Dopo qualche anno difficile (culminato con la mancata finale del 2021), l’Australia prova a tornare nella Top Ten dell’Eurovision con i Voyager, navigato gruppo che porta sul palco di Liverpool il brano Promise.
Intervista ai Voyager, rappresentanti dell’Australia all’Eurovision 2023
Cominciamo parlando di “Promise”, il vostro brano, com’è nato?
L’abbiamo costruito appositamente per l’Eurovision. L’anno scorso con “Dreamer” siamo arrivati alla selezione nazionale e ci siamo andati vicino. Quindi abbiamo deciso che quest’anno dovevamo avere la canzone giusta per riprovare. Ci è venuto subito il beat e ci siamo detti, è quello giusto. Volevamo impostarla come insegna l’Eurovision, parte un po’ cupa, poi cresce, addirittura diventa metal, è un viaggio tra generi e misteri. Volevamo essere sicuri che lo staging fosse perfetto per il contest, dovevamo mostrare tutto quello che abbiamo, melodia, forza, dramma, anche un momento di calma e la gloria finale.
E l’automobile…
Si, l’auto! Certo! È lo stesso modello che possiedo io. Ci serviva qualcosa, un veicolo per concretizzare l’idea del viaggio da casa verso il mondo esterno, perché non un’auto? Ovviamente non potevamo portarla dall’Australia, ma abbiamo cercato qualcuno qui che avesse lo stesso modello per poterla portare sul palco, ed è grandioso! È bello essere nella mia auto sul palco!
Sin dalla prima partecipazione dell’Australia state cercando di raggiungere la vittoria dell’Eurovision, da dove arriva questo costante desiderio?
Io ci sono cresciuto, mi ha seguito per tutta la vita. È da circa 20 anni che lo seguiamo seriamente, è un sogno. Quale artista che vede quel palco non desidera salirci? Non importa da che paese provieni, cosa fai, lo vedi e ti dici, voglio essere su quel palco. È un sogno che diventa realtà, è incredibile. Sto vivendo il sogno di una vita!
Al di fuori dell’Eurovision, avete una lunga carriera alle spalle. Questa esperienza cosa può aggiungervi?
Molto. Essere una band di esperienza, soprattutto live, è molto importante, abbiamo 7 album all’attivo, abbiamo suonato in tutto il mondo, siamo stati anche in Italia qualche volta. Che pubblico folle a Milano l’anno scorso, incredibile! Quest’esperienza ti aiuta a gestire meglio lo stress, ti aiuta a saper gestire il palco, a capire chi sei sul palco, ad interagire con gli altri e col pubblico. La cosa insidiosa qui non è il pubblico in sala, quanto quello a casa ed interagire con entrambi è la sfida dell’Eurovision. Pensare ad artisti come Victor Vernicos che ha solo 16 anni su quel palco… Io non ce l’avrei fatta onestamente. Con l’esperienza riesci ad esserne più entusiasta, a dire Sì, ce l’ho fatta!
Pensi che il successo internazionale avuto dai Maneskin, o da Rosa Linn, dopo l’Eurovision possa aver cambiato la percezione che si ha del contest?
Sicuramente. Prima l’Eurovision non veniva preso seriamente per diverse ragioni, si pensava fosse kitch. Io penso sia un grande show, una volta che inizi a guardarlo ti cattura. Una volta sentiti i Maneskin o Rosa Linn, ti chiedi cos’hanno fatto e scopri la stessa carriera che hanno fatto Celine Dion e gli Abba e quindi vieni risucchiato nel mondo eurovisivo. E una volta che sei dentro, è finita, non ne puoi più uscire!
Siamo nella città di un altro gruppo che ha cambiato la storia…
Si, i Frankie goes to Hollywood, certo!
Anche! E ovviamente i Beatles. Cosa rappresentano per te?
Probabilmente mi hanno segnato di più i Frankie goes to Hollywood! Quei suoni di sintetizzatori anni 80, il modo di usarli, sono più vicini al mio essere. Che posso mai dire dei Beatles? Hanno messo le fondamenta per la musica moderna, c’è la classica, la musica romantica, la contemporanea e poi ci sono i Beatles da cui è partito tutto il resto. Sono la base per molto di ciò che possiamo vedere anche all’Eurovision di quest’anno ed è tutto molto eccitante.
Sei anche stato nel nostro paese, cosa conosci dell’Italia?
A. L’adoro, sono cresciuto con Celentano, il vero sound italiano è stupendo. Abbiamo suonato diverse volte in Italia, a Milano, a Roma. Siamo stati in tour negli Stati Uniti con una band italiana, i Rhapsody of Fire. Non vediamo l’ora di tornare e suonare nel vostro paese!
Quanto sono importanti i social media per condividere la vostra musica?
È sempre più importante per gli artisti, negli anni 80 preparavi il disco, poi giravi in jet privato per le interviste, ora devi anche mostrare te stesso sui social ed è molto importante. A volte purtroppo diventano anche più importanti della musica ed è triste, mi piacerebbe che a volte fosse più importante la musica del resto, ma se riesci ad attirare il pubblico, e farti conoscere, il passo successivo è la musica e sicuramente il pubblico vorrà esplorarla.
Quali sono i vostri progetti dopo l’Eurovision?
Tra circa un mese esce il nostro nuovo album, ci sarà un nuovo singolo. Faremo un tour in Australia, in Europa ad ottobre. Anche dopo che la bolla eurovisiva si chiuderà, se ne aprirà un’altra dove mostreremo chi siamo dal vivo, speriamo ad un livello più alto. Non vediamo l’ora di incontrarvi in giro per l’Europa quando torneremo in ottobre e speriamo che il nostro nuovo album vi piaccia.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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