ROSHELLE

Intervista a Roshelle, che ha pubblicato “Mangiami pure”, il suo primo album di inediti, con cui inaugura una nuova fase artistica fatta di consapevolezza, ricerca e libertà espressiva.

Dopo un lungo periodo di sperimentazione, la cantautrice costruisce un universo sonoro stratificato e visionario, dove convivono fragilità e forza, imperfezione e bellezza. Il disco, nato anche grazie alla direzione artistica di Tommaso Ottomano, si presenta come un viaggio emotivo e sensoriale che sfugge alle definizioni rigide.

Roshelle si mette in gioco completamente: abbandona il controllo, attraversa generi e stati d’animo, e trasforma le ombre in materia poetica. Il risultato è un’opera intensa, personale ma allo stesso tempo universale, capace di parlare a chi è disposto ad ascoltare davvero. In questa intervista, l’artista racconta il processo creativo, la metamorfosi interiore e il significato più profondo di un progetto che segna un punto di svolta nel suo percorso.

Intervista a Roshelle, il nuovo album “Mangiami pure”

Cosa rappresenta “Mangiami pure” nel tuo percorso artistico?

È un passo enorme verso la consapevolezza. Questo disco è la prova concreta di ciò che posso fare con la musica e anche il risultato di un lavoro corale importante. Ho passato anni a cercare le persone giuste con cui condividere questo viaggio, e oggi posso dire che questo progetto è anche un’ode a quegli incontri che rendono possibile trasformare un sogno in realtà. È un’ode all’esagerazione, alle ombre più che alla luce: ho voluto rendere magico anche ciò che è malinconico o tragico.

Hai parlato di metamorfosi: cosa è cambiato in te durante la lavorazione del disco?

Mi sarebbe piaciuto poterlo ascoltare con orecchie “nuove”, ma è impossibile essere davvero distaccata. Ho provato a prendermi del tempo, a stare in silenzio, e in parte ci sono riuscita. Ho scoperto che, nonostante i temi profondi, è anche un viaggio sonoro leggero. È un disco che invita a farsi domande, ma senza appesantire: ti accompagna dentro un’introspezione che può essere anche delicata.

Quanto è stato difficile lasciare il controllo per arrivare a questa libertà artistica?

Molto. Mettersi in discussione non è mai semplice, soprattutto quando ti aggrappi alle tue certezze per sentirti solida. Lavorare con Tommaso Ottomano mi ha spinto ad aprirmi, ad accettare anche ciò che inizialmente rifiutavo. In questi due anni ho fatto una ricerca profonda – musicale, cinematografica, letteraria – che ha ampliato il mio linguaggio e mi ha portata a scelte stilistiche più libere.

Il disco attraversa generi diversi: come hai trovato un equilibrio sonoro?

Abbiamo lasciato che fosse il tempo a fare il suo lavoro. C’era una certa urgenza di chiudere il progetto, ma proprio quella pressione ci ha aiutato a definire tutto con chiarezza. Le scelte sonore sono il risultato di uno scambio continuo con Tommaso: lui ha tirato fuori parti di me molto eleganti e ha dato spazio a una dimensione quasi cinematografica del suono. È come se tutte le anime coinvolte avessero creato un unico coro.

“Due passi nel blu della luna” apre il disco nella sua forma originale: quanto è importante per te l’imperfezione?

È fondamentale. Questo disco è anche un elogio all’imperfezione. Ho voluto catturare il momento esatto in cui nasce qualcosa, senza filtri. Quella registrazione è una fotografia autentica: imperfetta, ma piena di verità. Rifarla meglio tecnicamente avrebbe significato perdere quell’emozione.

In “Limbo” scrivi dal punto di vista di un uomo: cosa ti affascina di questo cambio di prospettiva?

L’empatia. Mi ha colpito profondamente la storia che mi è stata raccontata e ho sentito il bisogno di entrarci dentro. Forse perché riconosco anche in me una parte “carnefice”. Quando canto quel brano, mi trasformo davvero: è stato naturale dare voce a quella vulnerabilità.

“Io non so accettarlo” è una frase chiave del disco: quanto è difficile accettare la realtà?

È difficilissimo, e forse non voglio nemmeno farlo del tutto. Vivo molto attraverso il mio immaginario, attraverso il mio modo di percepire le emozioni. Forse sono “felicemente illusa”, ma è la mia natura. Sto cercando di diventare più razionale, ma senza perdere questa spinta creativa.

Dopo un disco così intimo, senti il bisogno di proteggerti o di esporti ancora di più?

Non lo so ancora. So però che continuerò a scrivere in modo sincero. È l’unica cosa che ha senso per me: raccontare ciò che sento davvero. Il futuro dipenderà da quello che vivrò, ma questa autenticità resterà la mia direzione.

Di cosa sei più orgogliosa oggi?

Del tempo e della dedizione che ho messo in ogni dettaglio. Ogni canzone è stata “faticata”, ma in senso positivo. Mi affeziono di più a ciò che costruisco con impegno. Questo disco è il risultato di uno sforzo consapevole, ed è per questo che lo sento così mio.

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