Malamore

Intervista ai Malamore, che hanno pubblicato il 27 marzo il secondo album Le vite degli altri, caratterizzato per un suono più diretto e rock.

C’è un momento, nella vita di una band, in cui tutto cambia: il suono, lo sguardo, il modo di raccontarsi. Per i Malamore quel momento coincide con Le vite degli altri, il nuovo album in uscita il 27 marzo 2026. Un disco che segna una svolta netta rispetto al passato, abbandonando le atmosfere più intime del precedente lavoro per abbracciare una scrittura diretta, ruvida e senza filtri.

Nati in provincia di Lecce e cresciuti lontano dalle logiche dei grandi centri, i Malamore hanno costruito negli anni un’identità forte, fatta di alternative pop, rock e cantautorato. Con questo nuovo progetto, però, il trio compie un passo ulteriore: porta su disco l’energia del live e affronta temi universali come identità, famiglia e appartenenza.

“Le vite degli altri” è un titolo che racconta già tutto: osservare il mondo per raccontare sé stessi. Un album nato da un’urgenza emotiva, da un bisogno di verità, e diventato – traccia dopo traccia – un manifesto di libertà espressiva.

Prodotto da Francesco Gaudio per DIGA Records, l’album è distribuito da Artist First su tutte le piattaforme digitali e in formato CD.

Intervista ai Malamore, il nuovo album “Le vite degli altri”

“Le vite degli altri” segna un nuovo capitolo per i Malamore: cosa rappresenta questo album nel vostro percorso artistico?
Questo disco rappresenta una vera e propria fase di trasformazione. Se il nostro primo album era più introspettivo, quasi chiuso in una dimensione personale e riflessiva, Le vite degli altri è invece un lavoro che si apre verso l’esterno, ma con un’urgenza comunicativa molto più forte. Abbiamo sentito il bisogno di essere più diretti, meno filtrati, sia nei testi che nel suono. È un disco che non cerca di addolcire nulla: arriva dritto, a volte anche in modo scomodo, ma autentico. In questo senso, è una fotografia molto sincera di chi siamo oggi.

Questo cambiamento di suono e approccio è stato una scelta ragionata o una conseguenza naturale del vostro percorso?
Diremmo entrambe le cose, ma la spinta iniziale è stata assolutamente naturale. Non ci siamo mai seduti a tavolino dicendo “facciamo un disco più rock o più diretto”. Sono state le canzoni a chiederlo. I testi che stavamo scrivendo avevano un’urgenza diversa, più viscerale, e di conseguenza anche gli arrangiamenti hanno preso quella direzione. Poi, una volta capito che quella era la nostra verità in quel momento, è arrivata anche la consapevolezza: abbiamo scelto di seguire quella strada senza compromessi.

In questo lavoro si percepisce molto l’energia del live. Quanto ha influito l’esperienza sul palco?
Tantissimo. Negli anni abbiamo sempre vissuto una sorta di “doppia identità”: in studio eravamo più controllati, mentre dal vivo esplodevamo. Il pubblico ci ha aiutato a rendercene conto, facendoci notare quanto fosse diversa la percezione tra disco e concerto. Questo ci ha fatto riflettere: perché non portare quella stessa energia anche nelle registrazioni? Così abbiamo lavorato per ridurre quella distanza, cercando un suono più istintivo, più suonato, meno costruito.

Il titolo “Le vite degli altri” è molto evocativo: quanto c’è davvero degli altri e quanto invece di voi stessi?
In realtà è un equilibrio continuo. Siamo partiti osservando ciò che ci circonda: la società, le persone, i comportamenti. Ma nel momento in cui racconti qualcosa che accade fuori, inevitabilmente stai parlando anche di te. Ci siamo accorti che le storie degli altri erano uno specchio delle nostre. Quindi sì, il disco nasce come uno sguardo esterno, ma si trasforma presto in qualcosa di estremamente personale.

C’è stato un momento preciso in cui avete capito di aver trovato la direzione giusta?
È stato un percorso lungo e non sempre semplice. Venivamo da un periodo in cui avevamo tante idee ma non riuscivamo a trovare la chiave per farle emergere davvero. L’incontro con il produttore Francesco Gaudio è stato fondamentale: abbiamo lavorato molto anche a livello umano, scavando dentro di noi. Quando è arrivata quella “scintilla”, tutto si è sbloccato. Le canzoni sono nate in modo quasi spontaneo, una dopo l’altra, in poche settimane.

Come nasce oggi una canzone dei Malamore? È cambiato il vostro metodo di lavoro?
Il metodo di base è rimasto lo stesso, ed è qualcosa a cui siamo molto legati. Tutto parte spesso da un’idea chitarra e voce, da un’intuizione molto semplice. Poi quella bozza viene condivisa con la band e lì inizia il vero lavoro: smontiamo, ricostruiamo, proviamo, fino a trovare l’arrangiamento giusto. È un processo molto collettivo, fatto di confronto continuo, sia in sala prove che in studio.

Nel disco emerge molto il tema della famiglia. Come mai avete sentito il bisogno di raccontarlo?
R. Perché è qualcosa che ci riguarda da vicino, anche nel modo in cui viviamo la band. Noi ci definiamo una famiglia prima ancora che un gruppo. Raccontare figure come madre, padre o fratello significa parlare di radici, di responsabilità, ma anche di fragilità. Ci interessava mostrare non solo il lato ideale, ma anche le difficoltà, i conflitti, le contraddizioni che esistono in ogni nucleo familiare.

In un progetto collettivo come il vostro, quanto spazio c’è per l’individualità e per un “sano egoismo”?
C’è spazio ed è fondamentale che ci sia. Il sano egoismo non è qualcosa di negativo, anzi: è ciò che ti permette di capire chi sei davvero. Solo conoscendo te stesso puoi portare qualcosa di autentico all’interno del gruppo. L’importante è che questo equilibrio non si rompa, ma resti sempre al servizio del progetto comune.

“Rivoluzione Punk” è uno dei brani più forti del disco. Cosa significa per voi oggi essere “punk”?
Non lo intendiamo come genere musicale, ma come attitudine. Essere punk oggi significa avere il coraggio di non uniformarsi, di mantenere uno sguardo critico sulla realtà, di difendere la propria libertà di pensiero. È una risposta a un mondo che tende sempre più all’omologazione.

Siete rimasti legati alla vostra terra: quanto incide questa scelta sulla vostra musica?
Incide tantissimo. Vivere in provincia ci permette di avere uno sguardo diverso, meno condizionato. Qui i ritmi sono più lenti, più umani, e questo si riflette anche nella musica. Non sentiamo la pressione di dover seguire certe dinamiche e questo ci aiuta a restare fedeli a noi stessi.

Avete presentato il disco a Lecce: che valore ha questa scelta?
È una scelta molto importante per noi. Le Officine Cantelmo rappresentano uno dei pochi spazi rimasti dove si può ancora suonare musica originale. Tornare lì per presentare il disco significa chiudere un cerchio, restituire qualcosa al luogo da cui siamo partiti.

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