Intervista a Willie Peyote sul nuovo album “Anatomia di uno schianto prolungato“, 11 tracce tra cui spiccano le collaborazioni con Noemi e Brunori SAS. Qui il link per l’acquisto di una copia fisica.
Il nuovo progetto di Willie Peyote nasce in un momento di equilibrio raro nella sua traiettoria artistica, in cui scrittura, produzione e consapevolezza personale sembrano finalmente convergere nello stesso punto. È un disco che racconta una doppia tensione: da un lato la lettura lucida e critica del presente, tra crisi delle ideologie e trasformazioni sociali; dall’altro un piano più intimo, legato al tempo che passa e alla dimensione personale dell’artista.
La scelta più interessante è proprio la separazione dei piani narrativi, che permette ai brani di respirare senza sovrapporsi, rendendo il messaggio più diretto e leggibile.
Dentro questo equilibrio si muove anche una nuova sensibilità emotiva, meno filtrata dall’ironia e più esposta, come dimostra “Burrasca”.
Il lavoro musicale, costruito insieme a una band e a una produzione coesa, attraversa riferimenti anni ’90, funk e cantautorato contemporaneo senza mai scivolare nella nostalgia.
È un disco che vive di movimento, geografico e mentale, e che si apre e si chiude con una logica quasi cinematografica.
Un progetto che non cerca di dimostrare, ma di raccontare con naturalezza un passaggio di fase.
Intervista a Willie Peyote, il nuovo album “Anatomia di uno schianto prolungato”
Willie Peyote, cosa rappresenta per te questo progetto nel tuo percorso artistico?
Rappresenta un momento in cui mi sento finalmente nel posto giusto, soprattutto a livello produttivo e umano con le persone con cui lavoro. È un disco nato in modo molto naturale, quasi “da solo”, in tempi anche abbastanza rapidi. Ci siamo divertiti tanto a farlo e il risultato ci soddisfa. È uno di quei lavori che senti coerente con lo stato in cui ti trovi: non forzato, ma conseguenza diretta di un periodo positivo e fluido.
In questo disco convivono due piani molto chiari: uno più collettivo e “politico” e uno più personale e intimo, legato anche al tema del tempo che passa e dell’età. Quanto è stato importante separare questi livelli?
È stato abbastanza naturale, ma anche diverso rispetto ad altri miei dischi. In passato tendevo a mischiare tutto: personale e politico nello stesso flusso, e a volte il messaggio risultava meno chiaro. Qui invece abbiamo scelto di separare meglio le due dimensioni.
Da una parte ci sono pezzi più intimi come “Burrasca” o “Kodak”, dall’altra brani più diretti e schierati come “Luigi” o “In cerca di uno schianto”.
Alla fine però la chiave è che entrambe le cose parlano della stessa idea di “caduta”, interna ed esterna. E anche il tema dell’età lo vivo come una semplice constatazione, non come un dramma: i 40 anni li sto vivendo bene, ma me ne sto accorgendo.
Parliamo proprio di “Burrasca”. Hai sempre avuto uno sguardo ironico e tagliente sul presente, ma qui sembra che tu abbia abbassato le difese. È stata una scelta consapevole?
In realtà no, è stato tutto molto spontaneo. Solo dopo mi sono reso conto che è un tipo di brano che qualche anno fa non avrei scritto, o non avrei pubblicato.
È anche un segnale del mio cambiamento. L’ho scritto pensando a persone lontane, come le mie nipoti in Ecuador o una persona importante che vive in Cina. È un pezzo nato come un messaggio a distanza, con l’idea che bisogna dare speranza, soprattutto ai più piccoli.
Non è solo una canzone triste: è un tentativo di dire che, anche se il mondo è complicato, la speranza è qualcosa che va condivisa.
Questo cambio di tono può far emergere una versione più vulnerabile di te. Come pensi che il pubblico la percepirà?
Non lo so, ed è la parte interessante. Però la risposta a “Burrasca” è stata migliore di quanto ci aspettassimo: intensa, attenta, molto profonda.
Credo che si capisca da dove arriva il pezzo. Forse anche il pubblico si è accorto che mancavano certi “colori” nella mia scrittura, e ogni tanto è giusto aggiungerli. Le canzoni sono anche abbracci, non solo schiaffi.
Quanto ha influito il documentario dedicato a te e al tuo percorso artistico nella scrittura di questo disco?
Potrebbe aver influito più di quanto pensassi. Il documentario racconta lati di me più profondi e meno “difesi”, e forse questo ha avuto un effetto anche sulla scrittura.
Non è una cosa che avevo messo in conto, ma è possibile che le due cose si siano parlate, visto che disco e documentario sono stati realizzati nello stesso periodo.
Probabilmente mi ha aiutato a togliere qualche filtro e a scrivere in modo più libero.
Hai detto che oggi ti senti “nel posto giusto”. Significa anche più libertà espressiva?
Sì, credo di sì. In passato mi sono nascosto in alcuni lati perché pensavo fossero meno interessanti.
Oggi invece sento di poter mostrare anche le parti più dolci o fragili senza problemi. È una forma di libertà diversa: non dimostrare nulla, ma raccontare tutto.
C’è un elemento molto interessante nel collegamento tra documentario e disco, soprattutto con “In cerca di uno schianto” che chiude il film e apre l’album. È una scelta simbolica?
Sì, assolutamente. È stato fatto apposta per creare continuità ma anche separazione.
Sono due mondi collegati ma distinti: il documentario chiude un capitolo e il disco ne apre un altro.
È come un passaggio di scena, se fosse un film.
Anche geograficamente il disco sembra più “aperto” rispetto al passato, non solo centrato su Torino. È una scelta voluta?
Sì. Torino resta centrale perché è il punto di partenza, ma il disco racconta anche i movimenti: Roma, Milano, la Riviera Romagnola…
È un disco più itinerante, perché anche la mia vita lo è. Però il filo resta sempre quello.
Musicalmente c’è un grande lavoro di contaminazione, dagli anni ’90 al funk, fino a sonorità molto diverse tra loro. Come avete costruito questa coerenza?
Il punto è che non abbiamo cercato la coerenza a tavolino. Abbiamo scritto canzoni e poi le abbiamo unite.
Il collante è stato l’approccio naturale. Siamo tutti musicisti diversi ma con una base comune, e questo rende il suono eterogeneo ma riconoscibile.
E sì, gli anni ’90 sono un riferimento forte, ma non nostalgico: è un tributo filtrato dal presente.
Tra i brani, “Sapore di Marsiglia” sembra una delle punte più musicalmente particolari. Che cosa rappresenta per te?
È uno dei pezzi che mi diverte di più anche musicalmente. Ci sono riferimenti chiari al funk e a certe sonorità anni ’90, con echi alla musica di quel periodo.
È un brano che riassume bene il nostro modo di lavorare: libertà totale, ma dentro un’identità precisa.
Anche le collaborazioni sembrano avere un ruolo importante, come quella con Brunori Sas. Che cosa ha portato al pezzo?
Dario porta sempre una profondità particolare. È uno di quei musicisti che riesce a essere contemporaneo e leggero anche quando affronta temi complessi.
Avevo questo brano e sentivo che lui potesse dargli qualcosa che io non riuscivo a trovare da solo. E infatti ha funzionato perfettamente.
Chiudiamo con “Preferisco non sapere”, che conclude il disco. Perché proprio questa scelta?
È stato il pezzo che si è scelto da solo. Non è stato progettato come chiusura, ma lo è diventato naturalmente.
Sembra quasi un finale di film, come i titoli di coda. E quando succede così, capisci che è la posizione giusta.
Dopo questo disco arriva anche il tour e gli instore. Che rapporto hai oggi con il contatto diretto con il pubblico?
È fondamentale. Dopo il periodo del Covid ho capito quanto mi mancasse. Parlare con le persone mi aiuta a capire cosa arriva davvero delle canzoni, e a volte sono proprio gli altri a spiegarmi cosa ho scritto.
Non è solo un feedback: è una parte del senso stesso di quello che faccio.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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