Intervista a Valerio Scanu, che torna con uno dei progetti più personali della sua carriera, “Il mio Sanremo“.
Qui il link per l’acquisto di una copia fisica.
Non si tratta soltanto un album di reinterpretazioni dei grandi classici passati dal Festival, ma anche uno spettacolo che ripercorre il suo viaggio umano e artistico attraverso la musica che lo ha formato. Dalla vittoria all’Ariston nel 2010 al ritorno nel 2016, fino alla riscoperta di canzoni che hanno segnato la storia della musica italiana, il cantante sardo racconta come è nato il progetto, il lavoro sugli arrangiamenti moderni, il valore della tradizione, il rapporto con gli autori di oggi e la scelta di inserire l’inedito “A parte te”.
In questa intervista Scanu riflette anche sul presente della discografia, sul suo percorso di studio al Conservatorio e sulla continua voglia di mettersi in gioco, senza rinunciare alla propria identità artistica.
Intervista Valerio Scanu, il nuovo progetto “Il mio Sanremo”
Com’è nato il progetto “Il mio Sanremo”?
“Il mio Sanremo” nasce prima come spettacolo dal vivo e solo successivamente diventa anche un album. Come si è sviluppata questa idea?
In realtà tutto è nato dalla voglia di raccontare Sanremo in tournée, attraverso uno spettacolo da portare in giro per l’Italia. Mentre preparavamo il live abbiamo iniziato a realizzare nuovi arrangiamenti dei brani e a un certo punto ci siamo detti: “Perché non lasciare anche un ricordo discografico a chi segue il progetto e alla parte più affezionata del mio pubblico?”. Così è nata l’idea del disco. Non contiene tutte le canzoni dello spettacolo, perché sono davvero tante, ma raccoglie una selezione significativa di quel percorso.
Nel disco riesci a rendere contemporanei questi classici senza snaturarne l’identità. Era questo il tuo obiettivo?
Assolutamente sì. Sono una persona molto rispettosa quando si tratta di affrontare canzoni che hanno fatto la storia. Abbiamo fatto diversi tentativi, provando anche soluzioni più spinte, ma alla fine ho voluto dimostrare una cosa molto semplice: le grandi canzoni restano tali anche a sessant’anni di distanza. Se sono state scritte con il cuore, con competenza e con una forte ispirazione musicale, possono vivere perfettamente anche con una veste sonora più moderna. Non avevo bisogno di dimostrare qualcosa come interprete, volevo piuttosto confermare la straordinaria forza di queste composizioni.
Perché hai scelto di aprire il disco con “Spunta la luna dal monte”? È un brano simbolo della musica italiana e della Sardegna. Quanto è stato importante coinvolgere Maria Luisa Congiu?
È stato tutto molto naturale. Maria Luisa è prima di tutto un’amica, una cantante straordinaria che conosco da tanti anni. Quando ero agli inizi della carriera è stata una delle persone che più mi ha sostenuto, valorizzando anche il legame con la nostra terra. In questo progetto ci sono due duetti con lei: “Spunta la luna dal monte” e “No potho reposare”. Quest’ultimo non è un brano sanremese, proprio come “Fatti mandare dalla mamma”, ma ho voluto inserirli perché “Il mio Sanremo” è sì un omaggio al Festival, ma soprattutto alla grande musica italiana.
“Zingara” è il nuovo singolo. Che emozione è stata reinterpretare un capolavoro del Festival?
L’idea musicale degli arrangiamenti è di Francesco Lattore, che è il direttore musicale e artistico del progetto. Lui ha saputo trasformare in realtà quelle che erano le mie idee. Io non sono un produttore musicale e preferisco affidarmi a chi ha competenze specifiche. Per quanto riguarda l’interpretazione, è inevitabile emozionarsi. Questi brani hanno fatto la storia della musica italiana, ma anche la mia storia personale. Pensare che quando uscì “Zingara” mia madre era una bambina fa capire quanto queste canzoni attraversino le generazioni.
Che cosa rende immortale una canzone sanremese? Hai individuato un elemento comune nei grandi classici che hai reinterpretato?
Non credo esista una formula precisa. Sicuramente sono canzoni nate in un’epoca completamente diversa dalla nostra, quando non esisteva la digitalizzazione e il cuore era davvero il motore principale della scrittura. C’era voglia di sperimentare, di mettersi a nudo e di mettere la musica al centro. Anche i testi erano molto più universali: chiunque poteva riconoscersi in quelle storie. Forse oggi questa componente si è un po’ persa.
C’è una canzone che hai riscoperto durante la lavorazione del progetto?
Io vengo dal piano bar, dove ho cantato tantissima musica italiana, ma nessuno dei brani presenti in questo disco faceva parte del mio repertorio. Non avevo mai interpretato “E se domani”, non avevo mai cantato “Zingara”, né “Spunta la luna dal monte”. Sono tutte canzoni che ho scoperto davvero oggi, o meglio, che ho riscoperto con gli occhi e la sensibilità di un artista adulto.
Perché hai deciso di inserire l’inedito “A parte te”?
Ho voluto fare un regalo a chi segue il mio percorso. Nel formato digitale il disco contiene questa bonus track perché i fan, leggendo spesso i commenti sui social, continuavano a chiedermi quando sarebbe arrivato un nuovo inedito. Mi piaceva l’idea di collegare il racconto del passato con il presente. Durante lo spettacolo racconto il mio percorso attraverso Sanremo, ma alla fine torno sempre all’oggi. Oggi sono anche “A parte te”.
Nel corso della tua carriera hai lavorato con autori come Pierdavide Carone, Fabrizio Moro e Giuseppe Anastasi. Cosa deve avere oggi un brano per convincerti?
Cerco qualcosa che mi rappresenti in quel preciso momento della mia vita. Quando un autore mi chiede che tipo di brano vorrei ricevere, preferisco non dare indicazioni troppo precise. Mi piace lasciare carta bianca e farmi sorprendere. Voglio scoprire come un autore vede Valerio Scanu, non avere un vestito già confezionato.
Come vedi oggi la scuola cantautorale italiana?
Devo essere sincero: cerco di interessarmene il meno possibile perché vedo un mondo sempre più costruito, sempre più influenzato dalle logiche dell’intelligenza artificiale e della progettazione a tavolino. Non significa che non esistano più grandi autori, ma oggi è più difficile trovare quella spontaneità della vecchia scuola. Forse sono io a essere rimasto un po’ antico, ma continuo a credere nello studio. Per questo mi sono iscritto al Conservatorio, nel corso di canto pop.
Quanto conta oggi la progettualità artistica?
Oggi spesso si costruisce un progetto e solo dopo si decide chi metterci sopra. Più che un artista si cerca un personaggio. Io continuo a pensare che il percorso debba essere l’opposto: prima si lavora sull’artista, poi si costruisce il progetto che lo rappresenti davvero. So che il mercato oggi segue altre logiche, ma preferisco continuare a percorrere la mia strada.
Negli ultimi anni sei passato dalla musica al teatro, fino al Conservatorio. La curiosità continua a essere il motore della tua carriera?
Assolutamente sì. Mi piace studiare, sperimentare e mettermi continuamente in discussione. Il teatro, ad esempio, mi appassiona tantissimo, anche se è un settore molto complicato. Molti dei progetti che realizzo sono quasi folli e spesso li porto avanti praticamente da solo. Però è proprio questa continua ricerca che mi tiene vivo artisticamente e mi spinge a non fermarmi mai.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
📢 Segui iMusicFun su Google News:
Clicca sulla stellina ✩ da app e mobile o alla voce “Segui”
🔔 Non perderti le ultime notizie dal mondo della musica italiana e internazionale con le notifiche in tempo reale dai nostri canali Telegram e WhatsApp.
