Francesco Guccini Canzoni da intorto

Il mondo della musica piange Francesco Guccini, scomparso a 86 anni. Da Vasco Rossi a Ligabue, passando per il Club Tenco: scopri i ricordi, le reazioni e le parole degli artisti per l’addio al Maestrone del cantautorato italiano.

La notizia della morte di Francesco Guccini, spentosi oggi all’età di 86 anni, ha calato un velo di profonda tristezza sull’intero panorama culturale e musicale italiano. Non se ne va soltanto un cantautore, ma un vero e proprio pilastro della nostra memoria collettiva, un intellettuale capace di raccontare le trasformazioni della società con la lente della poesia, dell’ironia e di una disarmante umanità. Dal liscio delle balere emiliane alle ballate folk di respiro internazionale, il “Maestrone” ha tracciato una rotta inconfondibile, elevando la canzone popolare a forma di alta letteratura.

Oggi, l’Italia intera si scopre orfana della sua voce ruvida e sincera, capace di fare da colonna sonora a decine di generazioni. Appresa la notizia, colleghi di una vita, allievi ideali, istituzioni musicali e artisti di ogni estrazione hanno inondato i social network e le agenzie di stampa con messaggi di cordoglio. In queste dichiarazioni, cariche di affetto e riconoscenza, emerge il ritratto di un uomo che non ha mai rincorso le mode, preferendo rimanere fedele a se stesso, alla sua chitarra e alle radici ben piantate tra Pavana e Bologna.

Particolarmente emozionante il ricordo di Caterina Caselli.

Ho appreso la notizia stamattina e sono crollata in un pianto che non riuscivo a fermare.

Ho il privilegio di conoscere Francesco Guccini da tanto tempo, di stimarlo come autore, musicista, poeta. E soprattutto di conoscere da vicino la sua bontà, la sua generosità.

Dopo il terremoto dell’Emilia ho cantato con lui, insieme a tanti altri artisti. Ero emozionatissima, non ero allenata, temevo di fare brutta figura. Ma la causa era troppo importante: dovevo esserci, vicina alla nostra gente, quella che parla il nostro stesso dialetto. Gli dissi: «Francesco, sono troppo emozionata». E lui: «Ma bevi un bicchiere di vino!». La sua ironia, il suo affetto per me erano sempre accesi. Lo chiamavo il mio fratellone.

Ho amato tutte le sue canzoni. Una fra tutte, quella che ho condiviso con lui: Per fare un uomo.

Sono vicina a Raffaella, a sua figlia Teresa e alla sua mamma Angela, a tutte le persone che gli hanno voluto bene. Siamo in tanti, lo so. E so che gli saremo per sempre grati per il lascito culturale che ci consegna.

Caro Francesco, mio caro fratellone, fa’ buon viaggio. So con certezza che ci rivedremo, non so quando. Lassù troverai tante persone della mia famiglia che mi proteggono, e tanti amici e colleghi: potrai fare un grande concerto. Noi ti ascolteremo sempre e tu continuerai a farci compagnia.

Caterina

I compagni di viaggio e il peso della storia

Il lutto colpisce duramente coloro che, insieme a Guccini, hanno scritto le pagine più gloriose della musica d’autore italiana. È il caso di Eugenio Finardi, che nel suo messaggio sottolinea l’inesorabile scorrere del tempo e la ricomposizione di un pantheon musicale irripetibile:

«Con Francesco Guccini se ne va una delle più importanti figure del dopoguerra italiano. Ha raggiunto Fabrizio, Franco, Pino, Ivan e troppi altri che hanno segnato un’era storica straordinaria per la canzone popolare italiana».

Un senso di perdita storica condiviso anche da Antonello Venditti, che affida ai social un addio viscerale, ricordando il peso specifico del cantautore emiliano nel raccontare le illusioni e le battaglie del secolo scorso:

«Francesco Guccini ha lasciato questo mondo infame! Ci lascia alcuni capolavori come testimonianza eterna di un Novecento duro a morire nei nostri cuori e nella nostra vita nell’eterna speranza di cambiamento tipica della nostra generazione… Mancherai al futuro e a tutti noi! GRAZIE FRANCESCO e un abbraccio alla tua famiglia riservata e sincera come la tua terra… Antonello».

Per Fiorella Mannoia, che da sempre è interprete magistrale delle parole dei grandi autori, il dolore si mescola alla consapevolezza dell’eredità lasciata:

«Oggi siamo più soli, Francesco se n’è andato, ma quello che ha scritto rimane, facciamone buon uso, è l’unico vero omaggio che possiamo fare a questo grande artista che ha accompagnato le nostre vite».

Echi di una resistenza intellettuale si ritrovano nelle parole di Cristiano De André. Facendo un inevitabile parallelismo con il padre Fabrizio, Cristiano omaggia l’impegno civile del Maestrone:

«Con la scomparsa di Francesco Guccini se ne va una parte fondamentale della storia del cantautorato italiano. Come mio padre, ha rappresentato una voce libera, capace di raccontare il nostro Paese con poesia, impegno civile e spirito di resistenza. La sua è una perdita immensa per la cultura italiana e per tutti coloro che nelle sue canzoni hanno trovato uno sguardo lucido, umano e vero sulla realtà. Ciao Francesco. Che la terra ti sia lieve 💔 C.».

Sulla stessa lunghezza d’onda Mauro Pagani.

«Francesco, sei stato un libero pensatore e il testimone di un’Italia che sa ancora rispecchiarsi nelle proprie radici, senza perdere di vista l’orizzonte.

Mostrarsi coerente per decenni, fedele alla propria coscienza, è la lezione più nitida che ci consegni. La tua voce burbera, che da stamattina, mi risuona costantemente nella testa e nel cuore, ci ricorda che l’indipendenza di pensiero non è una posa, ma un esercizio quotidiano da difendere a ogni costo.

Il tuo tragitto, Amico mio, testimonia una rara coerenza nell’arte e nella vita.

Le tue strofe vive, uno sguardo acceso sul mondo vicino e lontano. Sei sempre stato capace di passare con naturalezza dai dettagli minimi della vita di provincia, alle grandi vicende storiche.

Il tutto stemperato da quella goliardia schietta fatta di tavole imbandite, vino sincero, dove l’amicizia si faceva racconto.

Buon viaggio Francesco, una carezza a te ovunque tu sia».

Commovente il ricordo di Mauro Pagani.

«Sono uno dei tanti musicisti che hanno incontrato Francesco mentre faceva ciò che forse amava di più: suonare e cantare. Sono quel Franco da lui citato ne “L’isola non trovata”. Quello dell’isola è un tema affascinante e suggestivo per il mondo dell’arte e della Musica in particolare. Anch’io, negli anni della PFM, mi ero confrontato con un’isola, quella de “L’isola di niente”. Ogni isola, si sa, ha qualcosa di speciale nel suo delimitare un territorio. La mia con Francesco fu una di quelle occasioni nate quasi per caso. Ero stato convocato alla Sax Record, uno studio di registrazione nel quartiere Isola — e anche questa, col senno di poi, sembra una piccola coincidenza — per una sessione con la chitarra acustica. Mi trovai davanti Francesco, per me allora un essere indecifrabile. Accadde tutto in un lampo, in diretta, buona la prima. Tre ore di lavoro e poi via, a registrare altra musica, altri generi. Erano tempi in cui convivevano tanti mondi e generi musicali diversi. C’era chi, come Francesco, con suoni e parole sapeva attraversare il cuore e la mente con riflessioni ispirate, racchiuse in filastrocche costruite su atmosfere country, canzoni da ascoltare a cuore aperto, concetti da passare di bocca in bocca. Accanto c’erano tante altre tipologie di voci, rauche, soul, e anche tenorili, capaci di scuotere “fisicamente” il sistema emotivo della gente. Ma il lavoro di un musicista è proprio questo: lavorare con le emozioni. E le emozioni non si giudicano, si rispettano. Con Francesco ci reincontrammo a metà degli anni Novanta. Fu un incontro bello, nel quale ebbi modo di manifestargli tutta la mia stima. Una stima, prima di tutto, umana ed etica. Forse anche per via della mia storia personale ho sempre sentito in Francesco qualcosa di familiare. Sono cresciuto tra una dimensione politica e una religiosa cattolica: distribuivo l’Unità davanti alla chiesa del quartiere e frequentavo l’oratorio, dove incontrai un secondo padre, Don Gianfranco. Con un po’ di ironia potrei definirmi una sorta di sintesi tra Peppone e Don Camillo. Forse per questo, osservando l’Isola di Francesco, l’ho sempre immaginata come un’isola laica e religiosa al tempo stesso, di cui era custode e governatore. Governatore di un senso di giustizia capace di smascherare l’arroganza dei “furbi di professione”. Un’isola dove vive l’indignazione per il sopruso e soffia il vento di un senso di libertà in cui si esprime il rispetto per le diversità. In cui al posto delle vigne si coltiva l’amore e la compassione per le fragilità dell’uomo, che la sua Musica ha spesso raccontato con sincerità e franchezza. Un’isola utopica che ho sempre percepito senza stato né religione. Mancherai Francesco, eccome mancherai».

Emozionante anche il ricordo di Gio Evan.

Ma se io avessi previsto tutto questo…

c’è una canzone che cantavo tre giorni fa a colpi di chitarra, negli Abruzzi del Tirino.
Confidavo a un amico l’importanza della musica incorruttibile.

L’arte che non ha paura di schierarsi, ricordare alle persone che ogni gesto è politica, ogni mossa che facciamo dice all’universo da che parte stiamo.
Ogni parola detta, ogni acquisto, è un voto elettorale dello spirito.

C’è una musica che ha sempre detto da che parte stare.

C’è una musica che non ha paura di perdere consenso, di perdere metà dei biglietti, di perdere posizioni e radio.
C’è una musica che non ha paura di dividere e separare.
C’è una musica che insegna a resistere.

E ci sono anche maestri che c’hanno aperto questa via, la via dell’autentico.

Grazie Francesco.

Ma se io avessi previsto tutto questo…FORSE FAREI LO STESSO.

C’è una canzone che canto ancora».

L’istituzione del Club Tenco e la dignità letteraria

Il legame tra Guccini e la canzone d’autore istituzionale era radicato in decenni di collaborazione. Il Club Tenco, attraverso una lunga nota informativa, ricorda il suo ruolo di pioniere, capace di scardinare i pregiudizi verso la forma canzone:

«Per noi del Club Tenco Francesco Guccini non era solamente un cantautore. Era un punto di riferimento assoluto, uno dei primissimi che ha creduto nella forza visionaria dell’idea di Amilcare Rambaldi: presente già prima della rassegna e della nascita del Premio Tenco, molto generoso in tutti questi anni. Con alcuni di noi il rapporto era diventato un legame profondo e fraterno. Dell’intellettuale e del cantautore sappiamo tutto: ha rivoluzionato la direzione della canzone italiana, ha creato una dignità letteraria che prima era messa in discussione, perché la canzone sembrava un’arte di serie B. Francesco Guccini è stato un artista straordinario, che ha abbracciato tutte le potenzialità della canzone: da quella di lotta a quella intima, dagli americani ai francesi, lui è stato un raccordo e un caleidoscopio di capacità artistiche. Il Club Tenco non sarebbe stato lo stesso senza Francesco Guccini: La nostra gratitudine è immensa, il nostro dolore incolmabile.»

L’Emilia, il Rock e l’Ammirazione incondizionata

Francesco Guccini è stato anche un faro per chi ha scelto strade musicali più ruvide. L’Emilia-Romagna, terra di motori, rock e passioni, unisce idealmente Guccini ai grandi rocker della regione. Vasco Rossi, in un toccante omaggio, ricorda le notti bolognesi e la geografia dell’anima che li accomuna:

«Ciao Francesco. Hai avuto una vita piena di musica e arte, non sei mai stato “di moda” ma sempre attuale e coerente con le tue canzoni. Di generazioni diverse, tu eri il grande Maestro, io l’allievo alle prime armi. Abbiamo respirato la stessa aria. Fra la Via Emilia… e Il Roxi Bar. Resterai per sempre nei nostri cuori.»

Sintetico ma densissimo di emozione è il messaggio di Luciano Ligabue, un altro figlio di quell’Emilia provinciale e sognatrice:

«Ti ho ammirato e ti ammiro sconfinatamente, ma ancora di più ti ho voluto e ti voglio davvero bene.»

A loro si unisce Zucchero “Sugar” Fornaciari, che preferisce l’uso di un registro poetico e dolce per salutare il collega corregionale:

«Non ti ho mai perduto, con quanto amore, stai soltanto dormendo in fondo al mio cuore.»

Generazioni a confronto e trasversalità musicale

L’influenza di Guccini non si fermava ai confini del cantautorato acustico, ma permeava l’intera scena musicale italiana, dal pop al rock progressivo. Roby Facchinetti affida ai suoi profili un lungo e commosso pensiero, analizzando ciò che rende immortale un autore:

«Ciao a tutti cari amici e care amiche. Oggi ci ha lasciati Francesco Guccini. E con lui se ne va una delle voci più autentiche della nostra musica. Una voce che non ha mai avuto bisogno di inseguire le mode, perché parlava direttamente alle persone, con parole vere, profonde e senza artifici. Ho sempre pensato che un grande autore non si riconosca solo dalle canzoni che scrive, ma dalla capacità di lasciare qualcosa dentro chi le ascolta. Guccini ci è riuscito per tutta la vita. Le sue storie, i suoi dubbi, la sua ironia, la sua poesia hanno accompagnato generazioni intere, diventando parte della memoria di questo Paese. Ognuno di noi ha percorso una strada diversa nella musica, ma quando se ne va un artista di questa statura si perde un pezzo importante della nostra cultura e della nostra storia. Alla sua famiglia, ai suoi amici e a tutti coloro che gli hanno voluto bene va il mio pensiero più sincero. Grazie, Francesco, per averci insegnato che le parole, quando nascono dal cuore e dalla libertà, possono attraversare il tempo senza perdere la loro forza. Ciao, Maestro.»

Tra i cantautori delle nuove generazioni, Francesco Gabbani evidenzia proprio la valenza didattica e filosofica della sua opera:

«Le parole continuano a vivere anche quando chi le ha scritte se n’è andato. Le tue continueranno a indicare la strada, a fare domande, a regalare bellezza. Sei stato un riferimento, un uomo capace di trasformare la poesia in musica e la musica in pensiero. Grazie per averci insegnato il valore delle parole. Buon viaggio, Francesco Gabbani»

Non è mancato nemmeno il saluto della PFM – Premiata Forneria Marconi, che immagina per Guccini una prosecuzione cosmica del suo lavoro intellettuale:

«Ciao Francesco, un abbraccio grande alla tua famiglia e buon viaggio a te. Sarai sempre qui, anche se in un’altra dimensione. Continua a scrivere!».

Da un’altra prospettiva cantautorale, quella legata al dialetto e alle storie di confine, Davide Van De Sfroos saluta il Maestro con una promessa di immortalità narrativa:

«Ciao Francesco e Grazie. Mille Storie che continueranno a scorrere.»

I ricordi intimi: Pavana, gli ultimi album e lo Spazio Gerra

Dietro il monumento pubblico c’era l’uomo, legato a doppio filo alla sua montagna e ai suoi collaboratori. Barbara Cola regala uno spaccato tenerissimo, legato a ricordi d’infanzia e di profondo rispetto umano:

«Io e la mia Famiglia avevamo la casa di montagna, proprio a Pavana lo vedevo spesso in paese ed all’età di 8 anni, io e mia sorella partecipammo come uditrici super rispettose e silenziose a una intervista al Maestro Guccini effettuata da una Nostra conoscente giornalista era il 1978. Nel 2002 cantai in Piazza Santo Stefano a Bologna, “Il vecchio e il bambino” riarrangiata per un mio Progetto durante uno spettacolo in Suo onore e Lui mi vide e si ricordò subito di Pavana e di quella bambina. Che bello, quanto rispetto e quanta umilità. Caro Maestro, grazie ora guarderai Tutti Noi da un posto pacifico, seduto in tranquillità. Buon viaggio.»

Il batterista e produttore Phil Mer, che ha lavorato agli ultimi capitoli discografici del cantautore, ne ricorda l’impegno finale:

«Addio Maestrone. Gli album “Canzoni da intorto” e “Canzoni da osteria” sono state le tue ultime fatiche discografiche. Avervi partecipato rimarrà uno dei miei più grandi motivi di orgoglio, da allora a sempre.»

Infine, l’impatto culturale di Guccini trova una sua dimensione fisica nella mostra a lui dedicata. Stefania Carretti, Lorenzo Immovilli ed Erika Profumieri, curatori della Mostra “Francesco Guccini. Canterò soltanto il tempo” allo Spazio Gerra di Reggio Emilia (recentemente visitata dal cantautore stesso), hanno diffuso una nota intrisa di malinconia:

«Oggi è un giorno triste per i tanti che hanno ascoltato e vissuto con i versi di Francesco Guccini. Tra le centinaia, forse migliaia di messaggi a lui dedicati dai visitatori della mostra, molti raccontano di come in alcuni momenti importanti della vita ci fosse un verso di Guccini a cui ritornare per cercare un senso, forse una consolazione. Ci mancherà la sua voce, una delle più autorevoli e profonde, un punto di riferimento per comprendere il nostro presente. In questo momento di lutto, ci uniamo tutti intorno alla famiglia, cui esprimiamo il nostro più sentito cordoglio.»

L’Italia saluta così un gigante gentile. I suoi versi, che parlavano di osterie di fuori porta, di locomotive lanciate a bomba contro l’ingiustizia e di amori sfuggenti in stazioni desolate, smettono oggi di essere semplici canzoni per farsi definitivamente testamento letterario. Le luci del Roxy Bar forse si abbassano per una sera, ma l’eredità di Francesco Guccini, stampata a fuoco nell’anima del Paese, non smetterà mai di fare rumore.

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