Boosta

Intervista a Boosta: con PIANORAMA il tastierista dei Subsonica esplora pianoforte, elettronica, silenzi e improvvisazione in un viaggio sonoro irripetibile.

C’è un momento in cui la musica smette di essere soltanto una questione di note e diventa una ricerca sul suono, sul silenzio e sullo spazio che li contiene. È da questa prospettiva che Davide “Boosta” Dileo, cofondatore e tastierista dei Subsonica, presenta PIANORAMA, il suo nuovo album strumentale, pubblicato il 17 ottobre 2026 per Torino Recording Club e distribuito da Epic/Sony Music. Un progetto che nasce dall’esigenza di tornare al pianoforte, strumento che lo accompagna fin dall’infanzia, e di ritrovare quella sorpresa che rappresenta una delle ragioni più profonde del fare musica.

Registrato in presa diretta nel suo studio The Underdog di Torino, il disco si sviluppa attraverso nove composizioni e altrettante rielaborazioni elettroniche, mettendo in dialogo la fisicità dello strumento con la possibilità di trasformarne il suono in un paesaggio. Anche i rumori dei pedali, le vibrazioni del legno e le imperfezioni della registrazione diventano parte integrante del racconto, senza essere cancellati in nome di una perfezione artificiale.

In questa intervista, Boosta ci accompagna dentro la genesi di PIANORAMA, raccontando il valore del silenzio, la libertà dell’improvvisazione e il rapporto tra tecnica e sensibilità. Spazio anche alla dimensione dal vivo, dove ogni esecuzione diventa un’esperienza diversa, influenzata dall’acustica dei luoghi e dall’incontro con il pubblico. Perché, come spiega l’artista, non si tratta di inseguire a tutti i costi l’originalità, ma di continuare a stupirsi davanti alla musica e di condividere un viaggio senza sapere esattamente dove porterà.

Intervista a Boosta, il nuovo album “Pianorama”

Boosta, PIANORAMA rappresenta una nuova tappa del tuo percorso solista. Che cosa ti ha spinto a riportare il pianoforte al centro della tua ricerca artistica e perché sentivi l’esigenza di realizzare proprio questo disco?

PIANORAMA è il racconto che avevo bisogno di portare alla luce. Il percorso con il pianoforte mi accompagna da quando sono piccolo ed è un percorso carsico, che ogni tanto riaffiora, anche compatibilmente con l’astronave madre dei Subsonica che atterra. La ricerca, l’urgenza, la curiosità di esplorare e di rimanere in dialogo con lo strumento, però, sono sempre rimaste. Negli ultimi anni mi ci sono dedicato e sentivo il bisogno di realizzare questo disco.

PIANORAMA nasce anche da alcune regole che mi sono dato, per ritrovare quella sorpresa che a volte rischi di perdere facendo un mestiere fortunatissimo e privilegiato come quello del musicista, quando la tua passione diventa anche il tuo lavoro. Avevo bisogno di ritrovare un po’ di stupore. Sono partito da abbozzi di melodia, li ho registrati in presa diretta e li ho trasformati in improvvisazioni, dando vita alla parte acustica. Ho voluto rimanere fedele al mio pianoforte, quello che mi accompagna da quando ero piccolo. Nella seconda parte, invece, alcune cellule sonore degli stessi brani si perdono, si disgregano e si dilatano in un paesaggio più ampio, costruito con l’elettronica, che è l’altra componente musicale che amo.

Il titolo PIANORAMA suggerisce immediatamente l’idea di un orizzonte sonoro. Quanto è importante lo spazio nella costruzione di un progetto che mette al centro il pianoforte, il silenzio e la trasformazione elettronica?

Lo spazio è tutto. Ma lo è anche nella parola, perché nello spazio c’è il silenzio e nel silenzio c’è l’ascolto. L’ascolto diventa fondamentale. Quando parliamo di musica e di composizione, lo spazio è importante anche perché significa riverberazione del suono, le onde che si rifrangono sulle pareti e all’interno della stanza che ti accoglie. Tutto quello che ci circonda contribuisce a determinare il modo in cui percepiamo un suono.

Lo spazio è una scatola meravigliosa all’interno della quale facciamo succedere le cose, oppure scegliamo di non farle succedere. Se intendiamo lo spazio anche come i momenti di silenzio all’interno della musica, allora diventa una grammatica fondamentale. Le melodie che conosciamo e che abbiamo amato sarebbero molto diverse se non avessero quegli spazi in mezzo. Il silenzio non è qualcosa che manca: è una parte di ciò che ascoltiamo, esattamente come le note.

Nel disco hai scelto di conservare anche i rumori dei pedali, le vibrazioni del legno e le caratteristiche acustiche dello studio. Quanto era importante accogliere queste imperfezioni, anziché inseguire un suono perfettamente pulito e controllato?

È un’accettazione della realtà. Il mio pianoforte è rumoroso, quindi non avrei potuto cancellare tutti quei suoni. Ma, soprattutto, quella è la sua voce. Come tutti gli strumenti acustici, ha una personalità molto sviluppata. Questo pomeriggio ho fatto amicizia con lui e spero che mi rimanga amico fino alla fine della serata!

Quei rumori, che in qualche modo non sono controllati, sono imperfezioni soltanto fino a un certo punto. Sono incognite che capitano, che succedono e che puoi decidere di accettare. Nel momento in cui le accogli, cambia anche l’idea di suono che stai portando avanti. Se il pedale fa troppo rumore, posso decidere di toglierlo; in altri momenti, invece, posso utilizzarlo come elemento ritmico. Questi incidenti felici diventano così un’occasione per modificare la mia stessa grammatica di scrittura.

Per chi ascolta, inoltre, possono essere elementi molto interessanti: piccoli suoni che si muovono, attirano l’attenzione e invitano a essere cercati. È quasi una caccia al tesoro, perché ci sono dettagli che magari non cogli al primo ascolto, ma che possono emergere quando ti concedi il tempo di approfondire.

In PIANORAMA convivono la fisicità del pianoforte e le possibilità di manipolazione dell’elettronica. Come trovi l’equilibrio tra queste due dimensioni e quanto conta la sensibilità personale nel farle dialogare senza che una prevalga sull’altra?

Non saprei dire esattamente quale sia l’equilibrio. Probabilmente cresce e nasce insieme alla sensibilità che hai come artista, al tuo modo di masticare e mangiare musica, di trovare una cifra personale nella scrittura e di cercare di metterla in pratica.

Siamo molto affezionati alle definizioni, ma queste lasciano il tempo che trovano. Sono certamente utili come didascalie descrittive, per aiutarci a raccontare un progetto e a collocarlo, ma quando componi o quando ascolti crollano tutte e diventano nulle. La musica, alla fine, deve poter essere vissuta senza che una definizione stabilisca in anticipo che cosa dobbiamo sentire.

Nel mio caso, pianoforte ed elettronica sono due modi di entrare in contatto con la stessa materia sonora. Non penso che debbano necessariamente trovare una sintesi definitiva: mi interessa piuttosto lasciarli dialogare, permettendo a ciascuno di aprire prospettive diverse.

Le nove composizioni del disco hanno iniziali che, lette in sequenza, formano la parola PIANORAMA. Come è nata questa scelta e quale rapporto volevi creare tra la struttura dell’album e il dialogo fra il lato acustico e quello elettronico?

È nata dal fatto che questo disco non contiene composizioni con un’idea forte legata a un concetto o a un testo, anche nel senso più ampio che può avere un titolo. Sono composizioni che nascono come appunti. Questi appunti rientrano in un caleidoscopio che, a seconda della prospettiva e dell’occhio con cui lo guardi, si frammenta e assume forme differenti.

Mi piaceva l’idea di creare una sorta di esercizio numerico, qualcosa che potesse essere osservato in modi diversi. Le due parti del disco possono essere viste anche come un negativo fotografico: nel lato A c’è il pianoforte, mentre nel lato B troviamo il suo negativo, costruito attraverso l’elettronica e un diverso punto di messa a fuoco.

Non volevo semplicemente riproporre le stesse composizioni in due versioni. Mi interessava mostrare come la stessa materia possa trasformarsi cambiando prospettiva, come se ci avvicinassimo a un dettaglio per poi allontanarcene fino a perdere i contorni iniziali. Il titolo stesso diventa così un panorama che ciascuno può osservare dal proprio punto di vista.

Il pianoforte è uno degli strumenti più amati e con una storia musicale enorme. In un panorama in cui sembra difficile inventare qualcosa che non sia già stato ascoltato, la ricerca passa soprattutto dalla tecnica o dalla capacità di ascoltare in modo diverso?

Per me non è una ricerca di originalità. Non ho mai avuto nessuna velleità di essere originale. Ho sicuramente bisogno di sorpresa. Se ami suonare, stare sul palco, lavorare in studio, fare musica e realizzare dischi, hai bisogno di continuare a sorprenderti, come quando eri più piccolo.

Per me non è una questione di originalità, ma di sentire quello che suoni, riascoltarlo e godere di ciò che hai fatto. Puoi arrivare fino a un certo punto se continui a girare intorno ai tuoi pregiudizi, alla tua tecnica e ai tuoi pattern abituali. A volte, invece, quando ti lasci sorprendere, succedono cose diverse: le mani vanno da altre parti e ti ritrovi davanti a qualcosa che non avevi previsto.

Cerco ancora quella sensazione che provavo da ragazzo, quando non vedevo l’ora di tornare a casa per registrare qualcosa su una cassetta, in macchina o per farlo ascoltare agli amici. Era l’entusiasmo di avere fatto qualcosa e di volerlo condividere immediatamente. Mi interessa ritrovare quella spontaneità, quella gioia quasi istintiva che nasce dal fare musica senza sapere già dove si arriverà.

Il tour di PIANORAMA sembra proseguire idealmente il lavoro in studio: ogni esecuzione è diversa e lascia spazio all’imprevisto. Quanto è importante accettare una certa tensione quando si affronta dal vivo un repertorio così libero?

C’è sicuramente una responsabilità particolare, perché sei solo davanti a un pubblico che ha scelto di venire ad ascoltarti e di fare un viaggio insieme a te. Non ho il desiderio di essere una guida turistica, ma mi piacerebbe che le persone viaggiassero insieme a me. Ci sono spazi di libertà che permettono di esplorare e di vedere dove si arriva.

Ho provato alcuni di questi pezzi più liberi e, nelle tre occasioni in cui li ho suonati, sono venuti completamente diversi. Succedono cose differenti, ed è proprio questo che mi interessa. Certo, tutto questo ti regala anche un livello di tensione più alto, perché i brani sono nuovi e perché rimane sempre il terrore atavico di sbagliarli tutti.

Oggi pomeriggio mi sono seduto e ho suonato un pezzo molto bene, in modo perfetto, e ne ero contento. La seconda volta, invece, l’ho sbagliato. Ci sono tutte queste piccole incognite che ti porti dietro e che devi imparare ad accettare.

Non sono un concertista, non sono un esecutore: sono una persona che ama il proprio strumento e cerca di utilizzarlo per raccontare quello che ha dentro. Spero che le persone possano comprendere e amare il viaggio che facciamo insieme, anche quando non tutto va esattamente come previsto.

Il tour attraverserà luoghi diversi, dagli auditorium alle basiliche, ciascuno con una propria acustica, un riverbero e un’architettura. Quanto possono influenzare la tua esecuzione e diventare parte integrante del racconto musicale?

Spero moltissimo, spero il più possibile. L’idea è che lo spazio, insieme alle persone che hai davanti, diventi un tutt’uno con la musica. Ogni luogo ti accoglie in maniera diversa e ogni volta si crea una forma nuova. Questo significa avere una possibilità in più per scoprire cose che non conosci.

Non necessariamente saranno tutte belle, e bisogna accettarlo. Ma quando trovi la magia, succede qualcosa di speciale. Credo ancora in questa idea fanciullesca secondo cui la musica possiede una grande magia. Ci sono concerti che suoni e che vanno bene, e poi ci sono momenti in cui tutto diventa incredibile. Te ne accorgi anche tu mentre sei sul palco, mentre sta succedendo.

È una delle cose più belle del fare musica dal vivo: non puoi stabilire in anticipo che cosa accadrà. Puoi prepararti, puoi conoscere i tuoi strumenti e le tue composizioni, ma poi il luogo, il pubblico e le condizioni del momento partecipano alla creazione di qualcosa che esiste soltanto lì.

Dopo tanti anni di carriera, dai grandi palchi con i Subsonica a progetti più intimi e sperimentali, cambia il rapporto con il pubblico quando ti presenti con un lavoro strumentale come PIANORAMA?

Non cambia nel senso che si tratta di un pubblico che mi rispetta e che io rispetto. Abbiamo un terreno comune, un luogo nel quale possiamo stare insieme. Sono certamente due esperienze differenti: quella di un palazzetto, in cui la musica è molto fisica, è una cosa; questa è un’altra dimensione. Ma credo che tutti questi elementi possano convivere nella stessa persona.

In questi trent’anni, la cosa più bella è innanzitutto trovare ancora un pubblico. Lo dico con grande onestà: sono molto grato alle persone che scelgono di venire a vedere la musica dal vivo, in generale, e la mia musica in particolare.

Spero che ogni concerto possa diventare davvero un momento di condivisione. È uno dei pochi rituali collettivi che ci sono rimasti, un’occasione in cui persone diverse scelgono di ritrovarsi nello stesso luogo e dedicare del tempo a un’esperienza comune. Questa celebrazione, devo dire, non mi ha ancora stancato.

LE PRIME DATE DEL TOUR:

  • 1 NOVEMBRE 2026 @ ROMA – AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA
  • 28 NOVEMBRE 2026 @ TORINO, CONCERTI DI SANTA PELAGIA 
  • 3 DICEMBRE 2026 @ FORLÌ, AUDITORIUM CONAD-CITTÀ DI FORLÌ
  • 4 DICEMBRE 2026 @ MILANO, LA MUSICA DEI CIELI – BASILICA DI SAN VINCENZO IN PRATO

INFO E BIGLIETTI: PONDEROSA

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