“NOÈ” è il quarto album di Francesco Cavestri realizzato per la divisione Classics & Jazz di Universal Music Italia, che rappresenta il naturale prosieguo artistico del precedente “IKI – Bellezza Ispiratrice”. Se in IKI la riflessione ruotava attorno alla bellezza come forza generatrice, capace di ispirare e trasformare, in Noè il concetto di bellezza si allarga in una dimensione di ricerca che attraversa il caos contemporaneo per ritrovare una salvezza possibile attraverso la musica
Come l’arca che attraversa il diluvio, l’album è un contenitore di suoni, linguaggi e generi diversi che convivono, si contaminano e infine approdano a nuovi emisferi musicali. NOÈ è un album di brani originali inediti di jazz contemporaneo, con elementi di elettronica, piano solo e arrangiamenti sinfonici. È composto da 10 brani per una durata complessiva di circa 40 minuti. L’organico varia dal trio jazz (pianoforte-contrabbasso-batteria) alla dimensione orchestrale, dal pianoforte solo alla sperimentazione elettronica. Questa eterogeneità conferisce all’opera un alto valore estetico e timbrico: la scrittura pianistico-armonica di Cavestri si fonde con una produzione contemporanea di grande raffinatezza, capace di equilibrare acustico e digitale, improvvisazione e struttura, suono analogico e linguaggio elettronico.
1. “NOÈ” arriva dopo “IKI – Bellezza Ispiratrice”: in che modo questo nuovo album rappresenta un’evoluzione del tuo percorso artistico?
“IKI” era un primo passo verso la musica intesa mondo estetico che riceve svariate influenze sonore e le unisce. Questo nuovo album, “NOÉ” è il proseguimento di quel percorso iniziato con “IKI”: si tratta sempre di un album molto eterogeneo e ricco di suoni e mondi musicali diversi, ma al contempo mantiene un fulcro e un’identità molto più definita e specifica, che ruota intorno a due cardini: il pianoforte e l’approccio jazzistico, caratterizzato essenzialmente da momenti di improvvisazione e di grande complicità con i musicisti coinvolti in fase di registrazione.
NOÈ costituisce un’evoluzione anche sul piano del linguaggio: c’è la scrittura orchestrale, una produzione più curata a livello di attenzione al dettaglio, più consapevolezza compositiva. Sento “NOÈ” come il mio disco più maturo, quello in cui la mia visione prende forma in maniera più focalizzata e limpida.
2. Se in “IKI” la bellezza era forza generatrice, in “NOÈ” diventa salvezza nel caos: quando hai sentito l’urgenza di raccontare questa nuova dimensione?
È nata da un’osservazione molto concreta: viviamo immersi in un diluvio di stimoli, immagini, contenuti, e la mia generazione lo vive forse più intensamente di tutte. A un certo punto ho sentito che la musica, per me, non era più solo creazione ma rifugio e bussola. L’idea fondamentale dietro questo album è quella di raccontare il processo creativo lungo un percorso che attraversa diverse fasi, sia emotive che d’intensità:dalle atmosfere più intime di “The Essence of Beauty” e “Interlude” a quelle più concitate e movimentate di “Freedom”, i brani dell’album seguono un flusso che percorre la nascita e lo sviluppo di una tempesta, che l’artista vive come opportunità di astrazione per poter giungere a una nuova dimensione, rappresentata nell’album dal brano sinfonico “Souvenir di un Bacio”.
3. Perché hai scelto proprio la figura di Noè come simbolo narrativo del disco?
Noè è colui che, dinnanzi al diluvio e alla perdita di ogni riferimento, pone le basi e costruisce un viaggio unendo specie e mondi diversi, fino a giungere a un nuovo orizzonte. Accoglie ciò che è essenziale e lo mette in salvo per il futuro. Mi sembrava un’immagine perfetta del percorso artistico che amo intraprendere. Realizzare un album coincide con l’opera artigianale della costruzione di un’arca:, decidere quali suoni, quali emozioni, quali idee potranno attraversare la tempesta, e giungere ad Ararat.
4. Possiamo dire che “NOÈ” è un album sul bisogno di orientarsi nel caos contemporaneo attraverso la musica?
Sì, ma non solo. Vuole anche essere una dimostrazione di come il caos e la diversità non siano qualcosa da cui fuggire o da cui salvarsi attraverso la musica, bensì qualcosa da abbracciare, da accogliere, da cui trarre nutrimento e arricchimento. La salvezza, in questo album, viene intesa proprio come la valorizzazione di mondi musicali diversi – dal piano solo al trio jazz, dalle incursioni elettroniche all’orchestra sinfonica – che possono coesistere e assumere ulteriore valore proprio grazie ai contrasti e ai loro incontri.
5. In che modo il concetto di “arca sonora” ha guidato la scrittura e la produzione del progetto?
In realtà, in fase di realizzazione dell’album, ho seguito il processo inverso: dopo aver completato la stesura iniziale dei brani, ho chiuso gli occhi e, nel riascoltarli, la prima immagine che si è palesata in me è stata quella di un flusso di suoni che veniva traghettato attraverso mondi diversi, valorizzando contrasti e salti d’intensità, proprio come un mare che alterna tempeste e burrasche a momenti di massima quiete. Da lì è emersa naturalmente l’immagine dell’arca: un rifugio che unisce specie e generi musicali diversi percorrendo on loro le varie forme contingenti che assume il mare e, in senso lato, la vita.
6. L’album unisce jazz contemporaneo, elettronica, sinfonico e piano solo: come hai trovato un equilibrio tra mondi così diversi?
Il punto di equilibrio è il racconto, la coerenza tra i suoni e l’intensità di ogni brano rispetto al percorso narrativo che contraddistingue l’album. Non ho mai pensato “ora faccio un brano elettronico, ora uno sinfonico”: ho pensato a cosa dovesse accadere in quel momento del viaggio, e ogni linguaggio è arrivato come risposta a un riflesso narrativo. Il pianoforte è il filo che cuce tutto: è la mia voce originaria, ed è presente in ogni mondo che il disco attraversa.
7. Quanto è importante per te oggi superare i confini tra generi musicali?
Per me i generi sono strumenti, non recinti. Sono cresciuto ascoltando con la stessa intensità Keith Jarrett, Chick Corea, l’hip-hop di Kendrick Lamar o Kanye West e la musica da film: non ho mai sentito quei mondi come separati. Credo che la mia generazione ascolti così, in modo trasversale, e la musica che faccio vuole rispecchiare questa libertà. Superare i confini non è una provocazione: è semplicemente onestà rispetto a come ascoltiamo oggi e rispetto a quello che ci insegna la storia del jazz, che nasce e si sviluppa come crocevia di contaminazioni e mondi sonori diversi che si uniscono per generare sempre qualcosa di nuovo.
8. In “NOÈ” convivono improvvisazione e struttura: come dialogano queste due anime nella tua scrittura?
La struttura è un’improvvisazione che ho deciso di definire, l’improvvisazione è una struttura che nasce nell’istante. In “NOÈ” la scrittura costruisce il corpus fondamentale del progetto – soprattutto nel brano orchestrale e nei brani in solo piano – ma dentro quell’architettura lascio sempre delle stanze aperte, spazi in cui il pianoforte, e la sua interazione con gli altri strumenti, può svilupparsi in modo diverso ogni volta. È il dialogo tra il Noè che progetta meticolosamente l’arca e il mare che pone sempre dinnanzi l’opportunità di improvvisare e cercare nuove strade sonore in maniera estemporanea.
9. Ti senti più compositore, pianista o produttore in questo progetto?
Nella mia visione, non c’è particolare distinzione tra queste maestranze, soprattutto nel modo in cui la musica si è sviluppata nel corso del tempo. Oggi il produttore non è più soltanto la figura che si occupa di registrare bene un disco, ma è anche un arrangiatore e quindi, a suo modo, è anche un compositore. La figura di Luca Mattioni, che mi ha affiancato nella produzione di questo album, è stata preziosa e fondamentale nel focalizzare al meglio la mia vena di compositore e pianista, rinforzando quel filo rosso che lega tutti i brani dell’album.
10. Quanto spazio lasci all’improvvisazione e quanto invece è tutto scritto e costruito in fase di composizione?
Dipende dal brano. Il brano orchestrale ad esempio è scritto nota per nota, pur lasciando un’intera sezione in cui il pianoforte improvvisa libero, accompagnato dal sostegno degli archi. Molti momenti pianistici del disco – soprattutto quelli dei brani in trio – nascono da improvvisazioni, a volte da primi take che abbiamo deciso di tenere proprio per la loro verità. Direi che l’album è meticolosamente progettato nella forma e nelle strutture, mentre si sviluppa libero nei moemtni di dialogo e interplay con gli altri musicisti.
11. Hai concepito “NOÈ” come un racconto sonoro: qual è il “filo narrativo” che lega i 10 brani?
È il viaggio dell’arca: il presagio della tempesta (Omen of a Sea), il mare che si innalza (Never Let Me Go), il culmine della tempeste e dello smarrimento dei riferimenti (Freedom), l’improvvisa quiete (Interlude), il ritorno delle onde che ormai volgono verso la conclusione (A Breath Before Dawn) e la conclusione del viaggio con l’arrivo a una nuova meta (Ararat), rappresentata dal brano orchestrale “Souvenir di un Bacio”. Ogni brano è una tappa narrativa di questo percorso.
12. L’apertura con “Omen of a Sea” è molto cinematografica: che atmosfera volevi creare all’inizio del viaggio?
Volevo che l’ascoltatore entrasse in una dimensione ipnotica, con queste frasi pianistiche à la Philip Glass, intorno a cui si sviluppa l’elettronica, che rappresentano l’andamento costante delle onde. “Omen of a Sea” è questo: un presagio, l’osservazione del mare che stiamo per attraversare, e che ci condurrà in un viaggio alla scoperta delle numerose dimensioni sonore che costellano il nostro esistente.
13. La title track “Noè” cosa rappresenta all’interno dell’album?
Rappresenta la presentazione del protagonista di questo viaggio. Se fosse un film, sarebbe il momento in cui la sua figura appare di fronte alla cinepresa dopo le immagini di apertura con il mare di “Omen of a Sea”. Si tratta di un brano energico, divertente, ricco di stacchi ritmici in cui il trio jazz è nella sua dimensione più pura: pianoforte, basso e batteria partecipano alla costruzione dell’arca che ci condurrà nei mondi sonori da scoprire nei brani successivi, inaugurando questo viaggio con l’intensità di colui che attraverserà la tempesta per giungere a una nuova dimensione.
14. “Freedom” introduce una dimensione urbana ed elettronica: è un momento di rottura o di liberazione?
È il momento in cui l’imperversare della tempesta, giunta al suo momento apicale, pone dinnanzi la necessità di trovare un suono più intenso, viscerale, elettrico. È il contrasto di due anime diverse, quella elettronica dei sintetizzatori e quella acustica del pianoforte, che coesistono e si valorizzano a vicenda per ritrovare la propria identità rispetto all’incedere del caos.
15. Il finale con “Souvenir di un Bacio” ha una forte componente orchestrale: perché chiudere il disco con questa immagine emotiva?
Dopo il diluvio e la tempesta, il nostro protagonista giunge sul monte Ararat, in una dimensione nuova e ignota rispetto a quella da cui è partito. Il viaggio iniziato con “Omen of a Sea”, brano in cui le atmosfere elettroniche vanno a permeare le frasi ipnotiche del pianoforte, si conclude con un brano per pianoforte e orchestra che affonda le sue radici negli insegnamenti di scrittura di Gustav Mahler, Piotr Tchaikovksy ed Ennio Morricone. “Souvenir di un Bacio” è l’approdo in un luogo nuovo, affascinante e suggestivo.
16. Quanto è stato importante il lavoro con Luca Mattioni nella definizione del sound del disco?
Fondamentale. Luca è stato molto più di un produttore: è stato un interlocutore artistico, qualcuno con cui ho potuto pensare il suono e non solo realizzarlo. Mi ha aiutato a tradurre la visione dell’arca in scelte timbriche concrete, a far convivere orchestra ed elettronica, mantenendo il centro sul pianoforte, che rende questo lavoro molto più focalizzato e limpido rispetto ai miei album precedenti.
17. Che tipo di dialogo creativo avete costruito tra scrittura, produzione e arrangiamenti?
Un dialogo circolare, mai a compartimenti. La scrittura suggeriva una direzione di produzione, la produzione a volte riapriva la scrittura, e gli arrangiamenti nascevano in mezzo a questo scambio continuo. Un esempio è A Breath Before Dawn: sono arrivato in studio con una melodia di tre note, che inizialmente era pensata per pianoforte solo. Da lì abbiamo iniziato a sviluppare una struttura, aggiugendo degli stacchi ritmici che fungessero da contrasto con l’apertura onirica della melodia, e poi abbiamo creato un emisfero sonoro elettronico intorno al pianoforte, al basso e alla batteria. Il tutto lavorando in studio e partendo da un input di tre note.
18. L’utilizzo della Budapest Scoring Orchestra cambia completamente la dimensione finale del progetto: cosa ha aggiunto al tuo linguaggio?
Il pianoforte è intimità, vicinanza, riflessione interiore; l’orchestra è orizzonte, dialogo, condivisione. Lavorare con la Budapest Scoring Orchestra mi ha permesso di pensare in grande, in senso letterale: scrivere per sessanta musicisti ti spinge a una chiarezza di visione e di scelte che poi ti rimane addosso anche quando torni a suonare da solo. E vedere le proprie note prendere quel corpo, quella dimensione quasi cinematografica, è stata una delle emozioni più forti della mia vita artistica.
19. Lavorare con musicisti come Riccardo Marchese e Alessandro Simeoni come ha influenzato l’identità del disco?
Profondamente, perché sono musicisti con cui ormai abbiamo raggiungo un grado molto elevato di complicità e unitarietà sonora. Con loro i brani hanno trovato il loro respiro corporeo e la loro fisicità, quella componente di interplay che è essenziale nel jazz. L’identità di “NOÈ” è stata plasmata anche attraverso la lente della loro sensibilità, della loro capacità di navigare con nonchalance tra i diversi mondi musicali dell’album.
I bravi musicisti sanno cambiare linguaggio a seconda del genere che suonano, i grandi musicisti sanno suonare qualsiasi genere mantenendo intatta la propria cifra stilistica.
20. Quanto conta per te la qualità del suono e la cura timbrica nella musica che fai oggi?
Moltissimo: per me il timbro è già composizione. La stessa nota, con un suono diverso, racconta una storia diversa. Vengo dal pianoforte, dove tutto si gioca sul tocco, e questa sensibilità l’ho portata in ogni livello del disco: la scelta dei microfoni, la pasta dell’elettronica, il modo in cui l’orchestra è stata ripresa. Curare il suono è una forma di rispetto: verso la musica e verso chi ascolta. E in questo, il lavoro in studio di registrazione e in fase di missaggio da parte di Luca Mattioni e Giuseppe Salvadori è stato impeccabile.
21. “NOÈ” sembra voler costruire un ponte tra jazz e nuove generazioni: è una missione che ti sei dato consapevolmente?
Sì, ed è forse la missione più importante. Credo che il jazz non sia una musica da fossilizzare nel passato, ma un linguaggio vivo, e che possa parlare ai miei coetanei nel momento in cui viene contaminato con i suoni del presente – l’elettronica, l’estetica urbana, la dimensione visiva e cinematografica. Lo faccio nei dischi, nei concerti, nei progetti educativi nelle scuole: il ponte si costruisce da entrambe le rive. Se un ragazzo arriva a Jarrett o a Miles Davis passando da “NOÈ”, l’arca avrà fatto il suo lavoro.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
📢 Segui iMusicFun su Google News:
Clicca sulla stellina ✩ da app e mobile o alla voce “Segui”
🔔 Non perderti le ultime notizie dal mondo della musica italiana e internazionale con le notifiche in tempo reale dai nostri canali Telegram e WhatsApp.
