Carmen Donne de Fuera

Intervista a Carmen Ferreri che, dopo un lungo periodo di silenzio e ricerca personale e artistico, torna con il nuovo singolo Donne de Fuera.

Con Donne de Fuera, Carmen Ferreri inaugura un nuovo capitolo della propria carriera artistica. Dopo l’esperienza ad Amici 17, la cantautrice siciliana sceglie di allontanarsi dalle logiche della musica costruita per inseguire un’esigenza più autentica: raccontarsi attraverso le proprie radici, la memoria familiare e la cultura della sua terra.

Il singolo, pubblicato da Ballandi Music e distribuito da Sony Music, è il primo tassello di un progetto più ampio che fonde folk mediterraneo e pop contemporaneo, trasformando antiche leggende siciliane in una narrazione moderna e universale. In questa intervista a Music Fun, Carmen racconta come è nato Donne de Fuera, il lungo lavoro di ricerca durato tre anni, il valore del dialetto come lingua dell’anima, il simbolismo del mare e la ritrovata consapevolezza che oggi guida ogni sua scelta artistica. Un dialogo che restituisce il ritratto di un’artista matura, determinata a mettere la sincerità davanti a qualsiasi strategia di mercato.

Intervista a Carmen Ferreri, il nuovo singolo “Donne de Fuera”

“Donne de Fuera” rappresenta l’inizio di un nuovo percorso artistico. Cosa significa questo progetto per te?

Donne de Fuera è molto più di un semplice singolo: è il punto di partenza di un percorso artistico molto più ampio e articolato. In realtà è stato anche l’ultimo brano che abbiamo scritto, ma abbiamo scelto di pubblicarlo per primo perché rappresentava perfettamente il senso di tutto il lavoro che stavamo costruendo. È il pezzo che introduce questo nuovo universo musicale e racchiude l’identità del progetto. In qualche modo è come se incoronasse tutto ciò che verrà dopo, dando subito una direzione precisa al mio percorso.

C’è stato un momento preciso in cui hai capito di voler cambiare il tuo modo di fare musica e raccontarti?

Sì, è successo quando ho sentito l’esigenza di essere completamente sincera con me stessa. Fino a un certo punto della mia carriera mi sono resa conto che, inconsapevolmente, cercavo anche di fare musica che potesse piacere agli altri. Con il tempo, la crescita personale e una maggiore maturità, ho capito invece che avevo bisogno di creare qualcosa che parlasse davvero di me, senza filtri e senza compromessi. Questa consapevolezza mi ha portata a partire per Londra, dove ho raggiunto il mio produttore. Da quell’incontro sono nate nuove connessioni artistiche, nuove contaminazioni e, soprattutto, un linguaggio musicale che sentivo finalmente mio. Volevo che la mia musica fosse più trasparente, più vera e più autentica. È da quel momento che è iniziata questa nuova fase.

In “Donne de Fuera” convivono folk mediterraneo e pop contemporaneo. Come avete costruito questo suono?

È nato tutto in maniera estremamente naturale e istintiva. La leggenda delle Donne de Fuera mi accompagna fin da quando ero bambina: è una storia che ho ascoltato raccontare da mia nonna, tramandata poi da mia madre e da tutta la mia famiglia. Un giorno, mentre ero in studio con il mio produttore, ho sentito il bisogno di raccontare proprio quella storia. Da lì è nato immediatamente il ritornello. Successivamente abbiamo approfondito la ricerca, studiando meglio la leggenda e tutta la tradizione che la circonda, perché volevamo trattarla con rispetto e consapevolezza. È sorprendente pensare che il brano sia stato scritto praticamente in un’ora. L’ispirazione è arrivata tutta insieme e poi abbiamo costruito intorno quella produzione capace di far convivere tradizione e modernità.

Quanto è stato difficile trasformare un patrimonio della tradizione orale in una canzone pop senza perderne l’autenticità?

È stata probabilmente la sfida più complessa. Le storie delle Donne de Fuera appartengono a un’altra epoca e raccontano figure femminili fortissime, sospese tra realtà e leggenda. Per raccontarle oggi dovevamo trovare un linguaggio che fosse contemporaneo, perché mi rivolgo soprattutto a un pubblico giovane. Non potevamo utilizzare esclusivamente termini antichi, ma allo stesso tempo non volevamo tradire il significato originario della storia. Per questo abbiamo lavorato molto sulla scelta delle parole. Il dialetto siciliano, in questo senso, è stato fondamentale perché mi ha permesso di esprimere alcuni concetti in maniera molto più autentica rispetto all’italiano.

Anche nel resto del progetto emerge una ricerca molto precisa dell’identità sonora. Quali artisti hanno influenzato questa nuova direzione?

Il punto di partenza resta sempre la Sicilia. La mia terra è la mia prima fonte d’ispirazione e continuo ad ascoltare tutta quella musica che appartiene alla tradizione siciliana, perché mi aiuta a ritrovare immagini, parole e sonorità che fanno parte della mia identità. Naturalmente ascolto anche tantissima musica internazionale. Artisti come Rosalía rappresentano un esempio importante di come si possa valorizzare la propria cultura riuscendo comunque ad avere un linguaggio universale. Credo che queste contaminazioni siano fondamentali per costruire qualcosa di personale.

Oggi molti artisti utilizzano il dialetto quasi come un elemento estetico. Nel tuo caso sembra invece avere un valore molto più narrativo. Cosa ti permette di esprimere che l’italiano non riesce a raccontare?

Il dialetto siciliano è una lingua vera e propria. Ci sono parole che semplicemente non possono essere tradotte perché perderebbero tutta la loro forza espressiva. Quando utilizzo il dialetto sento di poter raccontare le emozioni esattamente come le vivo. È come aggiungere un ingrediente speciale a una ricetta: magari è difficile spiegare cosa cambi, ma il sapore finale è completamente diverso. Quel “qualcosa in più” è proprio ciò che cercavo di ritrovare nella mia musica.

Negli ultimi tempi il dialetto siciliano sta vivendo una nuova stagione grazie ad artisti come Carmen Consoli e Delia. Come vivi questo momento?

Ne sono davvero orgogliosa. Credo che il panorama musicale italiano avesse bisogno di questo ritorno alle radici e sono felicissima che artiste così importanti abbiano ottenuto riconoscimenti importanti valorizzando la nostra lingua. Per la Sicilia è una ricchezza enorme. Abbiamo una cultura straordinaria e tantissime storie da raccontare. Attraverso il dialetto possiamo farlo con sfumature che altre lingue non riescono a restituire.

Nel brano il mare sembra diventare quasi un personaggio. Che cosa rappresenta per te?

Il mare è memoria, casa e identità, ma è anche un limite. Per chi cresce in Sicilia rappresenta entrambe le cose. Ci sono stati momenti della mia vita in cui sentivo il desiderio di partire, di andare lontano e conoscere il mondo. Allo stesso tempo quel mare era anche ciò che mi teneva legata alla mia terra. Per questo nel brano assume tanti significati diversi: è libertà, resilienza, riconoscenza verso le proprie origini, ma anche il simbolo di un confine da attraversare.

Hai mai avuto paura che un progetto così identitario potesse essere considerato troppo di nicchia?

In questo momento della mia vita non è una preoccupazione che mi appartiene. Il mio obiettivo è costruire qualcosa di autentico, passo dopo passo. Questa musica nasce da un’esigenza personale molto profonda. Oggi sento il bisogno di fare ricerca, di trovare pace con quello che sto raccontando e con la persona che sono diventata. Se poi questo percorso riuscirà ad arrivare a tante persone sarò naturalmente felicissima, ma il punto di partenza resta sempre la sincerità.

Quanto hai lavorato a questo progetto?

Tantissimo. È un progetto che portiamo avanti da circa tre anni. In tutto questo tempo abbiamo lavorato quotidianamente senza fermarci mai. Devo tantissimo al mio produttore Stefano De Donato, che ha creduto in questa idea fin dall’inizio. Non abbiamo mai costruito queste canzoni pensando al successo o cercando di seguire una tendenza. Abbiamo semplicemente cercato di fare la musica migliore possibile, quella che mi rappresentasse davvero al cento per cento. È stato un lavoro fatto con il cuore, e credo che questo si percepisca.

Dopo diversi anni di carriera, qual è l’aspetto della tua crescita artistica che oggi ti rende più orgogliosa?

Sicuramente la consapevolezza. Oggi conosco molto meglio me stessa, so cosa voglio raccontare e quale musica mi rappresenta davvero. Sono anche orgogliosa di non aver mai smesso di credere in questo percorso. So quanto sia difficile emergere oggi nel mondo della musica, ma continuo a pensare che il lavoro, la costanza e la determinazione possano ancora fare la differenza. Non ho mai smesso di crederci e questa, forse, è la soddisfazione più grande che porto con me oggi.

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