ORLANDO

Intervista a Orlando, che racconta Finché siam giovani, il nuovo album tra radici familiari, provincia, amicizia, amore e il desiderio di continuare a credere nei propri sogni.

Dodici canzoni che raccontano la provincia veneta, le amicizie, gli amori, le responsabilità e quella particolare inquietudine che accompagna il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Il punto di partenza è un piccolo paese di circa 1.300 abitanti, un luogo in cui i campi convivono con il desiderio di andare lontano e la fantasia diventa uno strumento per immaginare possibilità nuove. Ma il disco è anche un viaggio personale nelle origini dell’artista, legato a un canto popolare tramandato dalla famiglia materna e ritrovato inaspettatamente nelle immagini di un vecchio filmato del matrimonio dei genitori. Un ricordo capace di trasformarsi in una chiave per comprendere meglio la propria storia e trovare il coraggio di raccontarla.

Accanto alla dimensione autobiografica c’è la banda, il gruppo di amici e collaboratori che ha accompagnato Orlando nella realizzazione del progetto e che oggi rappresenta molto più di una squadra musicale: una famiglia scelta con cui condividere esperienze, fragilità e sogni. Brani come Solo per salvarmi, La vita completata e Da quando ci sei te esplorano sfumature differenti dell’identità e dell’amore, mentre la title track diventa un invito a non lasciarsi definire dalle aspettative altrui. Selezionato da VEVO Italia tra gli emergenti più interessanti dell’anno per la campagna Newcomers 2026, Orlando si presenta con un lavoro sincero, spontaneo e profondamente legato alla propria esperienza.

Lo abbiamo incontrato per parlare della genesi del disco, del valore della memoria, della vita in provincia e della necessità di continuare a credere in ciò che si può diventare. Perché essere giovani, in fondo, non significa soltanto avere vent’anni, ma conservare la libertà di immaginare il proprio futuro.

Intervista a Orlando, il nuovo album “Finché siam giovani”

Orlando, Finché siam giovani rappresenta un momento importante del tuo percorso artistico. Che cosa segna questo album per te e in che modo ti ha aiutato a definire la tua identità musicale?

Questo disco rappresenta, in un certo senso, un inizio rispetto a quello che vorrei diventare artisticamente. È stato soprattutto un lavoro di scoperta personale, un percorso attraverso cui ho cercato di capire meglio chi sono e che cosa desidero raccontare con la mia musica. Lo considero un piccolo seme che piantiamo per presentarci al pubblico e dire: «Ciao, eccomi qua!». È un modo per mettere a fuoco la mia identità, senza la pretesa di avere già tutte le risposte. Mi interessava partire da qualcosa di autentico, che mi appartenesse davvero, e costruire un progetto capace di rappresentarmi in questo momento della mia vita.

Il titolo Finché siam giovani nasce da un canto popolare legato alla tua famiglia materna, ritrovato in un filmato del matrimonio dei tuoi genitori. Quanto è stato importante questo incontro con il passato per capire il significato del disco?

È stato fondamentale. Finché siam giovani è una frase che conoscevo perché apparteneva alla tradizione della famiglia di mia mamma: era un canto popolare che veniva intonato durante le feste. Purtroppo, nella mia vita non ho avuto molte occasioni per conoscere davvero questa parte della mia storia, ma quel canto mi è sempre rimasto dentro. Circa due anni fa, quando ho iniziato a ragionare sul progetto, mi tornava spesso in mente e sentivo che avrebbe potuto diventare il titolo del disco, anche se non ero ancora completamente convinto.

Poi, lo scorso Natale, mi hanno fatto un regalo inaspettato: hanno digitalizzato alcune videocassette che pensavo fossero ormai vecchissime e rovinate. All’interno c’era un filmato del matrimonio dei miei genitori, celebrato nel 1990, e si vedeva la mia famiglia cantare proprio Finché siam giovani. Quando l’ho guardato sono scoppiato a piangere. È stato un momento molto forte, quasi un segnale che mi invitava a raccontare finalmente questa storia. Ho sentito che era arrivato il momento giusto per approfondire le mie origini e provare a capire meglio una parte di me che, fino a quel momento, avevo potuto conoscere soltanto in maniera indiretta.

Il disco racconta i vent’anni in un paese di circa 1.300 abitanti, tra amicizie, amori, sogni e responsabilità. Quanto ha influenzato la provincia il tuo modo di scrivere, di lavorare e persino di pensare alla musica?

Direi in maniera totalizzante. Ho deciso di non mettere troppi filtri tra quello che sono e quello che racconto. Volevo essere sincero e onesto, provare a descrivere davvero che cosa significhi per me vivere in un paese di 1.300 abitanti, forse oggi diventati 1.500. Le canzoni sono una fotografia dei miei pensieri in un determinato momento: nascono dal luogo in cui vivo, dalle persone che incontro e da quello che provo quando torno a casa o penso alla musica e a Milano.

Per chi cresce nelle mie zone, certe possibilità possono sembrare lontanissime. Da una parte ci sono i campi, la quotidianità del paese e le abitudini che conosci da sempre; dall’altra c’è la fantasia, che ti permette di immaginare qualcosa di diverso. Io ho scelto di usare proprio quella fantasia insieme ai miei campi. Non volevo rinnegare il luogo da cui provengo, ma nemmeno considerarlo un limite. La provincia è il mio punto di partenza, il paesaggio attraverso cui guardo il mondo e dal quale provo a immaginare tutto ciò che ancora non conosco.

La title track sembra anche un invito a non farsi condizionare dalle aspettative degli altri. Quanto pesa, a vent’anni, la sensazione di dover essere già arrivati da qualche parte?

Pesa parecchio, soprattutto perché quando hai questa età e vivi in un ambiente piccolo, spesso sono le persone più grandi a dirti come dovresti affrontare la vita. Ti ritrovi a fare i conti con l’ansia di essere in ritardo, di non essere abbastanza, di non sentirti socialmente accettato perché magari non hai raggiunto determinati obiettivi o non stai seguendo il percorso che gli altri si aspettano da te.

Finché siam giovani nasce anche come una risposta a questa pressione. È un grido di speranza, un modo per dire: ragazzi, continuiamo a crederci! Non dobbiamo necessariamente avere tutto chiaro adesso, né sentirci obbligati a dimostrare qualcosa in ogni momento. Vorrei che fosse un invito a restare curiosi, a concedersi la possibilità di sbagliare e a credere in quello che potremmo diventare domani. E questo vale anche quando non saremo più giovani anagraficamente. Per me, restare giovani significa soprattutto non smettere di immaginare possibilità e di mettersi in gioco.

Le dodici canzoni partono da esperienze personali, ma costruiscono un racconto nel quale possono riconoscersi anche gli ascoltatori. Come hai trovato l’equilibrio tra autobiografia e universalità?

È stato quasi un lavoro artigianale. Le idee mi arrivano in maniera molto spontanea, come se le canzoni esistessero già da qualche parte e io dovessi soltanto riuscire a prenderle e portarle alla luce. Quando scrivo, però, mi capita di partire per viaggi pindarici e di seguire pensieri che, nella mia testa, hanno un senso preciso, ma che non sempre riesco a comunicare con altrettanta chiarezza.

In questo mi hanno aiutato molto i ragazzi che hanno lavorato al progetto con me: Etta, Macs e Sic. A volte mi riportavano con i piedi per terra e mi dicevano che non stavano capendo quello che volevo dire. È stato un esercizio prezioso, perché mi ha spinto a trovare un linguaggio più semplice e diretto. Non significa rinunciare alla complessità dei pensieri, ma cercare il modo migliore per renderli comprensibili anche a chi non conosce la mia storia. Credo che l’universalità nasca proprio da qui: raccontare qualcosa di molto personale senza chiudersi nella propria esperienza, lasciando che gli altri possano ritrovare nelle canzoni un frammento della loro vita.

Nel progetto ricorre spesso il concetto di “banda”, che nel tempo è diventato qualcosa di più di un semplice gruppo di amici e collaboratori. Come è nata questa idea e che cosa rappresenta oggi per te?

All’inizio utilizzavo la parola banda quasi per gioco, per riferirmi ai ragazzi con cui lavoravo, come Macs, Sic ed Etta. Poi, a un certo punto, la cosa ci è un po’ sfuggita di mano, in senso positivo: ho cominciato a sentire che quella parola poteva comprendere molte più persone e che il progetto poteva diventare uno spazio aperto anche a chi ascolta la mia musica.

Per me è un modo di cercare un gruppo, una famiglia reale con cui condividere la vita, non soltanto le canzoni. Sui social abbiamo costruito un rapporto molto fraterno. Ci scriviamo di tutto: ci sono ragazzi che mi raccontano di essersi laureati e mi mandano i video dei festeggiamenti, altri che condividono con me le proprie storie d’amore. Io cerco di esserci, di rispondere, di aprirmi a mia volta. Mi rende molto felice vedere che si è creata questa relazione, perché non volevo che il progetto fosse qualcosa di individualista, costruito soltanto intorno alla mia persona.

Non mi piace stare da solo: preferisco vivere le cose insieme agli altri. La banda è un modo per incastrare le nostre esperienze, condividere i sogni e sentirci parte di qualcosa. La musica è già condivisione per sua natura, ma mi piace pensare che possa diventare anche il punto di partenza per costruire legami che vadano oltre l’ascolto di una canzone.

In Solo per salvarmi racconti la paura che, andando via, qualcuno possa dimenticare il bambino che sei stato. È uno dei brani più personali del disco: come è nato e quanto c’è della tua storia in questa canzone?

È una canzone a cui sono molto legato, anche perché è nata in maniera estremamente diretta. Ero nella mia camera, fuori pioveva, e ho cominciato a lavorare con chitarra e voce. Mi piace raccontare questa scena perché, detta così, sembra quasi una caricatura del cantautore malinconico chiuso in casa mentre piove! In realtà, è stato tutto molto spontaneo.

Il brano racconta la storia di un bambino a cui vengono a mancare i genitori e che continua a cercarli nel vento. Inizialmente avevo pensato di intitolarlo Il bambino che parlava al vento, ma era un titolo troppo lungo, così alla fine ho scelto Solo per salvarmi. Dentro c’è sicuramente la mia storia e il mio rapporto con le origini, con il luogo in cui sono cresciuto e con ciò che temo di perdere quando mi allontano.

È una canzone che mi presenta perché permette di capire da dove arrivo e quale sensibilità porto con me. Andarsene può essere necessario, può rappresentare un modo per trovare la propria strada, ma non significa smettere di appartenere a un luogo o cancellare il bambino che siamo stati. Quel legame rimane, anche quando cambiano le distanze e le prospettive.

Nel brano compare anche l’immagine dei campi come un’America tutta da esplorare. È una metafora che sembra racchiudere l’intero concept dell’album: la provincia può diventare un limite, ma anche un luogo da cui partire per immaginare il mondo.

Assolutamente. Per me quella frase racchiude bene il senso del disco. Quando vivi in un paese piccolo, puoi avere la sensazione che tutto sia già scritto e che il mondo vero si trovi altrove. Ma i campi che hai davanti agli occhi possono diventare anche il punto da cui parte la tua immaginazione. Non devi necessariamente essere in un posto lontano per desiderare qualcosa di più grande.

La fantasia ti permette di trasformare ciò che conosci, di guardarlo con occhi diversi e di costruire possibilità che prima non vedevi. Io parto dalla mia realtà, dalle strade che percorro e dalle persone che incontro, ma non voglio che quella realtà stabilisca anche il limite di ciò che posso sognare. In questo senso, la provincia non è soltanto lo sfondo delle canzoni: è il luogo dal quale provo a immaginare la mia America.

In La vita completata racconti l’amore come un luogo in cui poter essere se stessi, con i propri pregi ma anche con i propri difetti. Come hai tradotto musicalmente questa idea di intimità e di costruzione quotidiana?

Grazie! Con La vita completata volevo scrivere una classica canzone d’amore, ma senza concentrarmi soltanto sull’innamoramento. Mi interessava raccontare l’amore come qualcosa che costruisci nel tempo, quasi fosse un lavoro quotidiano. Non basta provare un sentimento: bisogna anche imparare a stare insieme, conoscersi, accettarsi e affrontare le difficoltà.

L’immagine della casa nasce proprio da questa idea. Casa è il luogo in cui puoi essere davvero te stesso, con tutti i tuoi pregi ma soprattutto con i tuoi difetti. Ci sono cose che diciamo tra le mura domestiche e che, probabilmente, non diremmo mai fuori. È uno spazio nel quale possiamo abbassare le difese, senza dover dimostrare continuamente qualcosa.

Mi sembrava quindi l’immagine più adatta per raccontare un amore che non si limita all’entusiasmo iniziale, ma diventa un posto in cui riconoscersi e sentirsi accolti. È il tentativo di costruire qualcosa insieme, con la consapevolezza che non sarà sempre facile, ma che proprio la possibilità di mostrarsi per quello che si è rende una relazione autentica.

In Da quando ci sei te, invece, l’amore sembra sospendere il tempo e riportarci all’intensità dei primi incontri. Qual è la differenza tra queste due canzoni e i momenti della vita che raccontano?

Sono due modi diversi di guardare all’amore. Da quando ci sei te è sicuramente legata a una dimensione più giovane, anche per l’ambiente in cui si muove. È la fotografia di quello che può significare innamorarsi a vent’anni, in provincia, magari con una macchina scassata e la voglia di stare insieme senza preoccuparsi troppo di quello che succederà dopo.

Mi interessava raccontare quei momenti in cui tutto sembra concentrarsi nella presenza dell’altra persona. Il mondo continua ad andare avanti, accadono cose anche terribili, ma per qualche istante quello che conta davvero è essere lì, insieme. È una sensazione molto specifica, legata all’età e al modo in cui si vivono le relazioni in quel periodo.

La vita completata, invece, ha un significato più ampio. Non parla necessariamente soltanto dell’amore tra due partner: può riguardare anche un amico, il proprio cane o qualsiasi presenza che contribuisca a rendere la vita più piena. È un discorso sull’amore a 360 gradi, mentre Da quando ci sei te racconta più precisamente l’innamoramento e l’energia dei vent’anni vissuti nel mio paese. Sono due fotografie diverse, ma entrambe raccontano il bisogno di condividere la vita con qualcuno.

Il tuo album attraversa anche diverse forme di relazione, dalle amicizie che diventano una famiglia alle storie d’amore che cambiano nel tempo. Quanto conta, per te, raccontare i legami senza idealizzarli?

Conta molto, perché non credo che i rapporti siano fatti soltanto di momenti belli o di emozioni facili da raccontare. Le relazioni sono anche fatica, incomprensioni, paura di non essere abbastanza e difficoltà nel capire come stare insieme. Mi interessava mostrare persone che stanno cercando di trovare il proprio posto nel mondo, senza fingere che abbiano già capito tutto.

Questo vale per l’amore, ma anche per l’amicizia e per la banda. Condividere la vita significa accettare che ciascuno abbia le proprie fragilità, i propri problemi e il proprio modo di affrontare le cose. Non penso che un rapporto debba necessariamente risolvere ogni difficoltà: a volte è sufficiente sapere che c’è qualcuno con cui attraversarla. Credo che le canzoni possano raccontare proprio questo, senza offrire risposte definitive, ma lasciando spazio alle contraddizioni che fanno parte dell’esperienza di tutti.

Il disco è stato realizzato insieme a Etta, Macs e Sic, che hanno contribuito anche a trovare un equilibrio tra le tue intuizioni e una scrittura più immediata. Quanto è importante, nel tuo processo creativo, lasciare che altre persone entrino nelle canzoni e le trasformino?

È molto importante, perché una canzone nasce magari da un’intuizione personale, ma poi deve trovare una forma che permetta anche agli altri di entrarci. Io tendo a seguire le idee in maniera spontanea, senza sapere sempre dove mi porteranno. È una parte del mio modo di scrivere che mi piace e che non vorrei perdere, ma ho capito quanto sia prezioso confrontarmi con persone che possano aiutarmi a mettere a fuoco quello che sto facendo.

Etta, Macs e Sic hanno avuto un ruolo fondamentale proprio in questo senso. Mi hanno aiutato a rendere più chiaro quello che volevo raccontare, a capire quando un’immagine funzionava e quando invece rischiava di allontanare chi ascolta. Il confronto non significa snaturare un’idea, ma darle la possibilità di arrivare più lontano. Credo che il lavoro collettivo sia stato decisivo anche per mantenere il disco fedele alla mia sensibilità senza trasformarlo in un racconto troppo chiuso su me stesso.

Se dovessimo incontrarci tra un anno, quale traguardo ti piacerebbe aver raggiunto dal punto di vista musicale e personale?

In realtà, in questo momento sono già felice. Mi sento davvero grato per quello che sta succedendo e non sto inseguendo un traguardo preciso. Il mio obiettivo era riuscire a esprimermi attraverso la musica e fare in modo che le mie canzoni arrivassero anche a una sola persona. Questa cosa è successa, quindi sento di aver già raggiunto ciò che desideravo.

Tutto il resto è un regalo. Naturalmente spero di continuare a fare musica, incontrare persone e vivere esperienze nuove, ma non voglio trasformare questo percorso in una corsa continua verso qualcosa che manca. Sono felice di poter raccontare la mia storia e di sapere che qualcuno può riconoscersi in quello che scrivo. Per me, oggi, è già tantissimo.

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