Godwin

Godwin è una persona creativa, con interessi che spaziano dalla musica al cinema. Ha iniziato come regista insieme ai suoi cugini, con cui nel 2015 ha fondato il collettivo cinematografico, riconosciuto anche da Variety, The Critics Company. Godwin ha diretto un film in collaborazione con la compagnia di produzione di Morgan FreemanRevelation Entertainment, e ha avuto il privilegio di avere come mentori registi illustri come JJ Abrams, Taika Waititi e Kemi Adetiba. 

Proveniente dalla spesso trascurata città di Kaduna, Godwin porta un’energia autentica sulla scena, fondendo le sue ricche influenze culturali con le sue profonde esperienze emotive, creando un mix unico di sonorità. La sua musica, profondamente legata alle arti visive, trae ispirazione da generi diversi come Soul, R&B e Afrobeat. Le sue influenze includono Labi Siffre: “È un autore eccezionale, capace di rendere le parole più complesse davvero semplici”, Aretha Franklin: “Mio padre me l’ha fatta conoscere da bambino, e ha fatto qualcosa alla mia voce mentre cercavo di cantare le sue canzoni” e Labrinth: “La musica di Labrinth trascende i generi tradizionali e, come uomo nero, riesce a liberarsi dalle norme delle convenzioni abituali”.

Nel campo musicale, Godwin si distingue come un artista di talento capace di creare melodie ricche di sentimento, che sfidano le aspettative musicali relative agli artisti nigeriani, spesso collegate all’Afrobeat. La proposta musicale di Godwin percorre territori inesplorati, offrendo un momento di rottura con il sound che ci si aspetterebbe da lui. La musica di Godwin è più di una semplice raccolta di canzoni; è un’antologia di esperienze condivise, una riflessione sulla resilienza dello spirito umano e un richiamo ad abbracciare il viaggio musicale con cuori e orecchie aperte. Con oltre 80 milioni di visualizzazioni su TikTok, più di 500.000 follower e 4,6 milioni di like, la sua presenza come musicista e cantautore continua a crescere. La sua narrazione unica, che fonde musica, immagini e racconti culturali, ha catturato il pubblico mondiale. “BROKEN” arriva dopo i singoli precedenti: “HOME” e “ABEKE”, che hanno ricevuto elogi da testate come Clash Magazine, 1883 Magazine, BBC 1Xtra e COLORSxSTUDIOS, dove “HOME” ha fatto il suo debutto. 

Intervista a Godwin

Godwin, iniziamo parlando della tua esibizione di ieri sera: per la prima volta in Italia, hai aperto per l’Orchestra Baobab all’Alcatraz. Com’è stato portare la tua musica su un palco italiano e far parte della line-up di JAZZMI?

È stata un’esperienza meravigliosa, soprattutto essendo la mia prima volta qui. Non credo ci potesse essere un’introduzione migliore al mio debutto in Italia di quella di ieri. Suonare con un gruppo così leggendario, davanti a un pubblico così attento e coinvolto — che sapeva quando ballare e quando ascoltare — è stato bellissimo. È una città stupenda, con persone splendide. Non vedo l’ora di tornare, anche se mi dispiace dover partire così presto.

Che tipo di connessione hai sentito con il pubblico di Milano? Ti ha sorpreso in qualche modo la loro reazione?

Sì, molto. All’inizio del concerto, davanti al palco era già pieno, ma durante la prima canzone ho visto gli occhi delle persone illuminarsi e la loro attenzione crescere. Credo che molti non conoscessero la mia musica, ma mi hanno ascoltato come se la conoscessero, come se sentissero qualcosa di familiare. Per un artista, è il sogno più grande: esibirsi davanti a un pubblico che apprezza la musica. È stata una reazione splendida e un’esperienza davvero speciale.

Condividere il palco con la Baobab Orchestra, che porta con sé una profonda eredità musicale, deve essere stato molto ispirante. Questo ha influenzato in qualche modo la tua esibizione? Hai fatto qualcosa di diverso dal solito?

Sì, avevo un setup piuttosto essenziale, solo con il mio tastierista Matthias e alcune basi. Loro invece avevano un’enorme varietà di strumenti e percussioni, ed è stato davvero stimolante. Abbiamo approcci diversi, ma entrambi partiamo da una radice tradizionale che ci accomuna. È stato emozionante vederli suonare dal vivo per la prima volta: non volevo più andare via! È stato un grande onore.

Parliamo ora del tuo album di debutto, Atonement. Come descriveresti il percorso emotivo dietro questo disco?

Atonement nasce dall’esperienza dell’amore per la prima volta. È partito da un sentimento autentico che volevo trasformare in musica, e da lì si è sviluppato l’intero progetto. Parla dell’amore nella sua forma più pura e innocente.

Nell’album si percepiscono diverse sfumature dell’amore — passione, dolore, perdono. Scriverlo è stato per te un percorso di guarigione personale?

Sì, moltissimo. La prima canzone del disco, ad esempio, rappresenta per me un atto di perdono e di guarigione, ispirato alla mia infanzia. Credo che per poter scrivere sull’amore sia necessario prima saper perdonare: è la base di ogni forma d’amore. Devi perdonare, per poter abbracciare questo nuovo sentimento. Realizzare l’album mi ha aiutato molto dal punto di vista emotivo.

I tuoi testi sono intimi ma allo stesso tempo cinematografici, e la produzione mescola calore acustico e sonorità elettroniche. Cosa ha ispirato questa direzione sonora?

Gran parte del merito va ai KitschKrieg, un duo di produttori di Berlino. Quando ci siamo incontrati la prima volta, avevo solo una vaga idea della direzione in cui volevo andare. L’unica certezza era che volevo scrivere una canzone sul perdono. Il loro approccio alla musica è moderno ma semplice, non travolgente. Io canto in modo molto naturale, senza cercare virtuosismi, e questo si è fuso perfettamente con il loro stile. Quando abbiamo registrato la prima canzone, c’era così tanta energia che abbiamo capito subito di voler fare un intero album insieme.

C’è una canzone di Atonement che senti particolarmente vicina al cuore o che è stata difficile da scrivere?

Due, in realtà. La prima è quella che apre il disco — è stato difficile scriverla perché è molto personale e lo facevo davanti ad altre persone, non da solo come al solito. La seconda è Self-Conscious: credo sia una delle canzoni più fragili ed emotive che abbia mai scritto. Entrambe occupano un posto speciale nel mio cuore e lo avranno sempre.

Hai detto che Atonement racconta la storia di due sconosciuti che si incontrano, si innamorano e poi imparano a lasciar andare. È una storia autobiografica o più universale?

È una storia universale. Ognuno potrà avere una canzone preferita diversa, perché tutti viviamo l’amore in modo unico, magari alcuni al momento stanno vivendo la fine di un rapporto. Le parti più positive del disco sono ispirate alla mia vita, quelle più tristi alle esperienze di amici. Self-Conscious, ad esempio, nasce da una storia di cuore spezzato di un mio amico: mentre me la raccontava, ho capito che in realtà era lui ad aver sbagliato, ma ho deciso di scrivere la canzone dal suo punto di vista, come se avesse ragione, dopotutto è mio amico. Mi piace poter scrivere anche attraverso le esperienze degli altri.

L’Afrobeat è spesso considerato il suono distintivo della Nigeria, ma la tua musica va oltre i confini del genere. Ti senti parte del movimento Afrobeat o stai cercando di ridefinire la musica nigeriana?

Direi entrambe le cose. L’Afrobeat è la mia radice, la musica con cui sono cresciuto, e si sente anche nei miei brani. Ma voglio anche aprire la strada a una nuova libertà creativa, in cui gli artisti africani possano fare qualsiasi tipo di musica. Potrebbe volerci più tempo, ma quando lavoro su una canzone, faccio semplicemente ciò che serve per renderla bella — che siano tamburi tradizionali o una chitarra elettrica.

Prima della musica, hai co-fondato The Critics Company e hai persino diretto un film in collaborazione con la casa di produzione di Morgan Freeman. In che modo il cinema e la musica si influenzano a vicenda nel tuo percorso?

Il cinema è stato il mio primo contatto con l’arte e farà sempre parte di ciò che sono. Con i miei quattro fratelli realizziamo film dal 2012, inizialmente di fantascienza, ora più legati alle storie umane e alla nostra cultura. Quando scrivo musica, vedo prima le immagini nella mia mente: la musica nasce da ciò che visualizzo. Poi, una volta completata la canzone, creo il video che corrisponde a quell’immagine iniziale. È tutto collegato, ed è un privilegio poter lavorare così.

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