Matthew Lee

Intervista a Matthew Lee che, ora impegnato nel tour From 20’s to 20’s – the piano odissey, ha pubblicato il video ufficiale del brano Burning Hopes”un medley tra “Burning Love” di Elvis Presley e “High Hopes” dei Panic! At The Disco.

Pianista, performer e showman di fama internazionale, ha costruito la sua identità musicale su un principio semplice ma potentissimo: abbattere i confini tra i generi. Dal rock’n’roll al blues, dal jazz al country, ogni sua esibizione diventa un viaggio nella storia della musica, reinterpretata attraverso il pianoforte come strumento centrale e narrativo.

Nato a Pesaro, si avvicina fin da bambino al mondo del rock grazie ai dischi del padre e ai grandi miti americani come Elvis Presley e Jerry Lee Lewis. La sua formazione al Conservatorio Rossini, però, si interrompe bruscamente: viene radiato per il suo stile “troppo esuberante”. Un episodio che, invece di frenarlo, diventa il punto di svolta della sua carriera.

Negli anni, Matthew Lee si è esibito in tutto il mondo, conquistando pubblico e critica fino a essere definito dalla stampa britannica “The Genius of Rock’n’Roll”. Oggi porta avanti una carriera internazionale fatta di live ad altissima energia, dove tecnica, spettacolo e contaminazione si fondono in un’unica esperienza.

Il suo nuovo progetto live, “From 20’s to 20’s – The Piano Odyssey”, rappresenta la sintesi più completa della sua visione artistica: un viaggio di oltre cento anni di musica, raccontato in una sola serata. Un percorso che non è solo concerto, ma vero e proprio racconto emotivo e culturale attraverso le epoche.

Accanto al tour, l’artista continua a sperimentare con nuovi linguaggi, come dimostra il singolo “Burning Hopes”, ulteriore tassello della sua ricerca tra passato e contemporaneità.

Intervista a Matthew Lee

Sei costantemente in tour: cosa rappresenta oggi per te il live rispetto alla produzione in studio e alla scrittura?
Il live è il mio punto di origine e, in un certo senso, il mio punto di arrivo continuo. Io sono nato con l’idea di suonare per le persone, non di chiudermi in uno studio a costruire un prodotto. Quando ero ragazzo non pensavo minimamente a scrivere canzoni: volevo stare sul palco, sentire il pubblico, avere una reazione immediata. Col tempo ho imparato anche a scrivere e a produrre, ma il live resta la mia verità più autentica. È lì che capisco davvero chi sono come musicista.

“From 20’s to 20’s – The Piano Odyssey” racconta oltre cento anni di musica in una sola serata: come si costruisce un progetto così complesso?
È stato un lavoro molto organico, nato insieme alla band e al management. Non volevamo fare una semplice scaletta di cover, ma costruire un vero percorso narrativo. L’idea è quella di attraversare epoche diverse come se fossero capitoli di un’unica storia: dagli anni ’20 fino alla musica contemporanea. Dentro ci sono swing, blues, rock’n’roll, pop, country e anche riferimenti alla musica classica. È un progetto che nasce da un’urgenza artistica precisa: raccontare la continuità della musica, non la sua frammentazione.

Il concetto di “odissea” è centrale nel titolo: che tipo di viaggio vuoi far vivere al pubblico?
È un viaggio dentro la memoria collettiva della musica, ma anche dentro la mia storia personale. Ogni brano che porto sul palco non è mai neutro: anche quando non è scritto da me, è una canzone che ha segnato un momento della mia vita. Il pianoforte diventa il mezzo attraverso cui rileggo tutto questo. L’idea è che lo spettatore non assista solo a un concerto, ma a un racconto emotivo in cui la musica diventa esperienza condivisa.

In questo spettacolo emerge l’idea che tutti i generi musicali siano collegati. È una tua convinzione profonda?
Sì, è qualcosa in cui credo profondamente. Spesso si tende a separare i generi come fossero mondi chiusi: il rock, il jazz, il soul, il country. In realtà sono tutti parte dello stesso flusso evolutivo. Il blues, per esempio, è alla base di moltissima musica moderna. Lo spettacolo serve proprio a rendere evidente questa connessione, non in modo teorico ma emotivo. Quando il pubblico lo vive dal vivo, capisce che non esistono barriere reali tra i generi.

Qual è stata la sfida più difficile nel condensare un secolo di musica in meno di due ore di spettacolo?
Più che una difficoltà, è stata una responsabilità. Il rischio era quello di semplificare troppo o di trasformare tutto in una carrellata senza senso. In realtà, essendo un percorso che ho già esplorato nel tempo, ho dovuto solo renderlo più coerente e strutturato. La vera sfida è stata dare un filo emotivo unico, in modo che ogni passaggio avesse una motivazione narrativa e non fosse solo una scelta musicale.

“Burning Hopes” è un mashup tra Elvis Presley e Panic! At The Disco: come nasce questa idea così particolare?
Nasce dal desiderio di mettere in dialogo due mondi apparentemente lontani. Da una parte Elvis, che rappresenta le mie radici, dall’altra una sensibilità più contemporanea come quella dei Panic! At The Disco. Quando abbiamo provato a unirli ci siamo accorti che funzionavano in modo quasi naturale, come se fossero sempre stati parte dello stesso brano. Questo mi ha confermato che la musica non ha epoche rigide: può sempre essere rielaborata.

Questo brano apre anche a una direzione country rock. È un linguaggio che senti vicino oggi?
Assolutamente sì. Negli ultimi anni ascolto quasi esclusivamente country moderno americano. Artisti come Eric Church, Brad Paisley o Blake Shelton sono fondamentali per me. È una musica che ha una grande forza narrativa e una sincerità molto diretta. In Italia è ancora poco diffusa, ma credo che stia arrivando anche qui. Per me è una direzione naturale, non una scelta strategica.

Dopo tanti anni di carriera internazionale, cosa ti rende più orgoglioso oggi?
Il fatto di essere rimasto coerente con me stesso. All’inizio non era semplice: venire da Pesaro con un linguaggio così diverso non era immediato da far capire. Ho dovuto dimostrare nel tempo che questa visione aveva senso. Oggi vedere che il pubblico mi segue in tanti Paesi diversi è la soddisfazione più grande.

Ti senti parte del cambiamento culturale della tua città?
Non amo attribuirmi meriti di questo tipo. Pesaro è cambiata molto per tanti fattori, anche istituzionali e culturali. Se il mio percorso ha contribuito anche solo in minima parte, ne sono felice, ma non mi sento un “capostipite”. Ho semplicemente fatto il mio lavoro.

Guardando avanti, qual è la tua direzione artistica?
Continuare a sperimentare senza paura di uscire dai confini. Per me la musica deve restare un terreno libero, dove si può mescolare tutto. Ogni progetto è un’occasione per reinventarsi, senza mai ripetersi davvero.

Queste le prossime date annunciate:

7 luglio –Piazza Risorgimento, Arzachena (Sassari)
30 luglio – Locarno Film Festival / La Rotonda – by la Mobiliare, Locarno (Svizzera)
12 agosto – Piano Lab 2026, Martina Franca (Taranto)
23 agosto – Lago Arvo, Lorica (Cosenza)

Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

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