Intervista a Brando Madonia, che il 20 marzo scorso ha pubblicato il nuovo album “Arrivederci Paranoia”, che parla del desiderio quasi irraggiungibile di una vita normale.
C’è un punto preciso in cui la scrittura smette di essere solo racconto e diventa necessità. È lì che si colloca Arrivederci Paranoia, il nuovo album di Brando Madonia: un lavoro che non cerca risposte definitive, ma prova a mettere ordine nel rumore di fondo di una generazione sospesa tra pressione digitale e bisogno di autenticità.
Registrato e prodotto in totale indipendenza insieme al fratello, il disco rappresenta una presa di posizione chiara: tornare alla musica come spazio intimo, fisico, quasi artigianale. Un progetto coeso ma stratificato, dove convivono archi e sintetizzatori, memoria e presente, istinto e costruzione.
Madonia costruisce un universo sonoro che rifiuta sia la nostalgia sterile sia l’omologazione contemporanea, cercando un equilibrio personale tra analogico e digitale. Ne emerge un racconto emotivo che attraversa inquietudine, desiderio e disillusione, senza mai perdere tensione poetica.
In questa intervista, l’artista entra nel dettaglio del processo creativo, svelando struttura, suoni e significati delle tracce.
Intervista a Brando Madonia, il nuovo album “Arrivederci Paranoia”
“Arrivederci Paranoia” rappresenta un punto di svolta nel tuo percorso: in che modo questo disco ridefinisce la tua identità artistica?
Più che una svolta netta, lo vedo come una presa di coscienza. È il mio secondo album da solista, quindi arriva in un momento in cui alcune cose sono già state dette, ma molte altre avevano bisogno di essere chiarite. La differenza sostanziale è il livello di controllo: qui ho seguito tutto il processo creativo, dalla scrittura alla produzione, insieme a mio fratello. Questo mi ha permesso di eliminare filtri e mediazioni, e di restituire qualcosa di estremamente diretto. È un disco che non cerca di piacere a tutti, ma che prova a essere il più possibile aderente a quello che sono oggi, nel bene e nel limite.
Il disco appare estremamente coeso, ma al suo interno si percepiscono più livelli narrativi ed emotivi. Come hai lavorato su questa stratificazione?
La coesione nasce dal fatto che tutto parte da un’urgenza comune, da uno stato emotivo preciso. Però non volevo un disco monocorde. Ho cercato di costruire un percorso che avesse delle variazioni, delle aperture, anche delle contraddizioni. La stratificazione è arrivata quasi naturalmente, lavorando sui suoni ma anche sulle immagini nei testi. Ogni brano è come una prospettiva diversa sullo stesso tema: la difficoltà di orientarsi in un presente che cambia troppo velocemente.
Il titolo è molto significativo: “Arrivederci Paranoia” suggerisce una sospensione più che una chiusura.
Esatto. Non volevo un titolo definitivo, non è un “addio”. La paranoia, intesa come insieme di paure, pressioni, insicurezze, fa parte di noi e del nostro tempo. Però sentivo il bisogno di prenderne le distanze, almeno temporaneamente. È come dire: fermiamoci un attimo, respiriamo, osserviamo da fuori. È un gesto piccolo, ma necessario.
Nei tuoi testi emerge una perdita di certezze molto contemporanea. Quanto incide il contesto sociale nella tua scrittura?
Tantissimo. Anche quando scrivo qualcosa di personale, in realtà sto parlando di qualcosa che percepisco intorno a me. C’è una fragilità diffusa, una mancanza di punti di riferimento. Le certezze che magari avevamo qualche anno fa oggi sembrano meno solide. Questo inevitabilmente entra nei testi, ma senza voler fare un discorso generazionale esplicito: è più una sensazione che attraversa tutto il disco.
Dal punto di vista sonoro, il disco tiene insieme analogico e digitale senza cadere né nella nostalgia né nell’omologazione. Come hai trovato questo equilibrio?
È stato un lavoro molto legato agli ascolti. Io vengo da una formazione molto “analogica”, ma vivo in un presente digitale. Non volevo scegliere tra le due cose. Ho cercato di farle convivere, prendendo il calore e la profondità di certi suoni del passato e affiancandoli a elementi più contemporanei. Non è un’operazione teorica: è qualcosa che mi rappresenta davvero.
Si percepisce una forte componente istintiva nella scrittura. Come convivono istinto e costruzione?
L’istinto è sempre il punto di partenza. Un brano nasce quasi sempre in modo spontaneo: una frase, un giro armonico, un suono. Poi però c’è una fase più razionale, in cui costruisci, togli, selezioni. In questo disco ho cercato di mantenere intatta l’energia iniziale, senza “pulirla” troppo.
Gli archi hanno un ruolo centrale. Che tipo di funzione svolgono all’interno del disco?
Sono un elemento identitario. Volevo che fossero presenti in modo ricorrente, quasi come una voce parallela. Non sono solo un arricchimento, ma contribuiscono a definire il mood generale. A volte accompagnano, altre volte creano tensione.
“Sento troppe voci” apre il disco con un senso di saturazione molto forte.
Sì, è una sorta di manifesto. Quelle “voci” sono tutte le pressioni che arrivano dall’esterno e dall’interno: social, lavoro, aspettative. È una condizione in cui credo molti si riconoscano. Il brano nasce proprio dall’esigenza di fare silenzio, di sottrarsi a quel rumore.
“Ogni volta” introduce invece una dimensione più nostalgica e melodica.
È il brano più legato alle mie radici musicali. Ha una struttura e un suono che guardano al passato, ma senza essere nostalgici in senso stretto. È più un modo per recuperare un certo tipo di sensibilità melodica.
“Laika” gioca con il concetto di realtà alternativa.
Mi interessava lavorare sul “what if”, su tutto quello che non è successo. È un tema che ritorna spesso nelle nostre vite: le scelte non fatte, le strade non percorse. Ho cercato di trattarlo con un tono anche ironico.
“Cosmonauta” affronta il rapporto con l’algoritmo e la contemporaneità.
È probabilmente il brano più esplicitamente legato al presente. Viviamo in un sistema in cui i numeri sembrano determinare il valore delle cose. Non è una critica totale, ma un invito a non perdere il controllo.
Gli interludi spezzano la narrazione. Sono pensati come pause o come parte attiva del racconto?
Entrambe le cose. Servono a creare respiro, ma anche a cambiare prospettiva. Sono momenti in cui l’ascoltatore può fermarsi prima di entrare in un’altra dimensione del disco.
La chiusura con “Ragazza neve” è molto evocativa, quasi cinematografica.
Volevo una chiusura che non fosse definitiva, ma sospesa. La lunga coda strumentale va in quella direzione. C’è anche un piccolo omaggio ai The Beatles, che per me restano un riferimento assoluto in termini di costruzione del suono.
Che tipo di ascolto ti auguri per questo disco?
Non ho un’idea rigida. Mi piacerebbe che venisse ascoltato tutto, dall’inizio alla fine, ma so che oggi è più difficile. L’importante è che qualcuno entri in contatto con le canzoni, anche solo con una.
Quanto sarà centrale la dimensione live?
R. Fondamentale. Il live è il momento in cui tutto si concretizza davvero. È uno spazio reale, fisico, che il digitale non può sostituire. Ed è lì che le canzoni trovano un’altra vita.

Speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali. In vent’anni ha realizzato oltre 8.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia” e nel 2205 “Ride bene chi ride ultimo”
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