OPI 2026

Intervista a Opi che, dopo l’esperienza ad Amici, inaugura un nuovo capitolo della sua carriera con Borderline, il suo primo EP, un progetto che racconta senza filtri il suo universo musicale e umano. Sei brani in cui convivono punk rock, pop, chitarre energiche e testi profondamente autobiografici, frutto di un percorso iniziato ben prima del talent e maturato tra sacrifici, gavetta e tanta voglia di costruire un’identità autentica.

Lo abbiamo incontrato in un luogo dal forte valore simbolico: il garage di casa sua, dove tutto è cominciato. È qui che Simone Opini ha iniziato a scrivere le sue prime canzoni, quando ancora divideva il tempo tra il lavoro da meccanico e il sogno di vivere di musica. Nel corso della chiacchierata ci ha raccontato la nascita di Borderline, il significato dei singoli brani, il rapporto con Amici, la ricerca di un suono personale lontano dalle mode del momento, l’importanza della band e il desiderio di restare sempre fedele a sé stesso. Ne emerge il ritratto di un artista che non rincorre scorciatoie, ma preferisce costruire passo dopo passo il proprio percorso, con la convinzione che la sincerità sia ancora il valore più importante da trasmettere attraverso la musica.

Intervista a Opi, l’Ep d’esordio “Borderline”

Opi, ci troviamo in un posto davvero speciale per questa intervista. Perché hai scelto proprio il tuo garage?

Per me questo garage è un luogo sacro. Qui è iniziato tutto. È il posto dove lavoravo come meccanico, dove passavo le giornate a sistemare motori, ma anche dove ascoltavo continuamente musica e iniziavo a fantasticare sul mio futuro. È qui che ho capito di voler prendere sul serio questo sogno. Intorno ai vent’anni ho iniziato a mettere insieme i primi tasselli del progetto Opi e da allora sono nate le prime canzoni. Oggi tornarci con un EP pubblicato ha un significato enorme.

Quando nasce l’idea di Borderline?

È un progetto che porto dentro da tempo, anche se le canzoni sono tutte molto recenti. Nessuna ha più di un anno. L’idea è nata dopo il primo provino per Amici, quando non sono riuscito a entrare nella scuola. Quella delusione mi ha fatto capire che dovevo costruire un’identità ancora più forte, capire davvero chi fossi artisticamente. Ho iniziato a scrivere senza fermarmi e da lì è nato questo mondo fatto di punk rock, pop e tutte le influenze musicali con cui sono cresciuto.

Il suono dell’EP è molto riconoscibile: punk, rock, pop e melodie immediate convivono in maniera naturale. Come hai costruito questa identità sonora?

Ho sempre pensato prima di tutto alla musica che avrei voluto suonare io. Non ho mai scritto cercando di piacere agli altri o seguendo le tendenze. Volevo un suono che mi rappresentasse davvero. Molti pensano che il rock sia tutto uguale, ma basta ascoltare band diverse per capire quanto ogni gruppo abbia una propria identità. Ho cercato di fare la stessa cosa: partire dalle mie influenze, dai Guns N’ Roses agli Alter Bridge, passando per Ozzy Osbourne e tutto ciò che ascoltavo da ragazzo con mio padre, reinterpretandolo in una chiave più moderna.

In un periodo in cui molti artisti seguono le mode del momento, tu hai scelto una strada diversa. Quanto è difficile difendere la propria libertà artistica?

Sicuramente non è la strada più semplice. Ad Amici mi sono trovato spesso fuori dalla mia comfort zone. Non avevo mai studiato canto in maniera accademica e ho sempre vissuto la musica di pancia. Però rifarei tutto. Anzi, rifarei quella salita anche se fosse ancora più ripida, perché è proprio grazie a quelle difficoltà che ho trovato la mia personalità artistica. La scuola mi ha insegnato tantissimo, anche grazie ai professionisti con cui ho lavorato ogni giorno, e mi ha dato gli strumenti per crescere.

Quanto è stata importante la tua band nella costruzione di Borderline?

Tantissimo. Con Giovanni e Daniel abbiamo costruito il suono praticamente da zero. Non volevo un progetto nato in studio con produttori diversi ogni volta. Volevo una band vera, con cui condividere idee, arrangiamenti e concerti. Per me il live è fondamentale e questo EP nasce già pensando al palco.

“Harley Quinn” è uno dei brani più rappresentativi del disco. Perché hai scelto proprio Joker e Harley Quinn come metafora?

Sono cresciuto con i fumetti e con tutto quell’immaginario. Batman, Joker, Spider-Man… fanno parte della mia infanzia. Joker mi ha sempre affascinato perché spesso viene visto solo come un folle, mentre secondo me è un personaggio molto più complesso. Quando incontra Harley Quinn trova qualcuno che lo comprende davvero. È un po’ il sogno romantico di trovare la propria metà. Ho sempre avuto come esempio i miei genitori, insieme fin da giovanissimi, e credo che oggi quel tipo di amore sembri quasi diventato un sogno della mia generazione.

“Mezcal” è probabilmente il brano più diverso dell’EP. Che storia racconta?

È nato pensando a un luogo preciso: delle scale vicino a casa mia da cui si vede tutto il paese. Quando avevo bisogno di stare da solo andavo lì. Era il posto dove sfogavo la rabbia, dove sembrava che tutto andasse storto. “Mezcal” racconta proprio quei momenti in cui vorresti spaccare tutto ma, allo stesso tempo, trovi il modo di rialzarti.

“Scusa” è forse il pezzo più vulnerabile del progetto.

È una canzone speciale. L’abbiamo a Capodanno, partendo da un ritornello che avevamo lasciato nel cassetto mesi prima. Mi ha permesso di dire una parola semplice solo in apparenza: chiedere scusa è difficile, soprattutto quando non esiste una vera spiegazione. Io l’ho dedicata al mio migliore amico, ma nel tempo ci ho rivisto anche il rapporto con mio padre. È questo che amo della musica: una canzone cambia significato insieme alla tua vita.

Perché hai scelto di chiudere il disco con “Ora d’aria”?

Perché è il brano più intimo. Durante Amici il momento delle telefonate era davvero una sorta di “ora d’aria”. Sentire le persone che ami, anche solo per pochi minuti, diventava fondamentale. Io facevo quelle chiamate con il cappuccio in testa e le cuffie, quasi isolandomi dal resto del mondo. Ho voluto chiudere il disco proprio con quella fotografia di me.

Nei tuoi testi convivono rabbia, fragilità e speranza. Qual è l’aspetto della tua scrittura che senti più tuo?

Aver raccontato tutte le mie sfaccettature. Anche la copertina del disco rappresenta diverse personalità. Mi piace spaziare tra emozioni e sonorità differenti, proprio come faccio quando ascolto musica. Posso passare da Salmo ai Guns N’ Roses fino ad Annalisa. L’importante è restare sempre autentico. Non riuscirei mai a scrivere qualcosa che non sento davvero, anche se fosse quello che oggi funziona di più.

Che rapporto hai oggi con i social?

Li considero il mio miglior peggior amico. Fino a pochi anni fa praticamente non li usavo. Non mi piacevano le telecamere, le foto, gli shooting. Poi ho capito che sono uno strumento importante per comunicare con chi ti segue. Cerco comunque di usarli restando me stesso. Per me servono soprattutto ad accorciare le distanze con i fan.

Dopo l’instore tour, qual è la soddisfazione più bella che ti porti a casa?

Sentire le persone dirmi che nelle mie canzoni si ritrovano. Molti mi hanno raccontato che ascoltare Borderline è come fare un viaggio dentro tante personalità diverse. Se quello che avevo dentro è arrivato davvero agli altri, allora ho raggiunto il mio obiettivo.

Dove ti immagini tra un anno?

Più che ai traguardi penso al lavoro necessario per raggiungerli. Voglio continuare a studiare, scrivere e soprattutto suonare tantissimo con la mia band. Mi piacerebbe fare tanti concerti, crescere ancora e magari, un giorno, arrivare sul palco dell’Ariston con una canzone che rappresenti davvero chi sono. In questo periodo ho vissuto tantissime esperienze e adesso sento di avere di nuovo tanto da raccontare. Non vedo l’ora di tornare a scrivere.

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