Niccolò Fabi

Intervista a Niccolò Fabi, che nel giorno del suo compleanno ha pubblicato Libertà negli occhi, il suo decimo album di inediti, un progetto che sa di respiro profondo, di silenzio ascoltato, di tempo rallentato per ritrovare senso e direzione.

Il disco è frutto di una vera e propria residenza artistica: nove brani nati e registrati in una baita, tra paesaggi sospesi e pensieri in cerca di essenzialità. Qui il link per l’acquisto di una copia dell’album.

Con canzoni come L’Amore Capita, Acqua che scorre e Al cuore gentile, Fabi firma un’opera intima ma collettiva, poetica e concreta, che riflette sul presente con sguardo gentile e lucido. Il lavoro esce in due preziose versioni fisiche — vinile e CD+book in edizione limitata — corredate da testi, fotografie e uno scritto inedito dell’artista.

In questa intervista, Niccolò Fabi ci racconta la genesi di Libertà negli occhi, il senso profondo di questa nuova tappa del suo percorso umano e musicale, e l’urgenza di tornare a una forma di creazione che rispetti i tempi interiori, quelli in cui la musica diventa davvero necessaria.

Intervista a Niccolò Fabi

Niccolò, bentornato. Il tuo nuovo album ha un titolo molto evocativo: Libertà degli occhi. Cosa rappresenta oggi per te la parola “libertà” e cosa hai voluto comunicare con questa immagine così nitida?

La libertà è un concetto vastissimo, usato in ambiti molto diversi, da quello personale a quello, sociale, politico o filosofico. In questo disco, però, parlo di uno sguardo libero da sovrastrutture, puro, trasparente — tipico della giovinezza, dell’inizio del nostro percorso come esseri umani. È un modo di guardare il mondo senza filtri, che cerco di conservare e che ho voluto trasmettere anche nella musica.

Hai definito questo disco un regalo, un sogno, e una concessione al gioco. Quanto è stato importante registrarlo in una baita immersa nella natura?

Fondamentale. È stata un’esperienza di isolamento ma anche di coabitazione stretta con sette compagni di viaggio, pensavo ci avrebbe permesso di inserire nel disco quell’energia legata al senso di deresponsabilizzazione legata all’obiettivo. Lì abbiamo suonato insieme senza preoccuparci del risultato finale, senza dover “colpire un bersaglio”. Era solo gioia di fare musica, come quando sei giovane e suonare è solo gioco e libertà. Alcuni testi erano già stati scritti in precedenza, ma essendo alcuni racconti intimi e approfonditi, mi piaceva che lo spirito giocoso di noi riuniti in questa baita, trasparisse nel risultato finale. 

Hai detto che scrivere canzoni a 56 anni è come cercare di far entrare il mare in un bicchiere. Una frase molto significativa. Cosa intendi?

Più vivi, più hai da raccontare: esperienze, sfumature, nostalgie, paure… e spesso una canzone non basta a contenerle. Il bicchiere è la metafora della canzone, sono entrambi piccoli, non possono contenere tutto. Ecco perché ho cercato di completare ciò che magari mancava in alcune canzoni con la vivicità, laforza dello spirito, dell’atmosfera e con quel senso di libertà che permea il disco.

In Acqua che scorre racconti un viaggio che parte dal Big Bang e arriva a un uomo con la chitarra. Un’immagine potentissima. Come nasce questa visione ampia ma tuttavia intima?

Ho sempre cercato di mettere in comunicazione il microscopico con il macroscopico. L’artista osserva sia con il binocolo che con il microscopio. Spesso un dettaglio personale può raccontare qualcosa di universale, collettivo. In fondo, anch’io rappresento una sfumatura tra i miliardi di esseri umani nel mondo.

Custodi del fuoco ha il sapore di un manifesto generazionale. In che modo questa canzone dialoga con il presente e coi cambiamenti in atto?

“Custodi del fuoco” è un termine che non ho inventato io, ma che indica chi è responsabile della tradizione, della memoria collettiva. È inevitabile che si arrivi a un’età in cui si è portatori di queste storie e in dialettica con la modernità. Il rapporto tra adulti e giovani, tra tradizione e modernità, è sempre complesso, oscilliamo tra il voler essere al passo coi tempi e la nostalgia. La canzone prova a riflettere su tutto questo.

Casa di Gemma è una canzone delicata, tra ironia e malinconia. Hai sempre saputo bilanciare bene questi due elementi. Qual è il segreto?

Il segreto è trovarlo… o almeno mettersi nella condizione di cercarlo. Le occasioni della vita ti permettono di provarci. In quella canzone, per esempio, parlo del contrasto tra due età molto diverse unite da un legame affettivo. La giovinezza regala nuove visioni, ma ti ricorda anche quanto sei invecchiato. La scena della “cardiospirina al bar” nasce proprio da un’immagine reale, dal bar dove faccio colazione a Testaccio, circondato da signore che parlano di esami del sangue e medicine che dovranno prendere. È una realtà che conosco bene.

Uno dei fili conduttori del disco è il dialogo tra ciò che si perde e ciò che si conserva. Musicalmente parlando, c’è qualcosa che hai deciso consapevolmente di lasciare andare e qualcosa che invece hai voluto custodire?

Mi sono lasciato andare a quelle atmosfere musicali che preferisco anche da ascoltatore. Ogni brano ha dei riferimenti stilistici — magari non espliciti — che condivido con i musicisti con cui ho registrato il disco nella baita: Emma Nolde, Roberto Angelini, Alberto Bianco, Cesare Augusto Giorgini, Filippo Cornaglia… Da James Blake ai Radiohead, da Sufjan Stevens ai Sigur Rós. Tutti riferimenti che servono a mantenere viva una narrazione intima, ma mai soporifera.

In vista del tour, come convivranno questi nuovi brani con quelli del tuo repertorio passato?

Negli ultimi 10-15 anni credo ci sia una coerenza musicale. I brani più recenti sono compatibili tra loro, anche se variano nello stile. Alcuni brani degli anni ’90 invece faccio fatica a inserirli nei concerti perché non sento più un filo emotivo che li colleghi agli attuali. Non dico che siano più brutti, ma semplicemente oggi non li sento più miei. Quindi penso che i nuovi brani entreranno facilmente in scaletta.

Qui il calendario del tour e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

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