È fuori dallo scorso 1° settembre Moonlanded, il nuovo progetto discografico di Alice Bisi, in arte Birthh, cantautrice toscana trasferitasi a New York per coltivare il suo sogno americano. L’album, prodotto con London O’Connor per Carosello Records, è un progetto intimo e caleidoscopico, pieno di luci e sfumature che determinano gli stati d’animo dell’artista attraverso le sue esperienze di vita. Un racconto fedele quanto introspettivo di Birthh, una giovane donna capace di ritrovare il suo spirito italiano attraverso il suo animo cosmopolita.
Intervista a Birthh, il nuovo album “Moonlanded”
Quale spirito e quale approccio hanno mosso la lavorazione di questo album?
«Il modo in cui vedo la musica è un’estensione della vita di tutti i giorni. Da qualche anno abito a Brooklyn, ma sono nata e cresciuta in Italia. Mi sono trasferita qui per sbaglio, in realtà. Inizialmente ero venuta per esibirmi in un concerto il 4 marzo 2020, poi sono rimasta bloccata a causa della Pandemia. Successivamente mi sono innamorata e ho cominciato a trovarmi bene, così ho deciso di restare a New York. Questo disco è stata la mia terapia, specie nei periodi più difficili. Chiaramente la lontananza si è fatta sentire, mi sono mancati il mio Paese e dalla mia famiglia. Devo ammettere però che fare musica qui è stato completamente diverso, anche grazie al sostegno che viene dato alla creatività e all’andare fuori dagli schemi. “Moonlanded” è questo: il mio percorso all’interno dei miei vent’anni in momento di vita di grande e profondo cambiamento».
Il destino ha in qualche modo scelto per te?
«Inizialmente sì, spostarsi a vivere negli Stati Uniti non è semplice, tra Green card e i costi proibitivi. Economicamente parlando, al momento New York è la città più costosa al mondo. È stata una scelta che si è sviluppata nei mesi della Pandemia, per poi diventare concreta nel portarsi del tempo».
A cosa si deve la scelta del titolo?
«Sono sempre stata affascinata dallo spazio e dalla scienza, penso che i meandri della nostra mente siano molto simili a ciò che c’è al di fuori del nostro Pianeta. Non è tanto la luna in sé, ma il modo in cui ne parlo e quello che rappresenta per me. In questo caso, il satellite non è altro che la metafora della mia scelta di vita, del mio trasferimento a New York alla fine. L’atterrare qui è stato un po’ come trovare il mio spazio nel mondo, oltre che me stessa. Le tracce non sono altro che un viaggio nei miei stati d’animo e nella varie sensazioni che mi hanno portata a trovare alcune risposte alle tante domande che mi sono sempre posta».
La chitarra è uno strumento preponderante in questo disco, oltre che nella musica di Birthh in generale. Cosa ti lega così tanto a quelle sei corde?
«All’età di sei anni mi è capitato di vedere “School of rock”, un film abbastanza iconico con Jack Black e che mi ha cambiato la vita. Anche se ero molto piccola, da lì è partita la scintilla, anche se inizialmente volevo fare la batterista, ma i miei genitori propendevano più per farmi prendere lezioni di chitarra. Nel frattempo, nello stesso periodo uscì “Put your records song” di Corinne Bailey Rae, con un riff di chitarra pazzesco. Tutt’ora resta una delle mie canzoni preferite. L’insieme di queste congiunzioni, portarono al mio avvicinamento alle sei corsi. Oggi come oggi, anche se suono altri strumenti, mi affascina la struttura circolare della chitarra, forse meno diretta rispetto al piano. Personalmente sono un’amante della chitarra classica, mi piace il suono che produce».
Qual è il tuo pensiero sul Festival di Sanremo? Quello dell’Ariston è un palco che ti piacerebbe poter calcare in futuro?
«Ho guardato Sanremo con lo scorso anno con dei miei amici americani ed è stato divertente assistere in dal vivo alle loro reaction. La mia percezione sul Festival è di una rassegna che ha alle sue spalle una storia pazzesca e, nonostante il mio scrivere e cantare in inglese, mi ritengo una super fan della musica italiana soprattutto degli anni Sessanta e Sattanta. Trovo che sia un palco molto importante per un artista. In un momento ricco di musica campionata e computerizzata, ora più che mai abbiamo bisogno di dare valore alla musica suonata ed avere un’orchestra a propria disposizione è il sogno di qualsiasi musicista».
Un requisito fondamentale per partecipare a Sanremo è l’italiano e tu finora hai proposto brani in inglese. Come descriveresti il tuo rapporto con la scrittura nella tua madrelingua?
«Prima di trasferirmi qui, l’Italia e la lingua italiana forse mi stavano un po’ stretti. Da lontano, invece, uno spazio e un’apertura diversa, per cui scrivere in italiano è un qualcosa che mi interessa. Non necessariamente come unica lingua, ma penso che in questo periodo storico ci si possa permettere di non scegliere un unico codice con cui esprimersi. Sì, alla fine, mi sono fatta troppe paranoie su questo tema, ma se è una canzone è valida lo è a prescindere dalla lingua. La mia intenzione è quella di scrivere bei pezzi, se vengono fuori in italiano o in inglese non fa alcuna differenza».
Videointervista a Birthh. Il nuovo album “Moonlanded”
Nato a Milano nel 1986, è un giornalista attivo in ambito musicale. Attraverso il suo impegno professionale, tra interviste e recensioni, pone sempre al centro della sua narrazione la passione per la buona musica, per la scrittura e per l’arte di raccontare. È autore del libro “Sanremo il Festival – Dall’Italia del boom al rock dei Måneskin” (edito D’idee), impreziosito dalla prefazione di Amadeus. Insieme a Marco Rettani ha scritto “Canzoni nel cassetto”, pubblicato da Volo Libero e vincitore del Premio letterario Gianni Ravera 2023.
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