Fabio Mercuri Arcipelago X

Intervista a Fabio Mercuri, che presenta il nuovo album Arcipelago X, un disco che raccoglie otto esperienze umane, otto punti di vista, otto isole immerse in un mare comune, mettendo al centro il rapporto tra l’individuo e ciò che lo circonda.

Il disco è stato anticipato in radio dal singolo “Un Arcipelago” un brano che nasce da uno sguardo in movimento e dalla necessità di trovare nuove connessioni tra le persone e i luoghi che attraversiamo.

 “Dal finestrino del treno che attraversa l’Italia immagino i luoghi e le persone come isole di un arcipelago. Luoghi, sogni e imprese in cerca di una poetica che li rappresenti.  
La ricerca di un’unità che riesca ad avvicinare e a vedere con occhi nuovi i nostri compagni di viaggio
“.

In “Arcipelago X”, Mercuri affronta tematiche diverse attraverso otto soggettive, costruendo un racconto che non cerca una sola direzione, ma procede per deviazioni, incontri e differenti prospettive. Ne nasce un album dalle sonorità poliedriche, scritto interamente dal cantautore.

A dare forma al progetto è una squadra di musicisti e produttori di grande esperienza: Leziero Rescigno (Amor Fou, La Crus), alla produzione artistica e alle ritmiche; Lele Battista, che ha registrato e mixato il disco oltre a suonare tutti i pianoforti e i synth; Enrico Gabrielli (Calibro 35) ai fiati e Marco Carusino al basso.

L’album verrà presentato dal vivo il 22 ottobre al Germi di Milano, via Cicco Simonetta 14/A.

Per l’occasione Mercuri sarà accompagnato da Leziero Rescigno alla batteria e Filippo La Marca alle tastiere.

Track List: Un arcipelago, Figli di nessuno, Solo noi, Sapere già tutto, Cambia l’ottica, Un’altra estate, Comunque vada, Epoca

Intervista a Fabio Mercuri, il nuovo album “Arcipelago X”

1.”Arcipelago X” nasce dall’immagine di persone, luoghi, sogni e imprese come isole apparentemente lontane ma immerse nello stesso mare. Quando hai capito che questa metafora poteva diventare non soltanto il titolo, ma la vera chiave narrativa dell’intero album? E cosa rappresenta, oggi, quella “X”?

Le 8 canzoni messe in fila mi hanno suggerito che quella dell’arcipelago poteva essere un’immagine rappresentativa dell’idea che mi girava in testa durante la realizzazione del disco. L’incognita X apre alla possibilità che esista per ognuno di noi il proprio arcipelago umano.

2. Hai scelto di raccontare il disco attraverso otto “soggettive”, otto punti di vista differenti. Quanto è stato importante, nella scrittura, provare a cambiare continuamente prospettiva e metterti nei panni di persone, storie e situazioni lontane dalla tua esperienza diretta?

Raccontare indossando i panni di altri è per me una sfida molto interessante, mi permette di esplorare realtà diverse da quelle che vivo. Vorrei raggiungere la capacità di estraniarmi completamente da me stesso per vedere e sentire con gli occhi dei personaggi che racconto. Un compito non sempre facile.

3. “Un Arcipelago” è il brano che introduce il progetto e nasce dal finestrino di un treno che attraversa l’Italia. Che cosa vedevi realmente durante quel viaggio e quanto la geografia italiana, con le sue persone e le sue contraddizioni, ha contribuito alla scrittura del disco?

Ho fatto quel viaggio sul treno che parte da Lecce e arriva a Milano innumerevoli volte e mi ha sempre colpito la varietà di paesaggi. Ho preso piccoli appunti in ogni viaggio, immaginavo le persone che cambiano ancora più che i paesaggi. Nella ricerca di qualcosa che potesse accomunare persone e luoghi di questa nostra penisola ho pensato che non sentendoci spesso parte di una comunità potremmo almeno cercare una poetica nella quale poterci riconoscere.

4. Musicalmente “Un Arcipelago” è costruita su un intreccio molto essenziale di pianoforte, chitarra acustica, clarinetto basso e percussioni. Cercavi volutamente una dimensione cantautorale essenziale, quasi sospesa nel tempo? E quali sono, secondo te, quei “nuovi passi” che vorresti lasciare con questo brano?

L’arrangiamento essenziale del brano ci ha permesso di costruire una dinamica crescente che si svela solo nella parte finale, un piccolo viaggio in cui si scopre tutto solo all’arrivo. Vorrei che le parole tornassero ad illuminare i nostri passi anche quando ascoltiamo una canzone, come è successo a me quando ho scoperto il mondo dei nostri cantautori.

5. “Figli di nessuno” racconta la diserzione di chi rifiuta le armi e, proprio attraverso questa scelta, trova una nuova direzione. Come hai lavorato sul tema della disobbedienza e della ricerca di un’identità, e perché hai scelto di accompagnarlo con una sonorità sospesa tra Medio Oriente e club berlinese?

Ho sentito la necessità di esprimere il mio disagio nel vedere ciò che accade in questi ultimi anni, soprattutto nella terra dei palestinesi. Ho pensato al fatto che spesso si semplifica parlando di guerre volute solo dai capi di stato, dimenticando le migliaia di uomini che compiono le nefandezze pensate in una stanza. Ho puntato l’attenzione su come la scelta di un singolo possa cambiare la sua storia e come la stessa scelta di diserzione fatta da tanti potrebbe cambiare la storia di tutti.

6. “Solo noi” parte invece da un incontro tra vecchi amici e trasforma ricordi e speranze in una sorta di teatro privato. Quanto sono importanti, nella tua scrittura, la memoria e quelle relazioni che riescono a creare uno spazio separato dal rumore del mondo?

La memoria di eventi importanti nella nostra vita prende una forma nuova nel momento in cui si esprime. Nel confronto con persone vicine i ricordi diventano trame che si intersecano creando una sorta di romanzo collettivo.

7. In “Sapere già tutto” racconti il desiderio di un amore fondato sulla scoperta dell’altro, quasi come una forma di conoscenza che non dovrebbe mai esaurirsi. Quanto è difficile, musicalmente e poeticamente, raccontare l’amore senza cadere nei luoghi comuni? E che ruolo hanno i fiati di Enrico Gabrielli nel mantenere vivo questo senso di stupore?

Raccontare l’amore nella sua classica accezione in una canzone è un tema fortemente inflazionato e spesso abusato per mancanza di argomenti. Quando mi capita di avvicinarmi al tema con una canzone cerco di cogliere degli aspetti o delle circostanze che possano deviare l’attenzione: mi concentro su alcuni dettagli che possono fare la differenza. Enrico Gabrielli è riuscito con i suoi arrangiamenti a dare la giusta enfasi al concetto espresso nell’inciso con grande originalità ed eleganza.

8. “Cambia l’ottica” è uno dei brani più legati alla perdita: una notte romana diventa il tempo dilatato di un racconto rivolto a un amico che non c’è più. In che modo un’assenza può modificare il nostro modo di guardare tutto ciò che rimane?

Nei pensieri mi capita di raccontare a persone care che non ci sono più qualcosa che mi colpiva in quel momento. Un monologo che mi ha portato ad una riflessione sulla realtà e rendendo in qualche modo presente quella persona che vorrei fosse ancora davanti a me.

9. “Un’altra estate” racconta due amanti che si incontrano casualmente per le strade di Milano e, per un momento, ritrovano qualcosa di un passato che li aveva uniti. Ti interessava raccontare soprattutto la nostalgia oppure quella possibilità, anche brevissima, che un incontro possa riaprire una ferita o una storia?

Gli incontri, soprattutto quelli fortuiti, possono creare reazioni inaspettate e sussulti emozionali molto interessanti. Non mi interessa molto la nostalgia, tende ad annoiarmi.

10. “Comunque vada” sposta il racconto dall’individuo alla collettività: una comunità dispersa dall’individualismo torna a riconoscersi nella piazza. Quanto senti che oggi la musica possa ancora costruire uno spazio collettivo, capace di mettere insieme paure, ideali e speranze differenti?

La collettività ha bisogno di riconoscersi e la musica credo sia una forma di condivisione stupenda. Le canzoni e l’arte in generale possono ancora secondo me sconfiggere l’individualismo dilagante.

11. “Epoca” sembra quasi chiudere il cerchio con una fotografia del presente, con i suoi dubbi e le sue contraddizioni. Qual è la contraddizione della nostra epoca che ti inquieta maggiormente e quale, invece, ti dà ancora la sensazione che la creatività possa rappresentare una risposta?

Noto un grandissimo dislivello tra il progresso della tecnologia e il progresso del pensiero umano. Mi spaventa pensare che l’uomo possa regredire affidandosi esclusivamente ai suoi istinti primordiali, vedo tuttavia espressioni artistiche che mi danno speranza.

12. Il disco attraversa sonorità molto diverse: dalla dimensione acustica di “Un Arcipelago” all’elettronica di “Figli di nessuno”, passando per ballate, fiati e atmosfere più cinematiche. Quanto era importante per te che ogni storia avesse una propria identità sonora, senza perdere però l’unità dell’album?

Volevo che il disco esprimesse anime musicali differenti ma organiche tra loro. I musicisti che mi hanno accompagnato con la guida di Leziero Rescigno sono riusciti, secondo me, a cogliere questa esigenza con gusto e originalità.

13. Hai lavorato nuovamente con Leziero Rescigno alla produzione artistica, mentre Lele Battista ha curato registrazione e mix e suonato pianoforti e synth, con Enrico Gabrielli ai fiati e Marco Carusino al basso. Quanto il confronto con questi musicisti ha modificato le canzoni che avevi inizialmente immaginato? C’è un brano che in studio ha preso una direzione completamente diversa da quella prevista?

Abbiamo scelto di creare il nucleo musicale dei brani suonando insieme e registrando in presa diretta quando ci sembrava di aver raggiunto un buon livello di arrangiamento. Questo ha permesso alle mie preproduzioni di acquisire compiutezza senza perdere la spontaneità iniziale. Sicuramente “Un’altra estate” è il brano che più di tutti ha preso una direzione diversa rispetto a quella che avevo inizialmente immaginato.

14. Tu arrivi da un percorso molto particolare, fatto di sperimentazione, teatro, collaborazioni e anche di esperienze da one man band con loop station e strumenti insoliti. Quanto di quel percorso è confluito nella scrittura e nella produzione di “Arcipelago X”? E senti che oggi il tuo modo di costruire una canzone sia molto diverso rispetto a “Di tutto quello che c’è” e “Progetti per il futuro”?

Sicuramente il percorso compiuto grazie alle mie produzioni passate mi ha permesso di avere oggi consapevolezze nuove. Essendo passato anche molto tempo dalla pubblicazione degli altri lavori il mio sguardo sulle cose è inevitabilmente differente. Sento che oggi rispetto a quello che succedeva anni fa ho la necessità di collocare il mio sguardo in un contesto più ampio, un racconto che possa andare oltre la mia esperienza.

15. Se ogni canzone di “Arcipelago X” è un’isola, quale pensi sia quella più vicina a te e quale, invece, ti ha costretto ad attraversare il mare più lungo per poterla raggiungere? E soprattutto: dopo aver completato questo viaggio, quale nuova isola senti di voler esplorare musicalmente?

Sicuramente proprio “Un Arcipelago” è il brano in cui ho messo molto di me, potrei definirlo quasi autobiografico in tante sue parti. “Figli di Nessuno” è invece il brano in cui mi allontano di più per raccontare un’isola apparentemente molto lontana. Ho iniziato a realizzare tempo fa delle colonne sonore e potrebbe essere quella la nuova isola da esplorare e approfondire.

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