Intervista agli Eugenio in Via Di Gioia che raccontano N OI, il nuovo EP tra fragilità, relazioni, identità collettiva; sei canzoni per riscoprire il valore dello stare insieme.
Ci sono momenti in cui fermarsi a guardare le cose da una prospettiva diversa diventa un gesto necessario. È da questa intuizione che nasce N OI, il nuovo EP degli Eugenio in Via Di Gioia, disponibile dal 16 ottobre 2026 per Carosello Records.
Sei brani che si muovono tra sonorità differenti, interrogativi esistenziali, fragilità individuali e riflessioni sul mondo che ci circonda, tenuti insieme da un filo conduttore preciso: la relazione con l’altro. Il titolo, volutamente ambiguo, può essere letto come “noi”, ma anche come “N 01”, quasi fosse il prototipo di qualcosa ancora da definire. Al centro del progetto c’è proprio l’invito a non cercare una risposta immediata a ogni domanda, ma a concedersi il tempo necessario per osservare il quadro nel suo insieme. Anche la copertina, con il suo cucchiaio riflettente, diventa una metafora di una realtà che spesso scambiamo per intero pur guardandone soltanto una porzione. Da Come si fa, sfogo generazionale sulle incertezze dell’età adulta, a Due gocce d’acqua, incontro tra fragilità che non pretendono di salvarsi a vicenda, passando per l’ironia di Ciao bella Italia e il bisogno di tregua raccontato in Baciamoci, gli Eugenio in Via Di Gioia costruiscono un racconto in cui l’identità individuale non scompare, ma trova un senso nuovo nella condivisione.
Li abbiamo incontrati per approfondire il significato di N OI, la genesi delle canzoni, il rapporto con le figure di riferimento e la maturità artistica di una band che continua a trasformare il palco in uno spazio di incontro, in vista del Club Tour 2026 e del concerto evento TUTTI DENTRO, in programma il 5 maggio 2027 all’Unipol Forum di Assago. Qui il calendario e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.
Intervista agli Eugenio in Via Di Gioia, il nuovo Ep “N OI”
Partiamo dal titolo: N OI sembra racchiudere diverse interpretazioni, da “N 01”, che potrebbe suggerire un nuovo inizio, alla parola “noi” separata in due parti. Che cosa rappresenta questo EP nel vostro percorso artistico e quale provocazione avete voluto lanciare?
La verità è che il nostro obiettivo è proprio quello di lanciare una provocazione. Viviamo in un mondo che corre velocissimo, nel quale cerchiamo di attribuire un significato a ogni singolo avvenimento. Molto spesso, però, ci dimentichiamo di guardare il quadro nel suo insieme: ci concentriamo sui singoli pixel senza riuscire più a cogliere il significato complessivo dell’immagine. Il titolo N OI nasce anche da questa riflessione. Può essere letto in modi differenti e non vogliamo necessariamente imporre un’unica interpretazione. È un invito ad aspettare, a guardare le cose dalla giusta prospettiva e magari da un po’ più lontano. A volte abbiamo bisogno di allontanarci da ciò che stiamo osservando per comprenderlo davvero. Il disco parte proprio da questa necessità: sospendere il giudizio, lasciare spazio alle domande e non pretendere di avere immediatamente tutte le risposte.
Anche la copertina sembra tradurre visivamente questo concetto. Il cucchiaio riflette le vostre immagini, mentre la separazione tra la N e la OI suggerisce una distanza. Che cosa si nasconde dietro questa scelta grafica?
Il cucchiaio rappresenta noi quattro e, in un certo senso, è la prima volta che compariamo sulla copertina in una forma così particolare, un po’ contraffatti dal riflesso. Il cucchiaio ci restituisce un’immagine capovolta, soprattutto quando ci guardiamo attraverso il suo lato convesso, e questa cosa ci piaceva molto. Ci sembrava una metafora efficace della realtà che viviamo ogni giorno: spesso guardiamo le cose e le definiamo sulla base del riflesso che vediamo dentro uno smartphone, uno specchio o qualsiasi altra superficie riflettente. Facendo così, però, rischiamo di dimenticarci tutto il contesto che sta intorno.
È come se ci concentrassimo esclusivamente sull’immagine che abbiamo davanti, perdendo di vista ciò che le dà un significato. Lo stesso accade con il “noi”: molto spesso si separa, diventa una N e una OI, e a quel punto non siamo più un insieme, ma soltanto una piccola parte. È una sorta di bolla algoritmica dalla quale cerchiamo di uscire, perché gli algoritmi tendono a mostrarci porzioni limitate del mondo, rafforzando ciò che già conosciamo e restringendo il nostro sguardo.
Anche la distanza grafica tra le lettere fa parte di questo gioco. Non vogliamo, però, che ci si soffermi eccessivamente su ogni dettaglio per trovare una spiegazione definitiva. Il nostro invito è proprio quello di sospendere per un tempo indefinito il bisogno di interpretare tutto. Le risposte arriveranno, forse, ma nel frattempo possiamo concederci il lusso di osservare, ascoltare e lasciare che le cose esistano anche senza una definizione immediata.

I sei brani affrontano forme diverse di appartenenza, dalla fragilità condivisa al rapporto con l’Italia, fino al desiderio di una vita più semplice. Come avete lavorato alla tracklist per preservare l’identità di ogni canzone e, allo stesso tempo, costruire un racconto unitario?
In generale, cerchiamo di far suonare le canzoni il più possibile amalgamate, senza però omologarle dal punto di vista sonoro. Il nostro è un genere difficile da etichettare: c’è chi ci definisce indie, chi pop, chi cantautorato e chi arriva addirittura a parlare di teatro-canzone. In questo EP convivono brani molto diversi. Ciao bella Italia ha un’impronta dichiaratamente funky, Due gocce d’acqua è una ballata orchestrale, mentre Sasso si muove in una dimensione più cantautorale. Non esiste, quindi, un vero filo rosso legato al genere musicale.
Quello che accomuna le canzoni è soprattutto il periodo in cui sono state scritte e la filosofia che le attraversa. Il filo conduttore emerge guardando l’insieme, perché in ogni brano troviamo una dinamica relazionale, che può essere intima oppure più ampia e collettiva. In Ciao bella Italia il rapporto è quello con un Paese che tiene insieme bellezza e brutture, creatività e contraddizioni. In Due gocce d’acqua, invece, ci sono due entità distinte che si riconoscono nella propria trasparenza e finiscono per unirsi, diventando una sola goccia.
È la stessa ambivalenza che ritroviamo nella copertina: il “noi” indica qualcosa che esiste insieme, ma la separazione delle lettere ci ricorda che quell’unità non è scontata. La convivenza degli opposti è una parte importante del progetto. Non volevamo realizzare sei canzoni uguali tra loro, ma sei prospettive differenti capaci di dialogare, lasciando a ciascuna la propria personalità.
In Come si fa le incertezze individuali diventano domande collettive. Si parla delle responsabilità della vita adulta, delle difficoltà di amare, lavorare, crescere un figlio e trovare un equilibrio con gli altri. Come è nata una canzone che riesce a trasformare dubbi così personali in uno sfogo generazionale?
Come si fa è nata davvero come uno sfogo, quasi per gioco, durante una Pasquetta. Ricordo benissimo quel momento: eravamo in mezzo a dei bambini, intorno a un calcetto, c’erano anche degli adulti e si stava creando una specie di jam session. A un certo punto ho iniziato a ripetere «come si fa, come si fa», mettendoci dentro una serie di domande e pensieri. Mi sono accorto che le persone intorno a me cominciavano ad appassionarsi a quello che stavo dicendo, come se riconoscessero qualcosa di loro stessi in quelle parole.
A un certo punto c’era un bambino che mi chiedeva come si facesse a tornare bambini. E io mi sono guardato intorno, ho visto suo padre lì vicino e ho pensato che non lo sapesse nemmeno lui. Da lì è arrivata la frase «nessuno lo sa, nemmeno tuo papà», che è diventata uno dei punti centrali del brano.
Quella che era nata come una sorta di flusso di coscienza si è trasformata in una domanda che risuonava anche nelle persone presenti. È stato interessante vedere come un pensiero nato in maniera spontanea potesse diventare qualcosa di condiviso. Credo che il senso della canzone sia proprio questo: non offrire una risposta definitiva, ma riconoscere che ci sono domande che accomunano persone di età diverse, anche quando ognuno pensa di doverle affrontare da solo.
Il verso «nessuno lo sa, nemmeno tuo papà» mette in discussione l’idea che esista sempre un adulto capace di indicarci la strada. Sono cambiati il rapporto con le figure di riferimento e il modo in cui le nuove generazioni guardano a chi è venuto prima?
Credo che siano cambiate molte cose. In passato avevamo degli idoli e dei riferimenti nei quali potevamo rifugiarci, anche semplicemente ascoltandoli. Magari, con il senno di poi, quelle figure possono apparirci sbagliate, imperfette o persino portatrici di esempi che oggi non condivideremmo. Eppure, avere qualcuno a cui ambire ci dava una specie di bussola.
Adesso tanti pilastri sono caduti, oppure è venuta meno la convinzione che servano davvero. Banalmente, la parola “boomer” ha contribuito a dissacrare questo meccanismo: appena qualcuno sembra volerci spiegare qualcosa o proporsi come esempio, rischia di essere liquidato con un’etichetta che lo rende immediatamente ridicolo. Così diventa più difficile riconoscere l’autorevolezza di una persona e accettare che possa avere qualcosa da trasmetterci.
Soprattutto nel rapporto con i più giovani, non è semplice capire come porsi. Noi stessi siamo un po’ più grandi e ci rendiamo conto che non possiamo presentarci come depositari di verità assolute. Ci sono meccanismi che dobbiamo imparare a conoscere e dinamiche sulle quali possiamo imparare anche da chi ha meno anni di noi.
Forse diventare adulti significa proprio accettare che non esista sempre un pilastro al quale appoggiarsi. Il dubbio non è necessariamente un limite: può essere ciò che ci permette di crescere. Non avere tutte le risposte non significa essere incapaci, ma riconoscere che il percorso continua e che possiamo ancora imparare dagli altri.
In Due gocce d’acqua due persone si riconoscono nelle rispettive fragilità senza pretendere di salvarsi a vicenda. È una visione dell’amore che si allontana dall’idea romantica secondo cui amare significa necessariamente guarire l’altro. Come siete arrivati a questa prospettiva?
C’è una bellissima storia che racconta proprio questo concetto. Se devi attraversare un fiume, hai bisogno di una zattera: in quel momento è fondamentale, perché ti permette di arrivare dall’altra parte. Quando, però, hai attraversato il fiume, non ha più senso rimanere attaccato alla zattera. Se continui a considerarla indispensabile anche quando non lo è più, rischia di diventare un peso che ti impedisce di andare avanti. Potresti persino tornare indietro, attraversare nuovamente il fiume e giustificare così il fatto di avere ancora bisogno di quella zattera.
Credo che lo stesso ragionamento valga per le relazioni e per i punti di riferimento. Quando siamo piccoli abbiamo bisogno della mano di un genitore per cominciare a camminare. È una presenza necessaria, ma arriva un momento in cui dobbiamo imparare a staccarci e a procedere con le nostre gambe. Questo non significa rinnegare chi ci ha aiutato, ma riconoscere che ogni rapporto cambia insieme a noi.
In Due gocce d’acqua c’è proprio l’idea di un incontro tra due persone che non devono necessariamente risolversi a vicenda. Si riconoscono, scoprono di condividere paure e fragilità e possono offrirsi un riparo, ma senza trasformare l’altro in una soluzione obbligatoria. L’amore non deve per forza guarire ogni ferita, né diventare una dipendenza. A volte è sufficiente scoprire di non essere soli, senza chiedere all’altra persona di portarci sulle spalle o di diventare la nostra unica possibilità di salvezza.
Con Ciao bella Italia, realizzata insieme al Piccolo Coro dell’Antoniano diretto da Sabrina Simoni, affrontate il rapporto con il nostro Paese attraverso un linguaggio ironico e una prospettiva in parte infantile. Come si può continuare ad amare l’Italia senza sentirsi obbligati a difenderla da ogni critica?
Ogni cosa che accade porta con sé qualcosa di bello e qualcosa di brutto. L’Italia è forse una delle espressioni più evidenti di questa contraddizione: è bellezza, creatività, ingegno, ma lo stesso ingegno può essere utilizzato nel modo sbagliato, perdere il proprio contenuto etico e trasformarsi in furbizia.
Ci interessava raccontare proprio questa ambivalenza. Possiamo avere davanti un quadro stupendo che, però, è falso, oppure un paesaggio incredibile che è stato inquinato. La bellezza esiste, ma non cancella automaticamente i problemi che la circondano. Allo stesso modo, denunciare le contraddizioni non significa dover rinunciare ad amare ciò che di positivo questo Paese sa esprimere.
Con Ciao bella Italia non volevamo realizzare necessariamente una denuncia nel senso più tradizionale del termine, quanto piuttosto una rappresentazione capace di tenere insieme le diverse facce della realtà. La presenza dei bambini ci è sembrata particolarmente significativa: attraverso la loro voce abbiamo cercato di dare una luce nuova alla bellezza, immaginando che la creatività possa trasformare quella furbizia che spesso ci caratterizza in qualcosa di costruttivo.
Il punto non è scegliere se l’Italia sia bella o brutta, perché è entrambe le cose. Il punto è capire che cosa vogliamo fare di questa contraddizione. Possiamo limitarci a contemplare le sue bellezze, ignorando tutto il resto, oppure possiamo riconoscerne i limiti e provare a cambiare le cose. Per noi, amare un luogo significa anche accettare di guardarlo senza filtri.
Tra i brani dell’EP c’è anche Ci manchiamo da una vita, che sembra raccontare un legame capace di resistere al tempo e ai cambiamenti della quotidianità. Come è nata questa canzone e quando avete capito quale storia stavate raccontando?
Le canzoni spesso arrivano in questo modo: inizi a scrivere senza sapere esattamente di che cosa stai parlando. Segui un flusso, lasci che le immagini si presentino e soltanto dopo provi a capire dove ti stanno portando.
Nel caso di Ci manchiamo da una vita, a un certo punto mi sono ritrovato a scrivere di due biciclette legate con un solo lucchetto. Mi sono fermato e ho pensato: «Aspetta, ma questo sono io con mio papà». È stato come riconoscere improvvisamente qualcosa che avevo dentro e che non avevo ancora messo a fuoco.
È una canzone che nasce da un’immagine concreta e quotidiana, ma che finisce per parlare di un legame più profondo, di quelle presenze che continuano ad accompagnarci anche quando il tempo cambia le cose. Non sempre ci rendiamo conto di quanto una persona sia rimasta dentro di noi finché non ritroviamo un gesto, un’abitudine o un ricordo che ce la restituisce.
Ci sono rapporti che non hanno bisogno di essere continuamente confermati per esistere. Anche quando le strade si allontanano o la quotidianità cambia, rimane qualcosa che ci unisce. E forse il titolo contiene proprio questa contraddizione: possiamo mancarci da una vita pur continuando a portarci dentro, in modi diversi, la presenza dell’altro.
Il vostro modo di scrivere sembra partire spesso da un’immagine semplice, da un episodio o da un dettaglio quotidiano che improvvisamente si apre a una riflessione più ampia. È questo il vostro metodo di lavoro oppure ogni canzone segue una strada diversa?
Non credo che esista un metodo unico, almeno per quanto riguarda la nascita delle idee. A volte una canzone parte da un’immagine molto precisa, altre volte da una frase, da una situazione vissuta o da un pensiero che continua a tornare. Nel caso di Come si fa, per esempio, tutto è nato in modo spontaneo, quasi come un gioco durante una giornata tra amici. In Ci manchiamo da una vita, invece, un’immagine ha permesso di riconoscere una relazione che era già presente, ma che non avevo ancora messo a fuoco.
Spesso, mentre scriviamo, non sappiamo immediatamente quale sia il significato di quello che stiamo facendo. Ci lasciamo guidare dal flusso e solo in un secondo momento riusciamo a leggere meglio le parole e a capire quali emozioni stiano emergendo. È come se la canzone sapesse qualcosa prima di noi.
Credo che questo processo sia importante perché ci permette di non costruire tutto a tavolino. Se sapessimo già dall’inizio quale messaggio vogliamo trasmettere, rischieremmo di perdere quella parte di sorpresa che rende una canzone autentica. A volte scrivere significa proprio trovare qualcosa che non sapevamo di voler dire.
In N OI convivono anche il bisogno di rallentare e quello di sottrarsi alle aspettative. Guardando a Sasso e Baciamoci, sembra emergere il desiderio di smettere di dover dimostrare continuamente qualcosa. Quanto è difficile, oggi, accettare di essere semplicemente ciò che si è?
È una domanda molto importante, perché viviamo in un contesto in cui sembra sempre necessario dimostrare qualcosa, raggiungere un obiettivo, essere all’altezza di un modello o diventare una versione migliore di noi stessi. In Sasso c’è anche questa riflessione: a volte viene quasi da invidiare un sasso, perché non deve dimostrare niente a nessuno e può semplicemente esistere. Noi, invece, ci chiediamo continuamente se quello che siamo sia abbastanza.
È una sensazione che può diventare molto faticosa, soprattutto quando il confronto con gli altri è costante e ogni cosa sembra dover essere misurata. Il rischio è quello di non riconoscere più il valore di ciò che abbiamo, perché siamo sempre concentrati su ciò che ci manca o su quello che dovremmo diventare.
Baciamoci, in un certo senso, prova a immaginare una pausa da tutto questo. Non propone una soluzione definitiva ai problemi del mondo e non pretende di sistemare il caos con una canzone. Immagina piuttosto che ci si possa fermare per un momento, dedicando del tempo alle persone, all’intimità, alle imperfezioni e alla possibilità di sognare insieme.
A volte la risposta non è necessariamente trovare una soluzione a ogni problema, ma riuscire a creare uno spazio nel quale respirare. La condivisione può essere una forma di resistenza gentile: non elimina le difficoltà, ma ci ricorda che non siamo obbligati ad affrontarle sempre da soli.
Dopo tanti anni trascorsi insieme, il vostro rapporto con il palco e con il pubblico è cambiato? Che cosa vi aspettate dal Club Tour 2026 e dal concerto evento TUTTI DENTRO, in programma il 5 maggio 2027 all’Unipol Forum di Assago?
Cambiamo continuamente, perché cambiano le cose che viviamo e, inevitabilmente, tutto questo si riflette anche sul palco. Quello che facciamo è tradurre in musica e in una dimensione condivisa le esperienze che attraversiamo. Possiamo dire che, con il tempo, ci vengono un po’ di capelli bianchi in più e magari qualcuno in meno, ma stiamo migliorando in tante cose!
C’è una maturità che si costruisce attraverso il lavoro. A quindici anni è più facile essere belli, nel senso di avere una certa spontaneità e una naturalezza che arrivano quasi senza sforzo. A trenta, invece, devi metterci anche qualcosa di tuo: disciplina, attenzione e consapevolezza. Andando avanti con gli anni, probabilmente la fortuna e il talento avranno un peso diverso, mentre conterà sempre di più quanto saremo stati capaci di lavorare su noi stessi.
Oggi sentiamo di avere un buon equilibrio tra queste componenti. Suoniamo insieme da tanti anni e, a volte, ci sembra quasi di averne sessanta, anche se poi ci guardiamo e ci rendiamo conto che siamo ancora qui, con la stessa voglia di divertirci e di condividere quello che facciamo. In questo senso, il palco continua a essere un luogo nel quale possiamo crescere.
Il concerto all’Unipol Forum sarà come il nostro primo palazzetto. Siamo molto contenti di arrivare a un appuntamento così importante e vogliamo viverlo con lo stesso entusiasmo con cui affrontiamo le cose nuove. Il bello è proprio questo: continuare a fare esperienza, cambiare e migliorare, senza perdere la voglia di mettersi in gioco. Dopo tanti anni insieme, poter guardare a un concerto del genere come a una prima volta è qualcosa di speciale.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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