Baltimora 2026

Intervista a Baltimora che, a quasi 5 anni dalla inaspettata vittoria a X Factor, torna con un nuovo progetto, l’album In Tasca.

Con “In Tasca”, Baltimora firma il suo primo vero album ufficiale, un lavoro che arriva dopo anni di crescita, ricerca e sperimentazione artistica. Un disco che non si limita a raccogliere canzoni, ma costruisce un immaginario preciso, liquido e profondamente personale, dove il mare diventa linguaggio emotivo e geografico insieme. Le radici ad Ancona e il rapporto con l’Adriatico definiscono infatti un’estetica sonora e visiva che attraversa tutto il progetto, tra onde registrate, simboli marini e atmosfere sospese.

Il titolo “In Tasca” ribalta il concetto di attesa, trasformandolo in spazio attivo di consapevolezza e crescita interiore. Le canzoni raccontano fragilità, insicurezze generazionali e ricerca di identità, ma lo fanno con uno sguardo lucido, mai retorico.

Nel nuovo progetto, il cantautore marchigiano mette al centro la canzone, abbandonando ogni sovrastruttura superflua per lasciare spazio alle emozioni, ai testi e all’autenticità del racconto. “In Tasca” è un lavoro intimo, personale e profondamente sincero, nel quale Baltimora sceglie di mostrarsi senza filtri, condividendo dubbi, insicurezze e cambiamenti che hanno caratterizzato gli ultimi anni.

Tra ironia, contaminazioni e una forte dimensione collettiva del fare musica, Baltimora costruisce un disco corale ma profondamente autobiografico, dove ogni scelta nasce dall’ascolto e dalla relazione con altri musicisti. Un esordio che guarda al live, alla verità del palco e al bisogno di connessione, più che al risultato.

Intervista a Baltimora, il nuovo album “In Tasca”

“In Tasca” è il tuo nuovo album. Che significato ha nel tuo percorso artistico?
Lo considero un vero inizio. In passato avevo pubblicato un EP, ma questo è il primo progetto che sento davvero completo e ambizioso. È un lavoro molto più ampio, complesso e maturo, nel quale mi sono confrontato per la prima volta con la costruzione di un album vero e proprio. Per questo lo vivo come il punto di partenza di una nuova fase della mia carriera.

Il disco è nato quasi inconsapevolmente. Quando hai capito che quelle canzoni facevano parte dello stesso progetto?
Me ne sono accorto strada facendo. Negli ultimi anni ho lavorato molto come autore per altri artisti e a un certo punto ho sentito l’esigenza di tornare a raccontare me stesso. Scrivendo queste canzoni ho capito che avevano tutte qualcosa in comune: parlavano dell’accettazione personale, del confronto con le proprie fragilità e della necessità di trovare un equilibrio. Quel tema è diventato il filo rosso che attraversa tutto il disco.

Anche il titolo “In Tasca” sembra raccontare questa dimensione molto personale.
Assolutamente. Le cose più importanti le teniamo in tasca, vicino a noi. La tasca è un luogo intimo, privato: solo tu sai davvero cosa contiene. Questo disco rappresenta qualcosa di molto personale e quando una raccolta di canzoni esce e arriva alle persone smette di appartenerti completamente. Forse il titolo nasce anche dal desiderio di trattenerlo ancora un po’ vicino a me prima di lasciarlo andare.

Il disco attraversa emozioni molto diverse. Come hai trovato il giusto equilibrio tra tutte queste sfumature?
In realtà non è stato un processo particolarmente razionale. Cerco sempre di seguire quello che sento in modo naturale. L’equilibrio è arrivato nella fase di selezione delle canzoni. Ho dovuto fare delle scelte e lasciare fuori alcuni brani per costruire un racconto coerente. Volevo un disco che mi rappresentasse ancora oggi e che potesse continuare a rappresentarmi anche in futuro.

A livello sonoro hai scelto una produzione molto essenziale.
Sì, perché questo disco mi ha costretto a ripartire da zero. Vengo da una formazione molto legata all’elettronica e per anni ho vissuto la produzione come uno spazio di sperimentazione continua. Stavolta ho deciso di mettere al centro la canzone. Sono partito dai testi, dalle melodie e dagli strumenti principali, come pianoforte e chitarra. Ho capito che molti brani funzionavano già così e che non serviva aggiungere altro.

Quanto sono importanti pianoforte e chitarra in “In Tasca”?
Sono fondamentali. Essendo un disco molto cantautorale, questi strumenti rappresentano la base di tutto il progetto. Gran parte delle canzoni è nata proprio sedendomi al pianoforte o prendendo in mano una chitarra e lasciando emergere le emozioni del momento.

Nel disco emerge anche il bisogno di vivere la musica senza pressioni.
È probabilmente il concetto più importante di questo nuovo percorso. Negli anni mi è capitato di perdere il piacere di fare musica. Ritrovare quel desiderio mi ha fatto capire quanto fosse prezioso. Oggi voglio vivere questo lavoro con serenità, senza rincorrere aspettative o scadenze imposte. Voglio divertirmi e godermi il percorso.

Ti senti più artista da studio o da palco?
Senza dubbio da palco. Amo il contatto diretto con le persone. I concerti sono la parte che preferisco del mio lavoro. Mi piace l’energia che si crea tra chi suona e chi ascolta. Anche per questo oggi scrivo quasi sempre insieme ad altre persone: la condivisione e la dimensione collettiva sono diventate centrali nel mio modo di vivere la musica.

Come è nata la collaborazione con Emma Nolde in “Maltempo”?
Emma è una persona molto importante per me, sia artisticamente che umanamente. Mi è stata vicina in momenti complessi e abbiamo condiviso tantissima musica. “Maltempo” è stata scritta il primo giorno in cui ci siamo incontrati e rappresenta perfettamente il nostro rapporto. Non volevo una collaborazione costruita a tavolino, ma qualcosa di autentico. È l’unico featuring del disco e per me era giusto che avesse uno spazio speciale.

Oggi qual è la tua idea di successo?
Vivere bene quello che faccio. Se riesco a circondarmi di persone che condividono la mia stessa visione della musica e della vita, allora mi sento già fortunato. Oggi il successo non coincide con i numeri o con la popolarità, ma con la possibilità di lavorare in un ambiente sano e coerente con i miei valori.

C’è un aspetto della tua crescita artistica che ti rende particolarmente orgoglioso?
Aver imparato a lasciare andare le cose. In passato ero molto più rigido e facevo fatica ad accettare di aver sbagliato. Oggi riesco a cambiare idea, a mettere in discussione le mie convinzioni e a cercare nuove soluzioni. Questa apertura mentale mi ha aiutato tantissimo, sia nella vita che nella musica.

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