Inigo

Brandon Lee (Maionese Project / Interbeat) è il nuovo singolo del cantautore pugliese Inigo, scritto dallo stesso artista con la produzione artistica di Fausto De Bellis.

«”Brandon Lee” è uno spaccato di usi, culti e costumi della seconda metà degli anni ’90, che fanno da sfondo alle vicissitudini personali di un me poco più che quindicenne all’epoca dei fatti. Una carrellata di flashback proiettati su una VHS che raccontano un periodo storico controverso, dapprima bistrattato, poi rivalutato, amato e decantato a distanza di vent’anni”.»

Queste le parole dell’artista, diplomato come autore e compositore al CET di Mogol.

Il Festivalbar, i Verve, i primi cellulari su cui si messaggiava di nascosto con la persona che faceva battere il cuore, e nel titolo l’omaggio al giovane attore scomparso ventotto anni fa: Brandon Lee è un brano che porta con sé riferimenti e ricordi della generazione che ha vissuto gli anni ’90.

Il brano è accompagnato da un videoclip ideato e interpretato da Ilaria And con la regia di Tommaso Trombetta. Immagini che rimandano immediatamente lo spettatore a quel periodo, strizzando l’occhio alle scene memorabili delle clip di grandi hit come Torn, Ironic o Bitter Sweet Symphony.

Le immagini fanno da sfondo perfetto all’intensa ballata indie-pop di Inigo, che guarda con nostalgia a quella fase della vita in cui erano l’incoscienza, la spensieratezza e l’entusiasmo a guidare ogni scelta.

Intervista a Inigo

Brandon Lee” è un inno agli anni ’90, ancora loro che ritornano prepotentemente, direi “evergreen”. Cosa ti ha spinto a scrivere di quegli anni?

In un giorno qualunque ho aperto l’armadio e ho ritrovato il mio impermeabile di pelle (come Brandon Lee…), e da lì è partita una carrellata di flashback nella testa: ho sentito l’impulso immediato di racchiuderli in una canzone.

Una ballad in pure stile Indie/Pop se me lo permetti. Inigo dove si colloca nel panorama musicale in termini di stili?

Dovermi collocare a tutti i costi è una cosa che non mi piace. Chi scrive quello che canta è sempre stato un cantautore: negli anni ’70 però il termine sottintendeva un impegno politico, negli anni ’90 potevi essere un cantautore e fare musica pop o rock, in questi anni la figura del cantautore è incasellata all’interno del cosiddetto “indie”, quindi se proprio devo mi definisco un cantautore indipendente.

Tra i tanti personaggi dell’epoca hai scelto proprio Brandon, forse Inigo si rivede in qualche modo in quel personaggio enigmatico e controverso? Come mai? 

Il personaggio interpretato da Brandon Lee nel film Il corvo (sul set del quale, ha purtroppo perso la vita) ha esercitato su di me un certo fascino in quegli anni, l’adolescenza poi è l’età dell’emulazione ed io in quegli anni mi rivedevo o quantomeno mi piaceva l’idea di rivedermi in quel personaggio oscuro ed enigmatico tornato dal regno dei morti per farsi giustizia da solo. 

Inigo scrive le sue canzoni, quindi per definizione sei un cantautore. Da dove e come nasce la passione per la scrittura e quindi per la musica? 

È nata un bel po’ di anni fa dall’esigenza di sfogarmi in qualche modo e alla fine credo funzioni così un po’ per tutti quelli che scrivono canzoni. Il punto d’arrivo paradossalmente

secondo me dovrebbe essere quello di mantenere intatta negli anni quella esigenza senza dover ricorrere prima o poi, perché il mercato lo richiede, a scrivere canzoni a tavolino.

Inigo

Dopo molte soddisfazioni in questi ultimi anni, inizi una nuova avventura con una nuova etichetta, Matilde Dischi, quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

In realtà l’avventura con Matilde è partita sul finire del 2019 con Lucio e la pandemia sicuramente non ha aiutato, rallentando il flusso delle nuove uscite. Negli ultimi due anni ho tirato comunque fuori 5 singoli e mi piacerebbe metterli insieme in un disco: l’obiettivo, pandemie permettendo, è quello, e cioè un disco nuovo nel 2022.

Dagli inizi della tua carriera ad oggi si denota un cambio di tendenza, meno elettrico e più acustico. Maturità artistica o semplicemente un allineamento con il mondo cosiddetto Indie?

No, non si tratta di allineamento, semplicemente passare da una rock band ad un progetto solista mi ha dato modo di provare a creare intorno alle parole che scrivevo un mondo più simile a come me lo ero immaginato. In quel momento avevo bisogno di “spogliare” le canzoni, ma questo non vuol dire che domani io non possa rifare un disco rock! La musica è un flusso, e i flussi in quanto tali vanno lasciati andare.   

C’è secondo te, qualcosa di positivo nel fare musica in questi ultimi anni?

L’aspetto più positivo rappresenta allo stesso tempo la più grande illusione, secondo me, e mi riferisco al fatto che oggi basta pochissimo per pubblicare musica e farla arrivare potenzialmente a migliaia di persone. Il problema è però il raggiungimento del secondo step, quello della reale notorietà, che per il 90% di quelli che fanno musica è purtroppo destinato a rimanere, appunto, un’illusione.

Nell’ambiente musicale, in genere, c’è qualcosa che non sopporti e che cambieresti?

Cambierei troppe cose e come disse il saggio: in quel caso faresti prima a cambiare te stesso.