliggere a qualcuno la sofferenza che abbiamo subito”.

A questo proposito, già in conferenza stampa aveva chiosato: “Io non ho più paura di niente, perché ne ho già avuta troppa. Le esperienze negative sono pur sempre esperienze che ci aiutano a crescere“. Parole – queste – che fanno eco a quelle utilizzate da Marco alla fine del monologo: “Mi sa che la vita è solo tempo per provare a capirci qualcosa. Io non so se sono a buon punto, ma per la prima volta non mi fa paura.”

Il palco di #MarcoNegliStadi

Il palco di #MarcoNegliStadi prende vita ancora una volta dai disegni dello stesso Marco. L’idea è quella di amalgamare elementi tipici dello staging delle iconiche trasmissioni musicali televisive e radiofoniche degli anni ’70 con la dimensione dello stadio.

“Quando ho cominciato a fare i primi schizzi del mio palco ho pensato che avrei voluto riprodurre l’atmosfera calda e avvolgente degli show musicali degli anni ’70. Le atmosfere black mi accompagnano da sempre e anche le reference visive di questo tipo per me sono importanti. Volevo raccontare la connessione con il mio pubblico, come lo show sia un momento collettivo in cui convergono le storie personali di tutti. Per questo era importante stare quanto più possibile al centro del pubblico, vedere negli occhi quante più persone possibile”.