Intervista a Mario Biondi, che racconta Two Entities, il nuovo album tra soul, jazz, swing, collaborazioni internazionali e vent’anni di carriera.
A vent’anni da This Is What You Are e Handful of Soul, Mario Biondi celebra una storia artistica che ha portato la sua voce profonda e inconfondibile ben oltre i confini italiani. Un anniversario importante, che nel 2026 si traduce in un percorso musicale articolato e ricco di nuove prospettive.
Dopo Prova d’autore, il progetto in italiano che ha rappresentato una svolta nella sua carriera, il crooner torna a cantare in inglese con Two Entities, pubblicato il 16 ottobre per Sony Music Italy. Un album che guarda alle origini, ma non si limita a celebrarle: è piuttosto una sintesi delle esperienze, delle influenze e delle consapevolezze maturate in due decenni di musica.
Il titolo richiama le due anime che convivono nella sua identità vocale e artistica, tra il jazz, lo swing e il soul. A dare forma al progetto contribuisce una squadra di musicisti e collaboratori internazionali, con cui Biondi condivide una lunga storia di incontri, evoluzioni e ricerca. Tra questi c’è Riccardo Piparo, al fianco dell’artista nel singolo Cocktail Blue, brano energico e sofisticato che riporta al centro anche il loro comune amore per la dance degli anni Ottanta e Novanta.
La capacità di attraversare linguaggi diversi senza perdere riconoscibilità è, del resto, uno dei tratti distintivi di un interprete cresciuto confrontandosi con generi, repertori e pubblici differenti.
Dai classici del jazz e del soul alla musica italiana, passando per l’intrattenimento e il piano bar, ogni esperienza ha contribuito a definire il suo approccio alla voce e all’interpretazione. In Two Entities questa apertura si traduce in un dialogo tra sensibilità musicali, nel quale le collaborazioni non sono semplici presenze, ma occasioni di scambio creativo.
Il disco arriva nell’anno dei festeggiamenti per il ventennale e accompagna un nuovo tour teatrale, al via il 1° novembre, che ripercorrerà i momenti più significativi della sua carriera. Sul palco, accanto ai brani che hanno segnato il suo percorso, troveranno spazio anche le nuove canzoni, per la prima volta presentate dal vivo.
Consapevole delle difficoltà che un linguaggio come il suo può incontrare nel panorama mainstream, Mario Biondi ha imparato anche a riconoscere il valore del percorso costruito e a non inseguire necessariamente ogni forma di visibilità.
Intervista a Mario Biondi, il nuovo album “Two Entities“
Mario Biondi, ci siamo già incontrati quest’anno, ma nel frattempo il tuo percorso si è arricchito di un nuovo capitolo. Dopo Prova d’autore, arriva Two Entities, un progetto molto diverso e, allo stesso tempo, profondamente legato alla tua storia. Che cosa rappresenta per te questo album nell’anno del ventennale?
Grazie, è un piacere ritrovarvi! Questo è un anno importante, un anniversario che merita di essere rispettato e celebrato con grande amore. All’inizio dell’anno è arrivato Prova d’autore, un disco in italiano composto da venti brani, al quale ho dedicato tantissimo lavoro e che desideravo realizzare da molto tempo. È stato importante riuscire finalmente a dare forma a un progetto di questo tipo, che rappresentava un’esigenza artistica rimasta con me per anni.
Adesso è arrivato il momento di completare idealmente questo percorso di festeggiamenti con un album in inglese. Era necessario, perché ci sono tanti Paesi che mi hanno accolto, sostenuto e accompagnato fin dagli inizi, continuando ancora oggi a prestarmi attenzione. Two Entities è anche un modo per rivolgermi a quel pubblico internazionale che ha contribuito a costruire la mia storia. Non volevo che questo anniversario fosse soltanto una celebrazione del passato: mi interessava presentare nuova musica e raccontare ciò che sono diventato attraverso tutto quello che ho vissuto e imparato in questi vent’anni.
Il titolo Two Entities sembra racchiudere proprio questa volontà di guardare alla tua storia da una prospettiva nuova. Da una parte c’è l’interprete riconoscibile per il suo timbro, dall’altra il musicista e autore che continua a esplorare. Quali sono le due entità a cui ti riferisci?
L’idea era esattamente questa: realizzare una sorta di Mario Biondi 2.0, anche perché siamo arrivati al ventesimo anniversario. Volevo provare a raccontare, attraverso la musica, quello che ho imparato e assimilato in questi anni. Il titolo gioca anche con il numero venti, ma per me le due entità rappresentano soprattutto due anime musicali che convivono nella mia voce e nella mia sensibilità.
Da una parte c’è il linguaggio più legato al jazz e allo swing, dall’altra quello del soul. Sono mondi che mi appartengono entrambi e che nel tempo ho imparato a frequentare, approfondire e mettere in relazione. Non li considero necessariamente due territori separati: sono due modi differenti di esprimermi, due sfaccettature della stessa identità. Mi piace l’idea che possano dialogare, alternarsi e contaminarsi senza che una debba prevalere sull’altra. Questo album nasce anche dal desiderio di mostrare quanto le esperienze accumulate nel tempo possano arricchire il modo di interpretare e di vivere la musica.

In vent’anni hai attraversato generi, collaborazioni e contesti musicali differenti, riuscendo comunque a mantenere un’identità molto precisa. In Two Entities ritroviamo anche tanti musicisti con cui hai condiviso parte del tuo percorso. Quanto è importante tornare a incontrare artisti con cui sei cresciuto e scoprire come si è evoluto il vostro linguaggio?
È una grande fortuna. Con alcuni di questi musicisti siamo cresciuti insieme e abbiamo attraversato fasi differenti delle nostre carriere. Credo di essere cambiato e migliorato in alcuni aspetti, così come molti dei miei amici e collaboratori hanno vissuto evoluzioni importanti. Ritrovarsi dopo tanto tempo e poter raccogliere i frutti di queste esperienze è qualcosa di particolarmente bello.
Non si tratta soltanto di tornare a lavorare con persone che conosci, ma di scoprire che cosa è successo nel frattempo, quali strade hanno percorso e che cosa possono portare oggi all’interno di un progetto comune. Ogni musicista ha una propria sensibilità, una propria storia e un modo specifico di interpretare la musica. Quando queste personalità si incontrano, il risultato può diventare qualcosa di più della somma delle singole parti. Per me era fondamentale che le collaborazioni presenti nell’album avessero proprio questa funzione: non semplici partecipazioni, ma contributi capaci di lasciare una traccia riconoscibile nel suono e nell’identità del disco.
La tua carriera è caratterizzata da una continua ricerca, ma anche da un forte desiderio di non ripeterti. Come riesci a conciliare la riconoscibilità della tua voce con la necessità di rimetterti in discussione e trovare nuove strade?
La ricerca di qualcosa che mi permetta di non ripetermi è una questione che mi tormenta parecchio! Non ho un rapporto semplicissimo con me stesso: non mi perdono molto e tendo a essere piuttosto severo con quello che faccio. Non sono particolarmente autoreferenziale e, ogni volta che porto a termine un lavoro, finisco per metterlo in discussione e per trovare qualcosa che avrei potuto fare diversamente.
Da una parte è faticoso, perché significa non essere mai completamente soddisfatti. Dall’altra, però, questa attitudine mi costringe a continuare a cercare e a non dare nulla per scontato. Naturalmente, dopo quarant’anni di attività musicale, alcune basi sono diventate più solide: ho acquisito esperienza, conosco meglio la mia voce e so quali sono gli strumenti espressivi che ho a disposizione. Ma non voglio che tutto questo si trasformi in una formula da ripetere all’infinito.
Credo che il punto sia proprio riuscire a mantenere un’identità senza considerarla un recinto. La mia voce rimane riconoscibile, ma può abitare situazioni musicali differenti, confrontarsi con altri linguaggi e scoprire nuove possibilità. La ricerca serve a questo: non a cancellare ciò che sei, ma a capire quante cose puoi ancora fare partendo da quello che sei diventato.
In Two Entities si sente chiaramente la tua impronta, ma emerge anche la personalità dei musicisti coinvolti. Penso soprattutto a Cocktail Blue, il singolo realizzato con Riccardo Piparo, che ha un’energia particolare e un’atmosfera elegante e sensuale. Perché hai scelto proprio questo brano per presentare il progetto?
Per me Cocktail Blue è un brano straordinario, con una felicità e una carica energetica incredibili. È stata un’esperienza molto positiva e sono davvero contento del risultato. Credo che riesca a raccontare bene lo spirito del disco, anche perché mette in evidenza una dimensione della mia musica che forse non sempre emerge con la stessa forza.
Ho dovuto anche un po’ lottare perché fosse proprio questo il primo brano a presentarsi al pubblico. Inizialmente c’erano altre canzoni che qualcuno avrebbe preferito utilizzare come singolo, e naturalmente ognuno aveva le proprie ragioni. Non penso che nella mia testa esista una classifica assoluta dei brani migliori o peggiori: ogni canzone ha una propria identità e un proprio valore. In questo caso, però, sentivo che Cocktail Blue fosse il biglietto da visita più adatto per introdurre Two Entities.
Sono felice di aver insistito e devo dire che, alla fine, mi hanno perdonato per questa mia piccola arroganza! Il brano ha un’energia particolare, ma conserva anche quella cura per le atmosfere e per i dettagli che considero importante. Mi piace che possa trasmettere leggerezza e sensualità senza rinunciare alla ricerca musicale.
La collaborazione con Riccardo Piparo ha radici lontane, risalenti alla fine degli anni Novanta, quando avete lavorato insieme anche nell’ambito della dance. Che cosa vi accomuna oggi e quanto è stato importante recuperare quel vostro primo amore musicale per Cocktail Blue?
Io e Riccardo ci conosciamo da quasi trent’anni. Le nostre prime collaborazioni risalgono al 1998 e al 1999, quando abbiamo realizzato alcuni dischi dance. È un rapporto che ha attraversato tante fasi e che ci ha permesso di sperimentare linguaggi anche molto diversi rispetto a quelli con cui il pubblico potrebbe identificarci più facilmente.
Riccardo è un ricercatore, un perfezionista e un grande professionista, ma soprattutto è una persona che vive la musica con entusiasmo. Non ha mai avuto il desiderio di chiudersi in un mondo circoscritto: gli piace guardarsi intorno, esplorare e mettersi alla prova. Questo è un aspetto che ci accomuna molto. Insieme abbiamo lavorato anche a Crooner & Undercover, un progetto che ci ha permesso di confrontarci con un bellissimo mondo jazz italiano.
Con Cocktail Blue, invece, siamo tornati a un amore più antico, quello per la dance degli anni Ottanta e Novanta. È una musica che ci ha fatto sognare, ma che ci ha anche insegnato tanto dal punto di vista del lavoro in studio, della produzione e della costruzione di un brano. Tornarci oggi non significa riprodurre semplicemente un suono del passato: significa recuperare quell’entusiasmo e rileggerlo con la sensibilità e l’esperienza che abbiamo maturato nel frattempo.
Uno degli aspetti più interessanti del tuo percorso è proprio la capacità di cambiare pelle, passando dal soul al jazz, dalla musica brasiliana ai progetti natalizi, fino alla dance. Quanto hanno contribuito le esperienze lontane dal tuo repertorio più riconoscibile a costruire la tua credibilità artistica?
Credo che una parte importante della mia formazione sia arrivata dalla musica d’intrattenimento e dal piano bar, a partire dagli anni Ottanta. In quel contesto mi sono trovato a dover affrontare repertori molto diversi: i classici del jazz, quelli del soul, la musica italiana e le canzoni più attuali. Dovevo essere in grado di passare da un genere all’altro, adattarmi alle richieste e interpretare brani che non necessariamente avrei scelto in autonomia.
È stata una scuola impegnativa, che ha messo alla prova il mio carattere e la mia vocalità. All’inizio poteva capitare di cantare canzoni che non sentivo particolarmente vicine o che non avrei scelto spontaneamente. Con il tempo, però, ho imparato ad apprezzare anche questa dimensione, perché ho capito che da ogni esperienza si può ricavare qualcosa.
Oggi posso dire che, se mi trovo a cantare una canzone che inizialmente non sento mia, probabilmente finirà per appartenermi nel momento in cui la mia voce si appoggerà su di essa. L’interpretazione è anche questo: entrare in una musica, comprenderne il carattere e trovare il modo di renderla personale. Credo che la credibilità non dipenda soltanto dalla capacità di rimanere fedeli a un genere, ma anche dalla libertà di attraversarne diversi senza perdere la propria identità.
La tua voce è diventata un marchio riconoscibile, ma il percorso che racconti dimostra quanto sia importante anche il lavoro sul repertorio e sull’interpretazione. Che cosa cerchi oggi in una canzone per sentire che può offrirti qualcosa di nuovo?
Cerco innanzitutto qualcosa che mi stimoli, che mi faccia venire voglia di mettermi alla prova. Non credo esista una regola valida per tutte le canzoni: a volte è una melodia a colpirmi, altre volte è un’atmosfera, un ritmo o una particolare combinazione di elementi. In altri casi, è proprio il confronto con un linguaggio diverso dal mio a diventare interessante.
Dopo tanti anni, sarebbe facile affidarsi soltanto a ciò che si conosce e che ha già funzionato. Ma io continuo a trovare stimolante la possibilità di scoprire qualcosa che non avevo previsto. È importante anche ascoltare gli altri musicisti, capire come interpretano un’idea e lasciarsi sorprendere dalle loro intuizioni. La musica non è soltanto una questione di controllo: richiede anche la disponibilità a farsi guidare, a cambiare direzione e a riconoscere che un brano può portarti in un luogo che non avevi immaginato.
Questa apertura si ritrova anche dal vivo, dove il rapporto con la band e l’improvvisazione hanno un ruolo fondamentale. Come cambia una canzone quando la porti sul palco rispetto alla versione registrata in studio?
Il palco è un contesto in cui il rapporto con i musicisti diventa centrale. Nel soul e nel jazz, ma anche in molti altri linguaggi, conta moltissimo la capacità di ascoltarsi reciprocamente, di reagire a quello che succede e di costruire qualcosa insieme in quel preciso momento. La canzone non è più soltanto una composizione definita: diventa anche uno spazio nel quale l’interpretazione può respirare e trovare sfumature differenti.
Il lavoro in studio è fondamentale, perché permette di definire il suono, curare i dettagli e costruire l’identità del brano. Dal vivo, però, entra in gioco un’altra energia. Ci sono la risposta del pubblico, le intuizioni dei musicisti, il modo in cui una frase viene cantata quella sera e le possibilità che emergono dall’interazione. Una stessa canzone può quindi assumere colori diversi a seconda del contesto.
Sono aspetti che amo molto di questi generi musicali e che, secondo me, Two Entities riesce a valorizzare anche attraverso le collaborazioni. Il disco celebra il soul e il jazz non soltanto come repertori, ma come modi di intendere la musica: linguaggi vivi, nei quali l’ascolto e il dialogo hanno un’importanza decisiva.
A proposito di concerti, scegliere la scaletta deve essere particolarmente complicato per un artista con un repertorio così ampio. Come si decide quali canzoni portare sul palco, sapendo che inevitabilmente ne rimarranno fuori altre a cui sei molto legato?
La scaletta è uno degli aspetti che mi fanno soffrire di più! Ci sono tantissimi mondi che vorrei inserire, tanti brani che mi piacerebbe rappresentare e molte atmosfere che vorrei far vivere al pubblico. Il problema è che, a un certo punto, bisogna stabilire una durata e fare delle scelte.
Potremmo andare avanti per ore, ma non sarebbe possibile inserire tutto in ogni concerto. Bisogna trovare un equilibrio tra le canzoni che il pubblico si aspetta, i brani a cui sono particolarmente legato e le nuove direzioni che desidero esplorare. È importante anche costruire un percorso che abbia un senso, alternando energie, momenti più intimi e atmosfere differenti.
Poi c’è un aspetto molto concreto: il fisico. Quando fai decine di concerti in un anno, viaggi continuamente e ti esibisci in Paesi diversi, la stanchezza prima o poi presenta il conto. Superare le due ore sul palco, soprattutto dopo una lunga serie di appuntamenti, richiede energie importanti. Bisogna imparare a gestire anche questo, senza perdere il desiderio di dare il massimo. La scaletta rimane comunque una sfida continua, perché ogni concerto vorrei che raccontasse il maggior numero possibile di sfaccettature della mia musica.
Il 2026 è anche l’anno in cui celebri vent’anni da This Is What You Are e Handful of Soul. In un panorama musicale nel quale il mainstream tende spesso a privilegiare altri linguaggi, quanto è cambiato il tuo rapporto con il pubblico e con il riconoscimento del tuo lavoro?
In alcune occasioni ho sperato che il mio genere musicale potesse trovare più spazio, anche in radio e nel panorama mainstream. Mi è capitato di lamentarmi perché avrei voluto una maggiore attenzione verso un certo tipo di musica. Con il tempo, però, credo di aver raggiunto una forma di pace, perché ho imparato a capire meglio me stesso e quello che faccio.
A volte si è talmente concentrati su ciò che manca da non accorgersi di quello che si è già riusciti a costruire. Si pensa di dover ottenere qualcosa in più, senza rendersi conto di avere già molto. Oggi cerco di guardare al mio percorso anche da questa prospettiva, riconoscendo il valore del pubblico che mi segue, delle opportunità che ho avuto e della possibilità di continuare a fare musica.
Questo non significa rinunciare al desiderio di essere ascoltato o smettere di sperare che il proprio linguaggio trovi nuovi spazi. Significa, piuttosto, non misurare tutto esclusivamente attraverso la visibilità. Io continuo a lavorare, a registrare, a esibirmi e a cercare nuove strade. Sono un operaio della musica: è un modo di definirmi che sento molto vicino alla mia storia. Forse è anche un vantaggio, perché mi permette di restare concentrato sul lavoro e sulla possibilità di continuare a esprimermi.
Il tuo percorso dimostra che si può costruire una carriera internazionale senza essere necessariamente onnipresenti in televisione o nelle classifiche mainstream. Ti capita di sentire il bisogno di spiegare al pubblico che, anche quando non sei sotto i riflettori, continui a lavorare e a pubblicare musica?
Può capitare che qualcuno si chieda se canti ancora, semplicemente perché non mi vede in televisione o non mi ascolta frequentemente in radio. In realtà, continuo a lavorare sempre. Ci sono dischi, concerti, collaborazioni e progetti che magari non raggiungono la stessa visibilità di altri, ma che rappresentano una parte importante della mia attività.
Credo che questo faccia parte della mia storia e del tipo di percorso che ho costruito. Non so se sia meglio o peggio rispetto ad altre strade: è semplicemente il mio. Naturalmente, fa piacere quando la propria musica trova spazio e viene riconosciuta, ma ho imparato che il lavoro di un artista non può essere ridotto soltanto a ciò che appare maggiormente visibile.
Il pubblico che mi segue da anni sa che continuo a fare musica e che cerco di offrire progetti nei quali ci sia qualcosa da scoprire. Two Entities arriva proprio in questo momento: non come un’operazione celebrativa fine a se stessa, ma come un disco nuovo, con una propria identità, che dialoga con il percorso precedente e apre altre possibilità.
Dopo vent’anni di successi, collaborazioni e palchi internazionali, qual è l’aspetto della tua musica che oggi ti rende più orgoglioso?
Il fatto di essere ancora innamorato di questa musica. Mi diverte ancora, mi emoziona e, ogni tanto, mi riporta alla mia adolescenza. Quando sono in studio, quando registro o preparo un brano, mi capita ancora di ballare, saltare e gioire.
A volte mi guardo dall’esterno e vedo un ragazzo che continua a entusiasmarsi come un ragazzino. Credo che questa sia una delle chiavi fondamentali del mio rapporto con la musica: non aver perso la capacità di sorprendermi e di vivere con entusiasmo quello che faccio.
Dopo tanti anni, poter provare ancora questa gioia è qualcosa di cui sono davvero orgoglioso. La tecnica, l’esperienza e la consapevolezza sono importanti, ma non vorrei mai che prendessero il posto della curiosità e del divertimento. Se continuo a sentire quella scintilla quando entro in studio o salgo sul palco, significa che c’è ancora qualcosa da cercare, da imparare e da condividere.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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